Per fare

scritto da Andrea Bitonto

PER FARE
Per far la guerra
ci vuole un’arma
per fare l’arma
ci vogliono i pezzi
per fare i pezzi ci vuole un’industria
per far l’industria ci vuole un padrone
per fare un padrone ci vogliono i lavoratori
per fare i lavoratori ci vuole il lavoro
per fare il lavoro ci vuole lo stipendio
per far la guerra ci vuole lo stipendio

Per fare Natale ci vuole un regalo
per fare un regalo ci vuole la confezione
per fare la confezione ci vuole il negoziante
per fare il negoziante ci vuole il cliente
per fare il cliente ci vuole il bisogno
per fare il bisogno ci vuole la pubblicità
per fare la pubblicità ci vogliono le risorse umane
per fare le risorse umane ci vogliono gli investimenti
per fare gli investimenti ci vogliono i soldi
per fare Natale ci vogliono i soldi

Per fare l’amore con lei ci vuole una lei
per fare una lei ci vuole fascino
per fare fascino ci vuole la crema per il viso
per fare la crema per il viso ci vuole l’industria di cosmetici
per fare l’industria di cosmetici ci vuole un padrone
per fare un padrone ci vogliono i lavoratori e le lavoratrici
per fare i lavoratori e le lavoratrici ci vuole la parità dei diritti
per fare l’amore con lei ci vuole la parità dei diritti

Per fare l’amore con lui ci vuole un lui
per fare un lui ci vuole l’auto
per fare l’auto ci vogliono i pezzi
per fare i pezzi ci vuole l’industria automobilistica
per fare l’industria automobilistica ci vuole la FIAT
per fare la FIAT ci vuole Torino
per fare Torino ci vogliono un milionequattrocentomila persone
per fare l’amore con lui ci vogliono un milionequattrocentomila persone

Per fare una legge ci vuole la firma
per fare una firma ci vuole la penna
per fare la penna ci vuole l’inchiostro
per fare l’inchiostro ci vuole l’industria dell’inchiostro
per fare l’industria dell’inchiostro ci vuole un padrone
per fare un padrone ci vogliono gli impiegati
per fare gli impiegati ci vuole il colletto bianco
per fare il colletto bianco non ci vuole l’inchiostro
per fare il colletto bianco ci vuole la cravatta
per fare la cravatta ci vuole il nodo
per fare il nodo ci vuole uno che stringe il nodo alla gola
per fare una legge ci vuole uno che stringe il nodo alla gola

Per fare una canzone ci vogliono gli accordi
per fare gli accordi ci vuole l’artista
per fare l’artista ci vuole un palco
per fare un palco ci vuole un concerto
per fare un concerto ci vuole l’autorizzazione
per fare l’autorizzazione ci vuole la SIAE
per fare la SIAE ci vogliono i diritti d’autore
per fare i diritti d’autore ci vuole la tassa
per fare la tassa ci vuole lo Stato
per fare lo Stato ci vuole il Parlamento
per fare il Parlamento ci vuole un’elezione
per fare un’elezione ci vogliono i partiti
per fare una canzone ci vogliono i partiti

Per fare una poesia ci vuole fantasia
per fare la fantasia ci vuole tempo libero
per fare il tempo libero ci vuole l’indipendenza
per fare l’indipendenza ci vuole la fame
per fare la fame ci vuole la povertà
per fare la povertà ci vuole il sacrificio
per fare il sacrificio ci vuole la volontà
per fare la volontà ci vuole allenamento
per fare allenamento ci vogliono gli esercizi
per fare gli esercizi ci vuole precisione
per fare precisione ci vuole attenzione
per fare attenzione ci vuole lucidità
per fare lucidità ci vuole un caffè
per fare un caffè ci vuole la sigaretta
per fare la sigaretta ci vuole il tabacco
per fare il tabacco ci vuole lu Salento
per fare lu Salento ci vuole la pizzica
per fare la pizzica ci vogliono due sunaturi e la fimmina che abballa
per fare due sunaturi e la fimmina che abballa ci vuole la sagra
per fare la sagra ci vuole la Pro Loco
per fare la Pro Loco ci vuole la storia del paese della Pro Loco
per fare la storia del paese della Pro Loco ci vuole la cultura
per fare la cultura ci vuole anche la poesia
per fare la poesia ci vuole solo un po’ di poesia.

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Una piccola crepa sul muro

scritto da Davide Scartydoc Passoni

Ieri un amico che no
Non vedevo da molto
Ha deciso di netto di
Tagliare la corda
E legarsela al collo
Nel silenzio di chi
Lo aveva pestato
E ancora pestato

La ragione dormiva quel giorno
E ha dormito nei giorni a seguire
Fino a lasciare dietro di sé
Un piccolo spazio di vuoto
Una piccola crepa sul muro
Forse per molti non percettibile
Come una goccia di olio
Un grumo di muffa
Una macchia di vino
Esigua
Irrisoria
Insignificante
Microscopica crepa sul muro

Chissà se domani
Si mangerà tutta la casa
Senza coltelli
E senza forchette
In un solo boccone
Sarà una voragine
Sarà quel vuoto che
Di tanto in tanto
Si percepisce
Nei giorni di pioggia
Sarà lo spazio di nulla
Che avrebbe dovuto occupare
La vita di chi
Ci può solo mancare
Lasciando dietro di sé
Solo una goccia di olio
Un grumo di muffa
Una macchia di vino
Una piccola crepa sul muro
Un amico che no
Non vedevo da molto
E mai rivedrò


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Come Ginsberg

scritto da Davide Scartydoc Passoni

Ho visto il sapore del disagio diventare aroma amaro
e farsi alito stantio tra le rughe e tra gli stracci
e l’arrivismo quotidiano alla ricerca di moneta
diserbare calma e dare vita a rampicanti tumorali
spirali irreprensibili che strozzano polmoni affaticati
assorti nei respiri dell’ansia consumista

Ho visto le speranze al silicone esibirsi nel menù
a prezzo fisso di uno svunch panino e salamella
costellare di lampioni su viale delle industrie
e celare dietro maschere e mascara
lacrime deserto prosciugate nell’aridità del vivere
ad un passo dalla fossa ed uno stivaletto tacco dieci
immerso fino al collo nel degrado

Ho visto farsi pelle l’andropausa post lavoro fisso
ed abitare volti timonieri alla conquista della terra e
galleggiare su fiumi di tangenziali fradice di pioggia
delle diciassette in punto e naufragare verso casa
ad occhi spenti e fari accesi illuminare il gelo
di una cena pronta ad aspettare

Ho visto la mia vita serpeggiare per inerzia
E rimbalzare tra lavoro e post lavoro
tra lavoro e post lavoro, tra lavoro e post lavoro
Come stare tra due specchi ed osservare l’infinito
Un corridoio che riflette la mia immagine
Che si fa piccola sempre più
Piccola sempre più
Piccola sempre più
Piccola sempre più
Piccola


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A mio figlio

scritto da Simone Savogin

Vivi di vividi lividi,
scrivi di avidi avi,
ed eviscera sciarade.
Scivola via dall’atavica asfittica asetticità di uomo pensante
rinchiuso in passanti per cinghie pesanti.
Sorpassa il surplus di spossanti passati,
soppesa possibili passi
e sopprimi le prime possenti pulsioni.
Passami spasmi pulsanti pigiando su palmi,
premendo pulsanti nascosti.
Nasci in nuovo lucore, splendente nitore di liscio nuotare in liquide ore.
Levita ed evita nuvole, viola il viola nativo del sole.
Vaga viaggiando per valli e veleggiando per voli,
avvicinati a ville e vaglia favelle,
sfavilla in flebili flussi di fatui fuochi,
sortilegi per pochi, buchi di favola per fervide menti,
menti a te stesso per sentirti migliore,
macina miglia senza mai mendicare,
indica mari,
monta su monti simili a magli scagliati da maghi ammaliati da laghi.
Lava il mio corpo di esile vile, leva la lava dal vello del verro che impersono,
io che avallo frastuono,
non valgo un suono,
non voglio ma sono.
Spegni il valore del fulcro, attaccato col velcro al semicerchio del simulacro,
simula voglia di veglia passata a vigilare su voglie di vaniglia,
attorno a falò estivi, di braci ed abbracci, con brividi impavidi, con baci rubati col bere. Sbriga consegne, consegna breviari,
consolida maestria con solida bramosia,
brevetta consigli, confeziona brutture ed accetta sconfitte,
sconfina in finali felici, ascolta fanatici e strofina felini fenici,
sconvolgi feticci futili ed infine comprendi il fervore
dell’amaro sapore del: “fa male guardarsi fallire”.
È facile vestirsi di riconosciuta bravura,
non fa che arricchire speranze (che in te son paura),
accresce richieste ed avvalora rimpianti,
ma aumenta la delusione altrui,
quando nudo e rachitico dimostri il mediocre che sei.
Rammenta mio piccolo
ricorda Riccardo:
sii sempre ciò che sei, ma soprattutto sappi opinare solipsismi, perché
“prendersi sul serio è l’unica arma di chi non sa costruir talenti da doti”.

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Dormimi

scritto da Simone Savogin

Che, gentili, dita posino
in soffice ceramica
il corpo che hai stupendo,
cha a tutti basta e in me completa.
Che, piano, il tempo copra
di screzi e onde e fiati
il viso che ora e ancora
m’innamora in ogni virgola.
Che, presto, tu comprenda
la forza che so e ho enorme
capace solamente
d’aver cura che tu leviti.
Che, piccole, le orecchie,
che giochi a mordilabbra,
tremino in sollievo
dei miei “grazie”, “ok” e “andiamo”.
Che mai, se vale, ceda
il passo tuo nel vivere,
per salda stretta lieve
che il palmo mio ti bacia.
Che, in te, sia sempre certa
l’idea che io rispetto,
onoro e vivo
l’incredibile cuoreanimacervello
che, lento, ho imparato
esser fratello, figlio e fiato
di quel che chiudo in corpo
e, cosciente, t’ho donato.
Che cosa, ora ti chiedo,
dovrei saper creare
perché tu con me in cammino
non senta mai stanchezza?
Che, subdola, va in noia
nel logoro abituarsi
a giorni, odori e tocchi
di noi, esseri finiti,
che, finti, siam pavoni
e in vero ombre,
innocui eppur dannosi,
incapaci di bianchi “perché no?!”.
Che, ancora, sorprendente
sia domani, adesso e qui
e gli occhi che hai lucenti
mi facciano cenno “sì”
che, idiota, manco di capire
se l’attenzione che mi doni
sia voglia, norma o nulla
e in limbo te tentenno.
Che, ancora non ci credo,
vali e crei e splendi
e torni e manchi e vivi
vicina, forte, risa e fonda.
Che, infine, in me
o in altri, tu
mai assaggi terra, ma
salti tra battiti e respiri
che, infiniti, meriti
e mai bastanti
saprò cucirti addosso,
ma so che puoi capire
che, sincero, ho pazienza
e voglia e forza e ancora senso
per non smettere
e ammettere
che, per te e non per me,
io provo.


ascolta Dormimi letta dall’autore

Rabbia (Poesie per bambini grandi, piccoli e medi)

scritto da Alessandra Racca

Ho rotto il mondo.

L’ho rotto di pianto
e di grida
l’ho rotto perché mi sono
arrabbiato,
l’ho sgonfiato.

Ho rotto il mondo
poi non lo trovavo più
non trovavo nessuno
che potesse capire
l’ho rotto fino a finire
la forza
le lacrime
la voglia di continuare.

Ho rotto il mondo
poi non sapevo cosa fare.

L’ho aggiustato un po’
mi sono rimesso a giocare.


ascolta Rabbia letta dall’autrice

Consigli a me stessa quando piove

scritto da Alessandra Racca

Dormi in silenzio

Non fare rumore quando non ci sei
Coltivati
ma non covare pietre

i mattoni servono per costruire ponti
i giorni per tessere
il mattino per ricominciare
la carne è pesante per ancorare all’amore

Piangi, lasciati piovere, lasciati stare
Riposa, lasciati vegliare
Brinda, ci sono notti da ubriacare

Se le tue mani ti sembrano opache
dipingi le unghie di rosso

Ricorda che per sopravvivere bisogna disobbedire

Porta con te un ombrello a colori

se non puoi vincerla, sfoggia la malinconia.

(da Poesie antirughe, Neo edizioni, 2011)


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Al livello del mare – Via dal baccano

scritto da Andrea Fabiani

Al livello del mare

Sarà perché son nato al livello del mare
che non mi sono mai sentito superiore agli altri
e che mi affligge da sempre
questa forma di asma esistenziale,
che per respirare bene
ho bisogno di sapere
di esser vicino a qualcosa d’immenso
che non saprei affrontare.

ascolta Al livello del mare


Via dal baccano

E poi vieni
giù in motorino
via dal baccano
della festa
del Gran Baccano
e sfrecciando in giù getti
la sigaretta che ti ha fumato
il vento nel bosco
e come
per ogni altra scelta
della tua vita ti chiedi
se ne verrà un incendio
o niente.

ascolta Via dal baccano

Mentre

scritto da Andrea Fabiani

Decine di aerei lasciano il suolo,
decine vi fanno ritorno, mio nonno
passeggia in spiaggia da solo. Un treno
arriva in orario alla stazione centrale
ed esplode, tra le braccia
del suo nuovo amante ancora
una ricca signora s’illude. Un ragazzo
esce da scuola, attraversa distratto
la strada e lì muore. Migliaia
di altri ragazzi, nello stesso istante
attraversano altre migliaia di strade
e non gli succede niente. Una donna
che non sorrideva da sette anni e due mesi
sorride. Trecento persone sbarcano vive,
in Sicilia, in un giorno di sole
un politico ne chiede la morte e poi
prega il Signore. In bianche
stanze splendenti uomini e donne
vengono assunti per vari lavori,
altri son licenziati, altri ancora
prendon coscienza
dei loro tumori. Una bella ragazza
dopo aver rimandato più volte
decide di farla finita, nell’abitacolo
di una vecchia Fiat Punto
si concepisce una vita.
Una commessa pesa la frutta
a un’anziana signora. Tua madre
piange, in cucina, da sola, mio padre
legge il libretto delle istruzioni
di un tavolino svedese rotondo.
Si spegne una stella
un lampione si accende
dall’altra parte del mondo nasce
e svanisce un arcobaleno, un uomo,
in Louisiana, sente bene il veleno
di un’iniezione letale fare il suo corso, un bambino
accarezza di nuovo
il cane che l’aveva morso.
Il rombo d’un tuono
segue il lampo che l’ha generato.
Sangue e denaro dovunque,
prelevato, versato. Milioni
di sms viaggiano in cielo
sospesi tra telefoni cellulari, l’ultima lettera
d’amore del mondo si perde
tra due minuscoli uffici postali. Piove
una pioggia di bombe
sopra un deserto, un vecchio locale
in cui andavano i miei
viene riaperto, un uomo
torna a casa
e dopo trentasei anni si toglie
la fede, la posa,
guarda una foto, le dice:
“ti voglio bene”.
E tutto questo è soltanto
tutto quello che avviene
mentre io e te ci diamo la mano
e stupidamente,
pensiamo, senza il coraggio di dirle,
le parole “per sempre”.


ascolta Mentre letta dall’autore, con un sottofondo di ticchettio d’orologio ❤️

Latitudine

scritto da Giacomo Sandron

non ci si può lasciare quando comincia a fare caldo
le guardie giurate danno di matto
i quarantenni fanno addormentare
le ex fidanzate di diciotto anni
tagliano loro la gola nel sonno
e poi si impiccano
c’è pure chi spara a casaccio dalle finestre

mancano i presupposti adatti

bisognerebbe lasciarsi quando comincia l’inverno
o comunque le temperature scendono abbastanza
da fermare le emorragie

una volta un tipo in Alaska
è stato investito da un treno
che gli ha maciullato le gambe

è rimasto per ore sui binari
finché non lo hanno salvato
il gelo gli aveva cicatrizzato
le vene

alla nostra latitudine invece
sangue dappertutto
non sopravvive mai nessuno


ascolta Latitudine letta dall’autore