Ultras

scritto da Luca Bernardini

Papà ho pensato ’n po’ ’sti ggiorni, visto che te nun me parli ce parlo io co’ mme ….
Ho pensato che bisogna proprio cambia’ que’e sedie azzurrine che ce so’ ’n cucina
co’ quer neon fanno ’na combinazione letale, pare ’na bettola, ’n quarche schifo de cantina
me so’ reso conto ch’a tristezza d’a vita mia potrebbe esse’ ’n parte dovuta anch’ a quello
… ’sta luce, ’ste sedie, ’ste sedie co’ ’sta luce! Quer neon che te s’enfila ner cervello.
So’ sempre state lì ’ste robbe, t’abbitui a tutto e mica ce fai caso
pure a vedette così me so’ abbituato.
Pensa’ ch’eri gajardo e tosto, co’ ddu spalle, co’ du cojoni!
Mo’ me sembri ’n pezzo de cacio senza maccheroni.
Ma chi te o fa fa’ de restà co’ ’sta faccia? Brutto sei, sei proprio bbrutto!
Magni co’ ’sta cannuccia de flebbo, caghi ner pannolone, pisci ’n ’sta sacca gialla.
Me pare troppo lungo questo lutto
questo resta’ ostinato mezzo a galla
senza affogare mai der tutto.

Se nun fosse pe’ ’r culo dell’infermiera cor cazzo che ce verrei
te uso come diversivo, ma io in realtà vengo pe’ lei.
’A verità è che me sento ’n debbito però
senza de te nun sarei l’omo che so’.
Preggi e difetti eh! Nun c’allargamo …
’a mela tanto vie’ bitorsoluta quant’ er ramo.

A’o stesso tempo me penso a tutte ’e cose che potrei fa’
’nvece de sta’ qua a parla’ da solo.
Co’ tutti li probblemi che c’ho pà
nun so quanto senso ha venitte a fa’ st’assolo.
Me manca li sordi, me manca ’na fregna
trovamme ’na casa che nun sembri ’na fogna
fare ’n fijo, ave’ ’na vita degna …

Te possino acciacca’
te e ’er tu programma de mmerda de morì a metà.
T’ho scritto ’na poesia, ’a voi ascorta’?
Er primo verso fa:
“A rosa c’ha ’ petali …
a rosa c’ha ’e spine
a rosa c’ha ’r gambo
a rosa c’ha ’e foglie
a rosa è ’n fiore
che quand’ ha da morì more
tutt’ a trattalla come se fosse chissacchè … ’nvece …
come ‘a vita quanno è l’ora de mettece ‘na croce.”

Ne fai 70 tra du’ ggiorni
pe’ mme se’ fermo a 68 …
che so’ du’ anni che nun torni.
Venimo coll’amici mia d’a curva e te famo ’n coro de compleanno così:
Devi morire! Devi morire!! Devi morire!!! Devi mori’!!!!
……
Te saluto ora, devo anna’ ar cantiere
se vedemo pe’ festeggiatte tra ’n mazzetto d’ore.
Oh me raccomanno! Nun scappa’…
Te porto ’n dorcetto simbolico … preferenze pa’?
… ’O so, ’o so … ’o so già …

Ascolta Ultras letta dall’autore

Fanta

scritto da Luca Bernardini

Scendi a prendere qualcosa da mangiare
alla rosticceria cinese sotto casa.
Sei davanti al frigo preso a contemplare
birre e lattine in posa.
Sei file di coca-cole: quelle da ingrassare
coca-cole senza questa o quella cosa.
Tre di sprites, due di fanta.

Le coca-cole sono sempre un po’ indietro
perché quello prima di te e quello prima di quello prima di te
hanno preso una coca e la fila va in arretro.
Alcuni fedeli prendono una sprite, ma stucca un po’
e non ti fa la lavanda gastrica alla gola
come invece fa la coca-cola.

Ma al mondo forse, che prendono la fanta
ci saranno due persone a dirla tanta.
Le fante stanno lì da anni a guardare le cole essere scelte e portate via
rimpiazzate da nuove lattine splendenti
bianche e rosse colori vincenti!
Le sprites pure vengono scelte con decisione
aristocratiche: verdi, argentee e blu, come le code di un pavone.

La fanta……la lattina è…..arancione
e anche la scritta non è armonica
non è aristocratica, né popolare, attenzione!
Non è spremuta, non è acqua tonica.
Se la bevi veloce non salgono abbastanza bollicine al naso
ha meno … non a caso la sua effervescenza non è altrettanta: è fanta.

L’ultima lattina di fanta nell’angolo del frigo, in fondo sì
io … mi sento così
in un mondo pullulante di cole e di sprites:
io sono la fanta sto fermo e aspetto, mai
nessuno mi sceglie e dissigilla la linguetta
per vedere se dentro ho qualcosa di buono
nessuno è neanche curioso di assaggiarmi o ha fretta
di capire chi sono, sciaguattarmi, scardinarmi l’aletta
farmi affezionarmi mentre mi sprigiono.

Eppure sono fatto anch’io dalla coca-cola company editore!
Perché faccio così schifo? Che interesse aveva il signore
Cola Coca – e company – a produrmi, quando
nessuno mi compra e lentamente sto scadendo.
Perché mi hanno messo in commercio se non c’è domanda?
Perché non hanno fatto solo le cole e le sprites che vendono a randa!
Il tempo passa e sgasa signore mio
fino all’ultima delle mie bollicine sale per nessuno ed io
sento salire il groppo di una scompagnata fine.
Se rinasco almeno mi imbastirebbe un market placement migliore?
E già che c’è, mi faccia di un altro colore.

Ascolta Fanta letta dall’autore

Facciamo che eravamo temporale

scritto da Ali Casadei

Facciamo, che io sono Buio
quello che cambia tutti colori
senza annientarli.
E facciamo che tu sei Lampo e Tuono,
insieme, ovviamente
che Lampoetuono è necessario
scorrano vicini, nelle stesse vene
per esempio le tue.
Io avrò il compito di riunire le nuvole:
cirri, cumuli, strati, nembi
ne farò un vestito speciale,
che si veda un po’ di buia coscia
ma poca, elegante.
Tu dovrai sciogliere i capelli
farli crescere ad abbracciare tutte le sfere del cielo
sistemarli in modo che portino l’odore,
quell’odore lì, di temporale.

Quando saremo pronti
(facciamo al mio ventisette)
ci faremo vento da salotti
uragano da bar intellettuali
trombe d’aria da sale d’attesa.
Fuori, aria ferma.
Dentro andremo
che correre la prateria è uno spreco
se non hai un divano dove riposare.

C’è una sola regola in questo gioco:
mantenere il contatto.
Che all’esser d’aria,
di niente,
di questioni di principio
io posso abituarmi molto in fretta:
è con il tocco che non mi perdo.
Mantieni il contatto
per non farmi dimenticare
di avere gambe e gabbia toracica
e pelle e piedi
sopratutto i piedi
attorcigliamoli stretti, sono i primi a farsi trasparenti
che sul solido proprio non vorrebbero essere.
Facciamo anche che non facciamo piovere.
O se proprio dobbiamo
(che non lo so se è valido, un temporale senza pioggia)
facciamo che rubiamo il senso del mondo
lo tiriamo fuori dalle viscere di ogni cosa
e lo fondiamo insieme,
in un magma gigante
poi lo portiamo in alto,
più in alto
e in alto ancora
lo facciamo sciogliere in gocce
e lo facciamo piovere.

Ci sarà un brevissimo momento
subito prima
in cui il mondo intero all’unisono
tirerà un respiro profondo
di leggerezza.

Poi tutti impazziranno,
tutti correranno
tutti a cercare il senso scomparso
senza accorgersi
che gli starà piovendo negli occhi.

Quando sarà piovuto tutto
tutto sarà tornato giù, al suo posto
potremmo accorgerci di esser stesi vicini
immobili
che tutto quel tempo, è stato solo un lampo
che non sei più solo tu
siamo noi, e il nostro stare fermi, stesi vicini.
Potresti sorridermi,
ad esempio potresti dirmi:
“Non è successo niente”.
Potrei sorriderti
che il Niente è
quasi sempre
la cosa migliore che possa capitare.

Ascolta Facciamo che eravamo temporale letta dall’autrice

Cenni di mitologia romagnola

scritto da Ali Casadei

Ci sono sempre:
una vigna, coltivata a Sangiovese
una bicicletta scassata, su cui si può andare in due
e un casolare con il capanno e la ghiaia nel cortile.

C’è sempre una donna
che non è mai bella:
è quella che serve,
quella che bisogna.
E c’è un uomo che sa tutto
e a carte vince sempre. Dice lui.

C’è il bagnino che ai tempi suoi
le ha fatte innamorare tutte
che era quasi un lavoro
imparare a dire “ti amo” in tutte quelle lingue.

C’è l’Olga, ragazza
che di nascosto scende a piedi la collina
per andare alla balera sperando
in una mazurka fortunata
(1 2 3 4, 5e6)

E c’è una bimba ricciola
innamorata del suo babbo
sui rami del ciliegio
lo sbircia in silenzio da lassù
mentre lui la richiama per cena
e all’improvviso sente
che le ginocchia sbucciate non fanno più male.

C’è l’odore dei ciccioli appena fatti
e della festa del maiale.
C’è il ritrovarsi insieme tra i budelli
metter da parte i malumori
per fare i salumi che mangeranno tutti
per un anno intero.

Ci sono due dita di vino nel bicchiere dei bambini,
“che fa il sangue buono”
e le uova calde bevute crude, ma dal guscio solo i grandi.
C’è Piron che è cieco ma insegna a giocare a marafone
e l’Agostina che con il mattarello incita:
“dai donca, burdela, c’hat cresc e pet”
e una bimba ricciola,
che non riesce a vincere neanche quando bara
e che tira la sfoglia, finché non ci si vede attraverso.

C’è un mondo intero
che non è invecchiato di un giorno
lo puoi trovare nelle pieghe del volto,
nel fondo degli occhi,
nel rumore del sangue scorre nei polsi
di una donna ricciola
che lo conserva nel suo stesso corpo intessuto
come se non fosse morto nessuno.

Ascolta Cenni di mitologia romagnola letta dall’autrice

Poesia killer

scritto da Gianmarco Tricarico

Questa è una poesia killer,
finalmente ho scritto una poesia killer,
ho trovato la formula chimica
della poesia killer
e questa poesia, sappiate,
mieterà
mieterà
mieterà
morti morti morti.
Genti verrete mietute.

Ho scritto una poesia killer
perchË ho il cuore di un perverso,
da sempre sogno di uccidere
scrivendo un solo piccolissimo verso
ma ho notato che con un verso
è troppo poco;
cadrete come petali
sarà indolore come un gioco.

Questa è una poesia killer
e voi vi chiederete – Perché
questo scemo ci vuole fare
andare tra gli angioletti?

Perché da quando leggo
in giro per locali
mi son sempre chiesto:
– Ma alla gente cosa resta,
quando leggo loro una poesia
che cosa gli rimane?

E da quello che ho potuto
che ho potuto constatare
alla gente rimane sempre
la vita

però la vita già
ce l’avevano
prima.

Ma poi ho capito che la poesia
non è una cosa che dà,
la poesia è una cosa che toglie
e la vita è una cosa appariscente,
non di certo la più importante
ma molto molto appariscente
come cosa
è la vita.

Ho scritto dunque una poesia
per non lasciarvi niente
di niente di niente,
perché la poesia non dà,
la poesia toglie,
per scoprire i vostri nervi
per farvi perdere i respiri
per rapirvi gli sbadigli
per strapparvi i sorrisi
per acchiappare i vostri nasi
per cavarvi gli occhi dalle orbite
per farvi perdere i capelli
per provocarvi colpettini di tosse
per far abbaiare i cani nella notte
per mungere il latte alle ginocchia
per farvi cadere le braccia
per spremere le vostre meningi

tutto, tutto, vi volevo togliere
quando ho scritto questa poesia!

Ho scritto una poesia killer
che leggerò in un reading-olocausto
davanti a un pubblico stretto stretto,
non si salverà nessuno.

Con le sole frequenze della voce
invertirò il flusso sanguigno,
sentite, sta già avvenendo
ho scritto una poesia killer
che già sto qui leggendo

e c’è chi penserà
– quando la pianta ‘sto cialtrone –
oppure
– ma muori tu testa di cazzo –
ma io non torno indietro
finalmente lei è completa.

E siete belli come un esperimento,
sarete belli quando cadrete per terra
versando le birre sul pavimento
e a quel punto non potrò che inspirare
la mia poesia finalmente ha vinto,
finalmente ora sono convinto
di aver trionfato sul male,
di aver trionfato sul niente
di aver trionfato sui reading
insipidi,
di aver trionfato sui poeti
stupidi

e la notizia si farà virale
dirà – c’è un poeta
che fa reading-olocausto –
e trasformerò i locali
in aree cimiteriali
deformerò i toraci, fibrillerò
i miocardi, restringerò i canali
e tutti vorranno venire a morire
e tutti staranno in religioso silenzio
per ascoltare tutto, nessuno vorr‡
perdersi niente

e a ogni reading si spargerà la voce
– pazzesco, un poeta che uccide la gente! –
e pagheranno caro, caro il biglietto
per dimostrare
che a loro, no,
non fa effetto,
che la poesia
è solo una cialtroneria,
che la gente non muore
per davvero

ascoltando parole
non si va al cimitero.

Ascolta Poesia killer letta dall’autore

Assiderati (poesia per mio padre)

scritto da Gianmarco Tricarico

Quando il sole se ne va
dietro le montagne,
le montagne diventano
nere e inizia a fare freddo.

Questo l’ho capito
quando sono andato
a sciare da bambino,
che avevo la tuta più trash
più anni ottanta
più verde e viola,
quella dei poveri.

I bambini fighi
hanno le tute nere
o comunque stra alla moda
e hanno i papà che sciano
sì, i loro papà sciano,
invece il mio papà
non sapeva sciare
ché lui lavorava
in miniera quando
aveva otto anni,
si sciava ‘sto cazzo
a otto anni
in miniera.

Ma a me quel giorno
non importava
avere un papà che
aveva lavorato in miniera,
io volevo un papà
con la tuta nera strafigo,
che m’insegnasse a sciare

invece ebbi un istruttore
bergamasco che bestemmiava
perché non volevo fare i dérapage
(dio solo sa in che crepaccio
sia intrappolata ora la sua anima).
Mio papà chissà dov’era,
adesso lo volevo il mio papà,
mega stanco
con il piccone sulle spalle
la faccia tutta nera
che mi dicesse: – Andiamo,
andiamo a cercare i leocorni
nella miniera di staminchia –
che mi dicesse proprio – staminchia –
pure “staminchia” andava bene,
l’importante è che mi portasse
sulla terra ferma,
ché le slavine
a me, porco zio, le slavine
me le sognavo di notte, io, le slavine,
ma mio padre era giù in baita
a scolarsi grappini a nastro.

Quando il sole se ne va
dietro le montagne
le montagne diventano
nere e inizia a fare freddo.

Lo capii quella sera
quando mio padre dalla baita
passò direttamente a una sdraio
che aveva tirato fuori dal bagagliaio
e tutto bello allegro
si mise a prendere il sole
vista pineta, 1400 metri
finché non perse i sensi
e il sole non scomparve.

Forse saremmo dovuti
tornare a casa,
forse avrei dovuto
svegliare mio padre
prima del tramonto,
pensavo 
mentre disegnavo
con un legnetto
cazzi nella neve
ma dal profondo
una voce mi parlava,
lo so, è strano,
una voce nel profondo
mi diceva
che era questa la complicità,
voglio dire,
sentivo finalmente
che stavamo facendo
qualcosa insieme;
insieme
stavamo scomparendo.

Disobbedienti
irreperibili
senza aver avvisato
nessuno,
lui sulla sdraio, io
per terra accanto a lui,
stavamo affondando
nella notte insieme,
insieme
stavamo assiderando
da padre e figlio.

Ascolta Assiderati letta dall’autore

Wechselwirkung

scritto da Lorenzo Bartolini

Un contraltare
di cose piccole
di facce scabre
magre

pugno di sale
cose di casa
come il nome
di quel negozio
che si comprano le presine

la prepotenza
mio ego
obeso
la supponenza
farne
senza

venir giù
dall’alto
scendere
l’albero mio
del tempo
senza il timore del gatto
che una volta su
c’è da chiamare i pompieri
e invece no
niente paura
del fuoco
del vuoto
scendere giù
a terra
per terra
sotto
terra
giù
alle radici

le dita piccole
denti da latte
occhi bambino
fino
alla culla
e poi ancora
tornare a
essere
essere informe
(un attimo prima
il nulla)
vita che
dorme
prima del derma
uovo
e
sperma

e lì
vedere
un noi-Dio
creare
io

Wechselwirkung: Categoria sociologica della relazione nel pensiero del sociologo e filosofo Georg Simmel. Il termine è solitamente tradotto con “azione reciproca”, ma in una logica relazionale sarebbe bene considerarlo – alla lettera – come un vero e proprio “effetto-di-scambio” o “effetto reciproco”.

Ascolta Wechselwirkung letta dall’autore

Donattore

scritto da Lorenzo Bartolini

Donattore

Stamattina
ho donato il sangue
mi sono organizzato
dicono che langue
dicono anche
che ho il sangue buono
lo posso dare a tutti
son zero negativo
sono,
se c’è bisogno all’improvviso
alla gente che sta male
ci danno il mio sangue
all’ospedale
se c’è qualcuno da salvare.
Insomma ho fatto le mie
visite
le infermiere son simpatiche
pettorute
pettinate
permanenti
con la frangia
anni ottanta
ciabatta bianca
culo grosso
rossetto rosso.
Sono entrato
mi son seduto
tranquillo, rilassato
mi han fatto le domande
precise, insistenti
che c’è da stare attenti
che il sangue
anche se langue
bisogna che sia buono
se no fanno un casino.
Insomma mi son steso
e l’infermiera
la Carla
mi prende il braccio
e intanto parla
che vuol far finta
che non sta facendo niente
e invece l’ago
si sente
urca se si sente
che mi sa che la Carla
mentre parla
non trova la vena
si vede dalla faccia
non è serena
mi chiede scusa:
“Oh purino,
t’ho fatto male?”
“No no,
non ho sentito niente”
sono attore,
so recitare,
però m’ha fatto male
“Hai la vena profonda!”
non so cosa
voglia dire
però lo so
che mi fa male.
E poi
sento vibrare il laccio
stretto
sul braccio
insomma
non so se ce la faccio
ma io
tengo la parte
del tosto
di quello
è tutto a posto
ma il sangue
di uscire
non ne vuol sapere
o meglio
esce piano
lento
va via
controvoglia
adagio
come avesse nostalgia
di casa sua.

Tre quarti d’ora
di donazione
tre quarti d’ora
di pungiglione!

“Alé,
abbiam fatto!”
La Carla
mette il cerotto
“Premilo stretto
paziente
la prima volta
è normale
non è niente
sta buono qui
con calma”

vedo una palma
il sole
il daiquiri
gli emiri
sudori
la Carla
mi parla
“Dì, stai bene bibino?
sei un po’ bianchino!”
“Sto bene?
Non lo so.
Son bianchino?”
“Va là,
stenditi lì
sul lettino”
Mi stendo
attendo
sperando
di non cadere
cercando
di controllare
sono un attore
so recitare
reggo la scena
poggio la schiena
con noncuranza
il palco è
la stanza
mi guardo attorno
incrocio gli occhi
gli spettatori,
i donatori,
di nuovo
il sole
il daiquiri
gli emiri
sudori
suvvia
siamo attori
ci vuole un escamotage
che qua
si sta male
e noi
sappiamo recitare
e allora sì
è un attimo
decidiamo cosa fare
coup de théâtre
buio
svenire.

Ascolta Donattore letta dall’autore.

Adriano

scritto da Francesca Genti

mi è sempre piaciuto stare al telefono
e dare una mano a quelli che erano tristi
tristi cani piccoli in una pozzanghera
topi nelle botole caramelle non scelte
reduci in tuta sulle panchine
persi nelle parole delle costellazioni
la domenica pomeriggio nella ghiaia
mi è sempre piaciuto ascoltare
il suono della voce che non recita
quando un po’ ubriaca o un po’ innamorata
o davvero disperata o molto triste
molla la dizione la chiarezza
diventa nuda e prende la cadenza
un po’ di accento delle nonne
dei tuoi antenati e della loro fatica
diventa così tenera e in disarmo
gatto bianco con un campanellino al collo
e fu così che
unendo il grande spirito umanitario
con la passione dell’ascolto telefonico
diventai volontaria del telefono amico
torino millenovecentonovaticinque
uno scatto urbano su tutto l’italico suolo
trecentosessantacinque giorni l’anno
all’avanguardia dell’orecchio al prossimo
sulle barricate contro la solitudine
radiocomandati da don bosco
il turno più duro era quello della mattina
perché se già all’alba
senti il bisogno di chiamare il telefono amico
non hai più nessun dio da pregare
né monete per il caffè
non hai neanche parole
e infatti molte telefonate erano mute
e per reggere quei silenzi di prima mattina
quei silenzi di domenica luterana negli orfanotrofi
di bunker caduti sulle spiagge bretoni
dovevi fare appello a tutti i gatti che avevi visto
a ogni arcobaleno a ogni ciglia sbattuta
dagli occhi timidi di chi ti aveva adorato
al pomeriggio chiamavano i segaioli
presi dal demone meridiano
e dalla chimera dello scatto urbano
più conveniente delle linee hot
erano gli anni novanta ricordiamolo
gli anni delle seghe telefoniche
e delle bollette milionarie
di intere pensioni di madri macilente
finite nei caveau di santa SIP
per colpa di quarantenni imbelli e rattusi
senza coraggio né denaro per andare a puttane
la sera e la notte erano i momenti più belli
c’era il silenzio il ronzio degli apparecchi
qualche zanzara e i primi vegani
(torino è sempre stata all’avanguardia)
che mi sgridavano quando ne uccidevo una
ma poi erano anche gentili
e mi passavano i baracchini con il tofu
al telefono potevo risponderti io
che ero una poetessa con la erre moscia
i capelli lisci e la passione dello zodiaco
o un vegano avanguardista
o giorgio che aveva uno spiccato senso dell’umorismo
e anche lui la erre moscia
che gli avevo spiato la data di nascita nella carta d’identità
e una volta, mentre masticavo il big babol,
gli avevo chiesto: ma tu a che ora sei nato?
perché volevo sapere tutto di lui
del suo tema astrale di come era
e magari parlargliene di notte
in una lunga telefonata
perché, forse l’ho già detto,
a me piaceva molto stare al telefono
e dare una mano a chi era triste
o a chi non si era accorto di qualcosa di importante
di qualche tratto fondamentale della sua personalità
in quelle notti in cui tutto doveva ancora succedere
sospesi nel buio
nel palmo morbido delle attese
sopra di noi i cieli la solitudine degli altri
una parola gentile che cadeva
monetine nel juke box di via tunisi
in quelle notti chiamava adriano
che aveva la voce più bella e disperata
la voce più bronzea e rottamata
un vagone in deraglio sul ciglio di un burrone
una scatola nera in mezzo al deserto texano
ti parlava degli extraterrestri e della sua ragazza
di un tappeto persiano prezioso
di tutti i dettagli che rendono l’ora luminosa
l’avrei ascoltato tutta la vita
la mia sherazade torinese
le mille e una notte dal bordo del divano
avrei voluto chiedergli di che segno era
e anche l’ascendente
ma mi sembrava una domanda scema
e rimandavo sempre
per la paura di rompere l’ordito del racconto
di sciupare il velluto della voce 
i modi di dire il suo vocabolario
poi non ha più chiamato
secondo me era dell’acquario

Ascolta Adriano letta dall’autrice

Io sono una

scritto da Francesca Genti

l’amore è una cosa da cameriere
Gianni Agnelli

I’mi son un che, quando
Amor mi spira, noto, e a quel modo
ch’è ditta dentro vo significando

Dante Alighieri

io sono una che nel mondo
ci sta da sguattera professionale
su e giù di continuo per le scale
con il mocio inzuppato a strofinare

le parole, mia mansione speciale,
te le faccio così tanto brillare
che al padrone che mi tratta male
se le guarda gli viene lo svarione

alla retina e al bulbo oculare.
ne approfitto e dirotto l’astronave
butto a mare l’imperatore

le parole le stendo al sole
tra le pagine di un nuovo dizionario
che profuma di pane, baci e viole.

Ascolta Io sono una letta dall’autrice