Omne animal post coitum triste est

scritto da Paolo Agrati

Ho lasciato il mio seme in un sacchetto di gomma
nella pattumiera di un albergo. Ho fatto un bel nodo
stretto e l’ho gettato assieme ai fazzoletti sporchi
agli involucri dei saponi, le boccette vuote di doccia schiuma
i mozziconi di sigarette nella cenere, le cartacce con gli appunti
e tutti i miei rifiuti in genere.
Mi hai detto che ti ricordi di me ogni volta che passi
da un cassonetto perché il nostro primo bacio fu proprio
lì davanti. Ci tenevamo stretti come gli amanti nei film
muti e abbiamo lasciato che le lingue parlassero frugandoci a fondo.

Non siamo noi, è l’amore stesso che ha bisogno
che qualcuno gli permetta d’esistere, che lo metta al mondo.

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Messaggio di un morto ancora vivo

scritto da Paolo Agrati

Cosa farò senza di te?
Quando sarò morto
quando sarò solo,
morto e senza corpo
in uno spazio sconosciuto?
Potrei venirti in aiuto
con qualche numero fortunato
seguire la tua guida incerta
per proteggere l’auto
dai pericoli della tangenziale.
Potrei apparirti nel sonno
e chiederti perdono
per il mio debole corpo
scusarmi d’averti lasciata
sola a risolvere le beghe
con la casa da spazzare dalla polvere
il vicino rimbambito, il mutuo
l’armadio da svuotare
dai vestiti che un parente
con la mia stessa taglia
un giorno o l’altro
indosserà controvoglia.

Chi mi ricorderà la sera
che devo lavare i denti
portare in cortile la spazzatura
che sono anch’io un essere speciale?
Con chi parlerò della Luna e del futuro
a chi poggerò la testa sulla spalle
sgranocchiando popcorn
davanti a un film di Woody Allen?

In un sogno di una notte d’estate
fingendo di non essermene andato
vestito da prete, da arlecchino
da pirata, da cretino, da soldato
rivolgerti ancora la parola
per ricordarti quanto siamo stati felici.
Diventare terra e sostenerti
mentre passeggi o pedali in bici.
Carezzarti come brezza
in una pausa dai giorni bui
mentre torni a casa o te ne vai
per i fatti tuoi.

Invece di annoiarmi
della mia nuova forma
delle banali soluzioni
d’esistenza e redenzione
offerte dalle fedi conosciute
sarebbe bello ritornare
di tanto in tanto
a farti compagnia
quando scegli le verdure
il formato della pasta
il colore della stoffa di un vestito.
Quando resisti alle storture
della misera esistenza
affondando in qualche libro
il tuo naso fuori moda.

Lo so, anziché lasciare la tua mano
avrei dovuto confessarti un segreto
portarti ancora in viaggio, lontano
aggrapparmi alla mia pelle
per sfuggire all’unico destino
che l’amore non è capace di cambiare.

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Ad occhi chiusi

scritto da Elena Gerasi

Vedi figlia mia l’essere donna è
uno spargimento di sangue
e anche l’essere madre
non scherza:
quel che è dentro esce fuori
e quel che è fuori non torna dentro,
mancando.

Penso che si soffra troppo
e altresì inutilmente
nel lucidare la propria superficie,
mentre la bellezza ride
si deposita sul fondale e tace.
Fugace è la fioritura
che il tuo viso mi ricorda,
proprio lì, in cima ai polsi,
dove trema la vita tua e del mondo.

Ad occhi chiusi ti saprei rifare
e lo vorrei potere, quando ti disferai
nel senso e nel consenso.
Quel che è fuori ti entrerà dentro
e quel che è dentro non uscirà fuori,
serrando.

Vedi figlia mia
l’esserti madre è l’istinto a dare
dopo una vita di egoismi e spreco.
Conservo tutto e ad occhi chiusi,
prometto, ti saprò rifare.

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Shibari

scritto da Elena Gerasi

Legata al tuo soffitto voglio pendere per mesi
mentre tinteggi i muri, sistemi i tuoi cassetti.
Quando fumi sigarette e le spegni tra le dita,
fissando nuovi infissi, voglio oscillare piano
facendo roteare la mia ombra intorno. Il giorno
voglio che in me ci inciampi mentre
metti su il caffè, che ci sbatti la testa
se di notte ti alzi a bere.

Voglio che mi guardi bene,
come sono brava almeno a mancare.

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Il nome della resa

scritto da Adriano Cataldo

Maschio Bianco Italiano
Radici giudaico-cristiane
Ogni giorno, un residente si sveglia
E sa che dovrà
Odiare più forte
Sognare più forte
Votare più forte.
Il residente è sintassi d’interessi
Sogna un cancello, che in principio era verbo.
Sogna una marcia, che in ultimo è aggettivo.
Il residente è complemento oggetto, soggetto al suo vuoto, soggetto al suo voto.
Sogna il residente, che il vuoto fuori sia quello dentro
Il buon degrado, suo malgrado.
Il vuoto che vuole: diritto di suole.
La lingua italiana batte dove il perdente duole
Percuote ciò che vuole
E più non dimandare.
Sogna il tragitto perfetto
Verso la pattumiera, la raccolta dei rifiuti e dei rifiutati
Il palese pulito.
Difendere e dipendere
Sognare le distanze.
Una nazione che non sia alienazione, inazione.
Possiamo oggi dire al residente che la patria è perduta
Che il nostro popolo è morto a Genova
Al residente ricordiamo di scegliersi bene la parte
Capire
Il limite tra cosa offende e cosa coraggio infonde
Il limite tra chi è più italiano tra i Marò e Giulio Regeni.
Scegliersi una sorte che possa dire compagna
Che la vita si sconta lottando.

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Europa

scritto da Adriano Cataldo

Ce lo chiede Europa,
il come da prede si viva.
Tu cantami, o diva
L’arte della fuga,
sudore non asciuga.
Padronanza, ci vuole padronanza
a sopportare l’agguato
un’indole funesta
una ragione di stato.
È tutto,
mani bocca gambe occhi
occhi gambe bocca mani
dita perlustranti
su volti silvani.
Se tutto il tempo è debito
se questo è il mio riparo
dal buco di bilancio
io muovo ogni respiro.
Niente di nuovo,
niente, niente di nuovo
sul fronte occidentale
dall’osso occipitale
Un tempo era tutta campagna elettorale.
Perdona questo corpo
quest’ombra verticale
se forse più non sono
materia per pensare.
Guardi signora che è dura per tutti
c’è solo da capire chi siano gli sconfitti
c’è solo da capire chi scriva la matrice
e quanto odio ancora
si pompa da Amatrice.
Di quanto odio ancora
faccia da cemento
a questa patria plastica
dal volto purulento.
Si teme il viceversa,
l’astuzia, pioggia tersa
si teme, che anche i rischi corrano
e che in futuro non occorrano
tutti questi italiani
a farne una nazione
Che sia soltanto il muro
la sua fondazione.
Possiamo dire infine
che la barca sia la stessa
noi siamo qui a fuggire:
un popolo che è massa.

Ascolta Europa, o l’arte della fuga letta dall’autore

A riveder le stelle

scritto da Chiara Araldi

– I –
Il dolore è la più dolce tra le droghe
tra tutte, la più potente
sottile si insinua nelle vene come danzano
i miei capelli al vento cambia il colore del sangue
livido sotto la pelle trasparente pulsano
i buchi neri come crateri tra i respiri irregolari comprime le ossa
e sfalda i muscoli fino a renderti vuoto involucro e dentro
il moto ondoso dei tuoi organi disciolti
smembra i ricordi e scarifica il senso
di tutto quello che c’era
prima del

Dolore

(lasciatemi qui, buttato negli angoli
come un ombrello rotto, o dimenticato)

Il dolore è il fiore di loto
da mangiare per non ricordare
la placenta
viscida dove non si sente il rumore
delle cose che attorno si sgretolano e rovinano
è il forno caldo
della coscienza a riposo

(non ho retta da darti, non vedi che soffro?)

Mi inchino a guardarti schiantata sul pavimento.
Non mi fai pena
Mi fai schifo.
Non è il dolore la tua casa.

– II –

Mi chiedi di dare un nome alle cose
anche se sai che soffro di sinestesia
direi che i tuoi occhi sono crudi
come il rumore verde delle cicale a mezzogiorno
direi della mia bocca sconsolata
come le ciliegie
a marcire tra le reti
direi di noi
ma tu non chiedi mai
di noi.

Ho capito l’odore della tua paura
mi rimane tra i denti, come la sabbia in una cozza mal lavata
ti guardo
ristagnare
dentro ai miei piccoli suicidi quotidiani
ondeggio il piede dietro alla curva di un’estate
che porta dietro
rumore secco di macerie
sediamo
sotto la notte, come gli indiani,
mentre intorno a noi si srotola
il nulla

– III –

Ti ho mai raccontato di quella volta che
mi sono aperta un braccio con un coltello da cucina
per osservarmi il colore delle ossa?

Era un mattino di caldo vestito,
dalle finestre entrava
fragile odore di pioggia,
io avevo perso il senso del disagio
e da un paio di giorni dormivo
sulle piastrelle del bagno.

Portavo sotto la pelle una polenta di frattaglie,
ed ero convinta
che mi sarei colata dagli occhi,
un giorno saresti entrato per trovarmi così
pelle di serpente
e tutto il resto sciolto.

Quindi, tra tutte le cose sensate da fare
avevo appunto scelto quella,
verificare empiricamente la persistenza del mio apparato osseo
e me ne stavo coi piedini nudi
dritta
davanti al forno
a sventrarmi l’avambraccio.
Ebbene, scavando con perizia da macellaio,
dietro ai fasci di muscoli rossi e al sangue solido
dietro ai nervi tesi e al grasso bianco ho trovato il mio Radio e l’Ulna,
nel loro confuso abbraccio,
si stavano accanto, vicini, toccandosi solo le estremità,
come noi,
ho pensato,
come noi.

E sai che cosa?
Luccicavano, nella chiara luce del giorno,
rifulgenti e gloriosi,
quello è il mattino in cui ho scoperto
di avere ossa di diamante
ed ho capito che il dolore non è la mia casa,
che il pavimento non è il mio letto,
che non posso indossare maschere per fare finta,
ma posso sopportare il veleno
senza spezzarmi.
Io sono una miniera, la mia bellezza è nascosta
e va estratta
con cura e pazienza.

Quindi ho riso, ricucendomi il braccio
con un filo di raso rosso fiammante,
sono uscita,
ho bevuto un caffè,
ho comprato tre gardenie
e le ho chiamate
Ulna, Radio e Noi.

– IV –

Le donne camminano coi tacchi alti e ondeggiano
come canne al vento,
io ti racconto delle mie resurrezioni
ma tu lo senti
che andrà bene, e guardi i fianchi passare senza ascoltarmi.
Così sorrido, perchè lo so anche io,
ti prendo la mano
come quella canzone di tanti anni fa
e ti porto con me
a rivedere le stelle.

Ascolta A riveder le stelle letta dall’autrice

Post fata resurgo

scritto da Chiara Araldi

Tu cammini annegato nei ricordi
– a guardarti li scorgi,
irradiati a raggiera oltre il crinale del cranio –
gli occhi
fredde fiamme di rasoi
tagliano il vuoto alla ricerca di un senso
Tieni il pugno lungo il busto
chiuso come se
a lasciare andare le dita
scivoleresti via anche tu
disciolto come ketamina
nelle vene della notte che sale.

Hai raccolto i tuoi castighi,
e hai chiesto almeno 813 volte perchè,
alle stelle
che schizzano improvvise lungo il cielo
apparendo come l’avvertimento di un collasso,
alla schiena
che se ne andava senza motivo
mentre tutto intorno
annichilendosi implodeva,
alla polvere
che dorme accatastata sul cuore
come una guardia ubriaca
in un gabbiotto congelato di gennaio.

L’hai chiesto a me
ma io non ho che palme aperte
e i miei capelli profumati,
oltre al cordoglio
ed una sconfinata resa.

Perchè mentre ti cammino accanto io vorrei dirti
che questa è l’ora di arrendersi
vorrei prenderti la mano e spiegarti
che questa è l’ora in cui si lasciano
dissolvere i fantasmi come meduse al sole
vorrei
toccarti con l’indice la fronte e
passarti la mia luce,
riempirti di luce fino a che
piegato sulle ginocchia,
prima di riversarti fuori come un urlo schiantato
tu non veda le margherite fiorire tra l’asfalto.

Soltanto questo siamo, fratello mio,
violenti specchi di inferno,
ognuno ad altri martirio,
ci picchiamo e ci feriamo e ci
lasciamo stremati e senza fiato
siamo una valanga di corpi impilati alla ricerca di aria
e per trovarla usiamo la bocca del corpo accatastato accanto
come scalino
ci siamo l’un l’altro velenosi e parassiti
siamo schegge di dolore precipitate
in mezzo
ad una incredibile
e fragile
bellezza.

Ricorda, è la bellezza a tenerci uniti
ed io ti auguro
di trovare la tua
negli interstizi delle cose,
cercala tre le rime delle parole,
dietro al bancone dei bar,
nelle foglie che si schiudono di crudo verde,
trovala, qualunque sia, e facci l’amore,
ridendo immergi le braccia
nella bellezza che rimuove i pensieri
lascia che lei ti trovi, e ti dia pace
non è il senso
che andiamo cercando,
fratello,
ma il sollievo
quell’attimo
di consapevole lucidità
in cui
non sai, ma senti
che il cielo è lì
e non risponde
ma cristo,
è così bello che
spezza il fiato.

Ascolta Post fata resurgo letta dall’autrice

Hypersonetto #13

scritto da Nicolas Cunial

e gli ematomi ostentano l’adesso
ridando forma all’ora seminando
le mine contro questo nostro quando
presente. come dirtelo non so. spesso
giro e rigiro il verso come nesso
tra il posso e il passo e chiudo ed è provando
nel fallimento che si perde il bandolo
di quanto resta e di quanto non è ammesso
finché si perde tutto quel che è stato.
all inclusive ma certo e dilaniato
non mi resta che il log out dalla vita
che tu vorresti ancora. ma è finita
non la sessione: la partita è lisi
hackeraggio di cellule nate in crisi

Ascolta Hypersonetto #13 letta dall’autore

Planetario

scritto da Nicolas Cunial

forse confondo le confusioni
perché mi conto più dubbi che giorni
ma ho due pianeti al posto degli occhi
li disegno sul muro
(poi pulisco: lo giuro)

si vive in un tempo protocollato
tra le visite da calendario e l’orario
del deperimento. del farmaco effetto.
si vive di schemi e gioco di ruoli
di costanti silenzi scontati
per mostrarcisi male. malati.
ma c’è un momento in cui mi do conto
che sono contento: è quando disegno
i miei occhi più grandi del mondo
perché lo contengo nel nero del bulbo
e il bianco contorno è l’universo
in cui nuoto di notte se mi addormento
se il giorno l’ho perso a muovere scacchi
con chi fa la cronaca dei gesti più semplici:
«guarda. lei ha preso una penna.
guarda. lui sta toccando la tenda»
e silenzioso mi fissa gli spacchi
coi suoi pianeti disabitati.

forse confondo le confusioni
perché mi conto più dubbi che giorni
ma ho due pianeti al posto degli occhi
li disegno sul muro
(poi pulisco: lo giuro)

si vive di sedute e dosaggi
di diritti pestati e ora detriti
di pasti scaldati e assaggi gentili
per evitarci il più dei conati.
si vive di docce in divisa
divisi dall’altro
ché l’amore è bandito ma quando fa buio
se le luci si spengono
arrivano mani a infilarsi nel letto
e può succedere che non siano mie
ma di chi ha più voglia
e non sa cosa tocca ma sa ricucire
senza mostrare (scartare) manie.
così la mattina con le dita pastello
ritraggo lettini vibranti il cigolio
le spinte e gli strappi degli organi scelti
il suono e la voce che mai dice addio
né dice: «ciao sono io è stato stupendo»
no: qui è un rancio di sesso randagio
la regola vuole che va bene fin quando
i grembi non crescano non ci sia parto.
e tempero tempero gli occhi pianeti
coloro coloro gli umani crateri
dipingo soltanto il circo che vedo
io bestia lasciata alla sete di gioco
costretta incastrata dove non si respira
in questa camicia che non si stira.

forse confondo le confusioni
perché mi conto più dubbi che giorni
ma ho due pianeti al posto degli occhi
li disegno sul muro
(poi pulisco: lo giuro)

ma adesso che ho finito lo spazio
e il planetario è un disastro completo
prima che possa goderne lo sguardo
mi legate le mani con cinghie
a un letto disfatto da carne di scarto
(avanti uno e poi l’altro)
in attesa del turno di briglie di cuoio
(avanti uno e poi l’altro)
con l’urlo di unghie dal corridoio
(avanti uno e poi l’altro)
è attesa in reparto la morte che perde
ché non mi prende se mi attaccate
la testa a uno schermo lo sguardo all’inferno
io fermo fissato un cristo all’altare
con particole in ferro freddo sui lobi
io cimice in camice sacrificale
addento dolente un sorriso di legno
per preservare lo smalto del ghigno
dai crampi che vengono a farmi la festa
una scossa che straccia che scassa la testa
una scossa che straccia che scassa la testa
una scossa
che straccia
che scassa
la testa
per farmi confondere
le confusioni
diradare la nebbia planetaria dagli occhi
rotolati all’indietro per le convulsioni
e così eliminare ogni dubbio futuro
per cancellare i disegni sul muro.

forse ho confuso le confusioni
i dubbi si sono vestiti da assiomi
ma i due pianeti al posto degli occhi
restano in volo per cui
li disegno sul muro. in silenzio. da solo.
ché di queste follie io sono le stanze
che non accettano pareti bianche

Ascolta Planetario letta dall’autore