Post fata resurgo

scritto da Chiara Araldi

Tu cammini annegato nei ricordi
– a guardarti li scorgi,
irradiati a raggiera oltre il crinale del cranio –
gli occhi
fredde fiamme di rasoi
tagliano il vuoto alla ricerca di un senso
Tieni il pugno lungo il busto
chiuso come se
a lasciare andare le dita
scivoleresti via anche tu
disciolto come ketamina
nelle vene della notte che sale.

Hai raccolto i tuoi castighi,
e hai chiesto almeno 813 volte perchè,
alle stelle
che schizzano improvvise lungo il cielo
apparendo come l’avvertimento di un collasso,
alla schiena
che se ne andava senza motivo
mentre tutto intorno
annichilendosi implodeva,
alla polvere
che dorme accatastata sul cuore
come una guardia ubriaca
in un gabbiotto congelato di gennaio.

L’hai chiesto a me
ma io non ho che palme aperte
e i miei capelli profumati,
oltre al cordoglio
ed una sconfinata resa.

Perchè mentre ti cammino accanto io vorrei dirti
che questa è l’ora di arrendersi
vorrei prenderti la mano e spiegarti
che questa è l’ora in cui si lasciano
dissolvere i fantasmi come meduse al sole
vorrei
toccarti con l’indice la fronte e
passarti la mia luce,
riempirti di luce fino a che
piegato sulle ginocchia,
prima di riversarti fuori come un urlo schiantato
tu non veda le margherite fiorire tra l’asfalto.

Soltanto questo siamo, fratello mio,
violenti specchi di inferno,
ognuno ad altri martirio,
ci picchiamo e ci feriamo e ci
lasciamo stremati e senza fiato
siamo una valanga di corpi impilati alla ricerca di aria
e per trovarla usiamo la bocca del corpo accatastato accanto
come scalino
ci siamo l’un l’altro velenosi e parassiti
siamo schegge di dolore precipitate
in mezzo
ad una incredibile
e fragile
bellezza.

Ricorda, è la bellezza a tenerci uniti
ed io ti auguro
di trovare la tua
negli interstizi delle cose,
cercala tre le rime delle parole,
dietro al bancone dei bar,
nelle foglie che si schiudono di crudo verde,
trovala, qualunque sia, e facci l’amore,
ridendo immergi le braccia
nella bellezza che rimuove i pensieri
lascia che lei ti trovi, e ti dia pace
non è il senso
che andiamo cercando,
fratello,
ma il sollievo
quell’attimo
di consapevole lucidità
in cui
non sai, ma senti
che il cielo è lì
e non risponde
ma cristo,
è così bello che
spezza il fiato.

Ascolta Post fata resurgo letta dall’autrice

Hypersonetto #13

scritto da Nicolas Cunial

e gli ematomi ostentano l’adesso
ridando forma all’ora seminando
le mine contro questo nostro quando
presente. come dirtelo non so. spesso
giro e rigiro il verso come nesso
tra il posso e il passo e chiudo ed è provando
nel fallimento che si perde il bandolo
di quanto resta e di quanto non è ammesso
finché si perde tutto quel che è stato.
all inclusive ma certo e dilaniato
non mi resta che il log out dalla vita
che tu vorresti ancora. ma è finita
non la sessione: la partita è lisi
hackeraggio di cellule nate in crisi

Ascolta Hypersonetto #13 letta dall’autore

Planetario

scritto da Nicolas Cunial

forse confondo le confusioni
perché mi conto più dubbi che giorni
ma ho due pianeti al posto degli occhi
li disegno sul muro
(poi pulisco: lo giuro)

si vive in un tempo protocollato
tra le visite da calendario e l’orario
del deperimento. del farmaco effetto.
si vive di schemi e gioco di ruoli
di costanti silenzi scontati
per mostrarcisi male. malati.
ma c’è un momento in cui mi do conto
che sono contento: è quando disegno
i miei occhi più grandi del mondo
perché lo contengo nel nero del bulbo
e il bianco contorno è l’universo
in cui nuoto di notte se mi addormento
se il giorno l’ho perso a muovere scacchi
con chi fa la cronaca dei gesti più semplici:
«guarda. lei ha preso una penna.
guarda. lui sta toccando la tenda»
e silenzioso mi fissa gli spacchi
coi suoi pianeti disabitati.

forse confondo le confusioni
perché mi conto più dubbi che giorni
ma ho due pianeti al posto degli occhi
li disegno sul muro
(poi pulisco: lo giuro)

si vive di sedute e dosaggi
di diritti pestati e ora detriti
di pasti scaldati e assaggi gentili
per evitarci il più dei conati.
si vive di docce in divisa
divisi dall’altro
ché l’amore è bandito ma quando fa buio
se le luci si spengono
arrivano mani a infilarsi nel letto
e può succedere che non siano mie
ma di chi ha più voglia
e non sa cosa tocca ma sa ricucire
senza mostrare (scartare) manie.
così la mattina con le dita pastello
ritraggo lettini vibranti il cigolio
le spinte e gli strappi degli organi scelti
il suono e la voce che mai dice addio
né dice: «ciao sono io è stato stupendo»
no: qui è un rancio di sesso randagio
la regola vuole che va bene fin quando
i grembi non crescano non ci sia parto.
e tempero tempero gli occhi pianeti
coloro coloro gli umani crateri
dipingo soltanto il circo che vedo
io bestia lasciata alla sete di gioco
costretta incastrata dove non si respira
in questa camicia che non si stira.

forse confondo le confusioni
perché mi conto più dubbi che giorni
ma ho due pianeti al posto degli occhi
li disegno sul muro
(poi pulisco: lo giuro)

ma adesso che ho finito lo spazio
e il planetario è un disastro completo
prima che possa goderne lo sguardo
mi legate le mani con cinghie
a un letto disfatto da carne di scarto
(avanti uno e poi l’altro)
in attesa del turno di briglie di cuoio
(avanti uno e poi l’altro)
con l’urlo di unghie dal corridoio
(avanti uno e poi l’altro)
è attesa in reparto la morte che perde
ché non mi prende se mi attaccate
la testa a uno schermo lo sguardo all’inferno
io fermo fissato un cristo all’altare
con particole in ferro freddo sui lobi
io cimice in camice sacrificale
addento dolente un sorriso di legno
per preservare lo smalto del ghigno
dai crampi che vengono a farmi la festa
una scossa che straccia che scassa la testa
una scossa che straccia che scassa la testa
una scossa
che straccia
che scassa
la testa
per farmi confondere
le confusioni
diradare la nebbia planetaria dagli occhi
rotolati all’indietro per le convulsioni
e così eliminare ogni dubbio futuro
per cancellare i disegni sul muro.

forse ho confuso le confusioni
i dubbi si sono vestiti da assiomi
ma i due pianeti al posto degli occhi
restano in volo per cui
li disegno sul muro. in silenzio. da solo.
ché di queste follie io sono le stanze
che non accettano pareti bianche

Ascolta Planetario letta dall’autore

Dio delle molotov

scritto da Andrea Bonomi

Non temo niente
non spero niente
ma sono uno schiavo
i muri parlano
le parole sono coltelli in bocca
le ferite sono feritoie
le fiamme cercano spazio sull’asfalto
si fanno largo
sembrano lanterne.

Ci sentiamo colpevoli
per le cose sbagliate
per aver lottato fino all’ultimo
neanche una volta
per tornare alla pena dei nostri doveri
a chinare di nuovo il capo.

È il bisogno di vivere
a spingerci fuori.

Questo è un lamento che si canta in coro
ma si balla da soli
appartiene a tutti
ma parla a ognuno.

Dio delle molotov
tigre di vetro
fucile alla gola
pericolo di morte
i giorni dell’ira sono lontani
hanno tolto i muri ai pittori.

Dio delle molotov
sognatore a Parigi
ubriaco a Bologna
senza un soldo lontano
la rivoluzione è l’inizio della vita
e nel vivere
molto spesso s’esaurisce.

Dio delle molotov
testa di cane
figura complessa
uomo che non cede
la città brucia da sola
avvolta in coperte di fortuna.

Quel che rende Dio un Dio
è credere nell’immortalità delle azioni
e nella mortalità dell’uomo
saper riconoscere la poesia negli altri
mettere in discussione la perfezione
eseguire vendette e miracoli.

Occorre contribuire
sporcarsi le mani
diventare fantasma al rumore sinistro delle sirene
le cose rimangono impresse
e come capita l’occasione regoliamo i conti.

Parla, parla, avanti parla
chi è stato?
Non so
non ricordo
non rispondo.

Non ha colore
la voce che ti chiama.

Dio delle molotov
fuoco negli occhi
soldato di strada
espulso dal cielo
le bottiglie volano come palle di neve
profumo di benzina
e poi la fuga.

Dio delle molotov
notte di sole
luce improvvisa
tensione alle stelle
non si lancia una bomba
portando guanti di seta.

Per i fratelli caduti
l’incendio è nella testa
pensarci sempre
non parlarne mai
ci scusiamo per il disturbo
ma questa è una rivolta.
Amen.

Ascolta Dio delle molotov letta dall’autore

Il muro dei colombi

scritto da Andrea Bonomi

L’autobus blu senza numero che ci portava al paese
era così composto: un motore rumoroso,
qualche passeggero che guardava il culo a mia madre,
le prime scritte con il bianchetto
del tipo Craxi ladrone, Piero Pelù ci sei solo tu,
Federico annaffiami le ovaie.
Mia madre mi portava spesso a fare visita
a una coppia di anziani nati
sul finire dell’Ottocento.
Erano i miei trisavoli. Trisnonni
come si dice oggi.
I nonni di mio nonno materno.
Nessuno ha visto i suoi trisavoli.
Io li ho visti. Stavano seduti in una cucina
con la stufa a legna e un televisore. Pranzavo
con un piatto di pasta al pesto.
Lei si chiamava Gemma, lui Cristoforo.
Il dialogo tra noi
era una splendida sinfonia dialettale.
Il sole entrava sempre da una finestra.
Cristoforo era uno dei ragazzi del ’99.
Festeggiò i suoi diciott’anni sul campo di battaglia, a Caporetto.
Quell’uomo, che aveva combattuto contro un impero,
mi portava nelle sue piane
a togliere i lumaconi dal basilico
altrimenti di pesto non ne avrei più mangiato.
Si sa, la pelle del bimbo entra subito in contatto
con le pelle vecchia di un uomo,
di un nonno. Una specie di luccicanza.
Forse perché in parte uguali.
Forse perché il primo ha tanto da imparare
il secondo ha poco tempo per insegnare.
A un tratto, quell’uomo, non lo vidi più.
Rimasero la pasta al pesto e la Gemma
ma la sua poltrona restava vuota.
A forza di domandare che fine avesse fatto, la Gemma mi portò
da quella finestra dove entrava sempre il sole.
Mi disse: “Guarda il muro di sassi, li vedi i colombi?
Adesso Cristò è andato a stare lì con loro.
Tutte le sere, quando chiudo le persiane,
gli mando un bacio. Fai ciao con la mano”.
Cercavo il colombo che gli somigliasse di più
ma facevo molta fatica.
Per la prima volta in vita mia
ero di fronte a una persona che ci aveva lasciati
e l’idea che una volta morto
sarei diventato anch’io un animale
non mi dispiaceva affatto.
Era stupendo, accettabile.
Così andai a scuola e lo raccontai a tutti.
E dovevo essere stato molto convincente
sui bambini
perché una maestra chiamò mia madre
e le rimproverò che la mia immaginazione
era da tenere a bada.

Torno in quel paese
tanto caro a Mario Tobino e Franco Fanigliulo
una volta all’anno, per la festa del vino.
Due anni fa
sono tornato a vedere il muro di sassi
dove vivevano i colombi.
Degli uccelli nemmeno l’ombra di una piuma,
il muro era coperto dai manifesti elettorali.
Così ho preso una sbronza terrificante,
sono andato a casa
e mi sono messo a piangere.
Quella notte di Settembre ho capito
che per il resto della mia vita
sarebbero successe cose come queste.
Che la realtà non accetta la fantasia,
che le persone normali sono nemiche dell’immaginazione
e che la felicità sia molto difficile da trovare.

Ascolta Il muro dei colombi letta dall’autore

Branchi di piccoli intellettuali colorati

scritto da Matteo Di Genova

Branchi di piccoli intellettuali colorati
ballano
davanti a muri di suono pastello giovane giovane
con vestiti che mi dicono cose urbane
da bambini.
E si stancano
e si siedono
e con i crani e con le proprie posizioni sociali
parlano dell’esercito di riserva del capitale,
mentre con le gambe
parlano di quel Dio che ancora non gli è sceso
nonostante tutto il materialismo dialettico
che si sono fumati
in un secolo e mezzo di carta stagnola
appena poco prima dell’ora di pranzo.
Intanto
ad un ritmo frammentato, frastagliato, con lo scheletro africano,
i muscoli di pianola neurale della Germania dell’est
e la pelle di futuro verde chiaro fluorescente
giallo trasparente e viola elettrico
io
sogno.

Sogno
branchi di piccoli intellettuali colorati
che ballano
davanti a muri di suono pastello giovane giovane
e non fanno cose da stronzi borghesi new age tipo prendersi per mano
non gliene fotte un cazzo di prendersi per mano
loro si stringono tra le mani le parole
e se le massaggiano
e ci si infilano le dita e la lingua dentro
e succhiano l’uno/a i
concetti che secerne l’altra/o e l’una/o i concetti che secerne
l’altro/a ma non si vengono solo in bocca
no
hanno tutti i corpi sporchi di significati altrui
di sensi altrui
e mentre uno entra in contraddizione da dietro
l’altra contribuisce alla discussione da davanti
e due si riflettono a vicenda guardando uno
che espone tutta la sua teoria in faccia ad un’altra
porca madonna
non si stancano mai
si scambiano continuamente
questi piccoli intellettuali
(pervertiti a questo punto), colorati
che in tutta questa ammucchiata organico-concettuale
trovano comunque il tempo di ballare
davanti a muri di suono pastello giovane giovane
e poi ci sei tu
che meravigliosamente vibri
e vibri allo stesso ritmo frammentato
frastagliato
con lo scheletro africano
i muscoli di pianola neurale della Germania dell’est
e la pelle di futuro
verde chiaro fluorescente
giallo trasparente
e viola elettrico
al quale vibro io.
E la cosa veramente estatica è che mi vibri proprio qua davanti
guardiamo nella stessa direzione
ci muoviamo allo stesso ritmo
e io posso cingerti la felpa larga morbida da piccola intellettuale colorata
mentre viaggio, ballando,
davanti a muri di suono pastello giovane giovane
e posso avvicinare il mio mento alla tua spalla
da piccola intellettuale colorata
mentre viaggio, ballando, davanti a muri di suono pastello giovane giovane
e questa volta non mi vergogno neanche di chiudere gli occhi
no
perché tu mi hai regalato
un paio di occhiali da sole con la montatura bianca bianca
che oltre a farmi più figo
(perché obiettivamente mi fanno più figo)
servono anche a nascondere il fatto che i miei occhi
stanno già giocando al gioco di sotto le coperte tra di loro
e non vogliono assolutamente essere disturbati,
da nessuno.
Perché loro stanno sognando
contemporaneamente
sia quello che potremmo essere
che quello che ci dimentichiamo di essere
e credetemi è difficilissimo sognare contemporaneamente
sia quello che potremmo essere
che quello che ci dimentichiamo di essere
soprattutto se si è solo un paio di occhi
che stanno giocando al gioco di sotto le coperte tra di loro
al riparo di quel paio di occhiali da sole con la montatura bianca bianca
che mi hai regalato tu.

Ascolta Branchi di piccoli intellettuali colorati letta dall’autore

Quanta nostalgia

scritto da Matteo Di Genova

Quanta nostalgia che provo se ripenso a quel “Quanta”, che c’era prima di “nostalgia che provo se ripenso a”.

Perché diciamocelo questo “questo” è merda in confronto al “Perché diciamocelo” di inizio frase.

Ora ci rivorrebbe proprio un bell’ “Ora ci rivorrebbe proprio un bel” ben assestato, mica come questo “ben assestato, mica come questo” che è troppo sfrontato e moderno, per non parlar del “che è troppo sfrontato e moderno” uuuuu non ne parliamo proprio e dell’ “uuuuu non ne parliamo proprio” ne vogliamo parlare? Nooo

È che non c’è più quell’ “È che non c’è più” che c’era prima di “quell’ “È che non c’è più” che c’era prima di” e la cosa mi destabilizza fortemente!

mi manca “mi”
si stava meglio quando c’era “si stava”
neanche in tempo a dire “neanche” che già arriva “in tempo” a romperti i coglioni!

Erano bei tempi quelli di “Erano bei tempi quelli”, poi da “di “Erano bei tempi quelli, poi da”” in poi è stata una noia! Un segnale di ripresa da “in poi è stata una noia! Un segnale di ripresa da” ma da lì in seguito siamo stati stagnanti forte!

Ma dove stiamo andando, mi domando io. Stavamo andando a “io. Stavamo andando a”, a saperlo prima, non saremmo nemmeno partiti.

Ascolta Quanta nostalgia letta dall’autore

Tamburi di settembre

scritto da Eugenia Giancaspro

Sento il richiamo delle membra di famiglia
o meglio di ciò che resta
ossa sublimate in cenere
è una tenaglia
in cui la carne viva
s’incaglia come un’alga
slancio d’animo arenato
ricordo che porto!
getta l’ancora
perché tanto è abisso
manco profondo /
è mare mio e tuo
è mare nero
e lutto sporco
di benzina
e piombo
sul fondo
e da lì ti parlo come a un sordo
come un sordo.

Io ti vedo sì; ma vedo che sei dimentico
abbandonato
sepolto sotto un cielo spoglio
non un fiore che cresca sulla tua
tomba //
e quando vengo da te
alle cinque meno cinque
cinque meno cinque
cinque meno cinque …

scandisce il tempo il cinquettio
del merlo
e quando il corvo gracchia
il corvo gracchia
gracchia …

riconosco il tumulo
tra mille tumuli
tum tum

tum tum

per le tue membra
oramai ossa
per la tua fossa
ancora sgombra

una preghiera vera adesso
sgorga e affiora

sboccia

come bocca di leone o bella di notte
sboccia la mia preghiera ma dura un attimo
come quel fiore che
sboccia al mattino e subito poi
muore

non ricordo giuro se bocca di leone o che
ma sono le ossa tue che trainano… me
come la gravità dell’atto sul suolo suo //
e resto ferma resto stesa ci posso stare ore
che sia col sole o con la neve con la grandine
o con la pioggia caustica
sotto lo sguardo dell’aquila che Prometeo nutre
lascia che corroda anche il mio cuore “che pulsa
tra i polmoni …
oggi come ieri ci ameremo fino al sonno“.

Sento
l’odore della carne viva
nascono i nipoti figli di cugini
vedo in loro me, sono il futuro che
si palesa in carne e ossa
sono profumi di infanzia
ricordo dei miei anni ’90
una mattina di settembre
il tamburo batte “sono le sette
c’era la messa” c’era la suora
c’era il primo giorno di scuola
ma non c’è peggior sordo del sordo
profondo che non vuol sentire
ma il tamburo vibra nelle mattine
sveglia il sordo che lo sente sulla pelle
sveglia pure l’udente che sente ma non legge
perché il tamburo non fa differenze
arriva a tutti è popolo che si tramuta in tonfi /

Ritorno
ancora terapia intensiva
prego la morte che non torni
in sordina a bussare anche se mi piace
ritrovarla in cantina
libri di conti e notti bianche
ricordi capodanno?
quando spaccato il cranio
mio padre lo avvolse in un panno /

Sento
il richiamo della terra mia
terra natia

terra che volente mi è stata strappata via
terra che trema che annega e che fre-na
terra ferma mentre io fremo per rivederla!
terra di cristiani in fuga e video di Gigione
terra ch’è n’à diaspora che non sa più di religione
terra di fiume che esagerata è n’alluvione
è fiume
che scorre
che scorre a fiumi

connessione e lacci
legami a funi
FUMI

Chiese fluo avvolte nella loro notte e video mapping
terra di rosari trash e prediche di domeniche in streaming
terra! la terra mia marrone come il caffè nero e verde come l’erba
che coltivo ARIA! Mi sei mancata schiva tenuta stagna schiava incatenata creduta pazza spacciata

E non credevo che la vita avesse un sequel.

Ascolta Tamburi di settembre letta dall’autrice

Bambola gonfiabile

scritto da Eugenia Giancaspro

“You have to understand the way I am, mein herr
A tiger is a tiger, not a lamb, mein herr
But I do what I can
inch by inch
step by step
mile by mile
man by man”

Mi hai deluso? sì, ti scuso
scusa ma non sarai il mio sposo
è sceso.. il desiderio, non è vero?
Hei.. non è vero che ti uso
uso essere ciò che sono e cambio
ad uopo / cambio l’uomo come cambio
l’olio ogni sei mesi così fan tutti così fan tutte
sono distrutta per non dire alla frutta
mi stanno strette le tue esigenze
come le mie tette negli abiti
ma tu adibiscimi a ciò che vuoi
io sono come trascinare un carro
pieno zeppo di buoi, ma sei sicuro
che ancora mi vuoi? no perché
mogli e buoi dei paesi tuoi
ma prenditene una nu poc credent
pe fa cuntent a gent
che se po’ nunn’esc nient
sta semp chill’ata nu poc fetient
nu poc a malament che nun s’allamient
pecché nun ten manc i dient
e poi si sa i pompini senza denti
all’inzio lasciano sgomenti ma dopo
sono tutti ben contenti si convertono
alla dentiera come i più ferventi credenti
di fronte all’acqua santiera …
e non lo dico io… lo sostiene Pereira.. //

bambolina… Che carina…
voglio una bambola gonfiabile tutta per me
che gonfio la notte che gonfio di botte
che gonfio perché
lei mi mena
se mi dimeno dentro te!

voglio una bambola scopabile tutta per me
la voglio bona bruna come Beyoncé
voulez vous danser? voulez vous danser?
ne voglio una alla mia mercé
fammi uno chassè uno tre
un pas de puré uno tre e dopo
portami un caffè
uno tre…

Ah-ha, ah sì? vuoi una bambola gonfiabile tutta per te?
che gonfi la notte che gonfi di botte che gonfi perché
lei ti mena se ti dimenti dentro me?
bene allora io voglio un uomo come Action man
lo voglio bono sodo che scenda dal cielo cantando
“It’s raining men! Hallelujah!”
ne voglio uno romantico come Ross con la sua Rachel
Green che mi dica un po’ buffo
voglio suonarti i capezzoli e fargli fare driiiin
Green Day? non li gradisco ma hey se piacciono al mio toy boy T-Jay
allora sì, vai di Green Day, perché poi
diventerò una MILF una GILF
sarò fuori da ogni categoria..
non voglio essere
non voglio essere
non voglio essere
una GIF di me stessa e finire al
Giffoni Film Festival
a guardare un corpo nudo
e dire ‘che toni plastici’
quando in sala i corpi attorno a me son tutti
flaccidi..

Ma ha ragione il Marotti
Noi qui a fare i contest di poesia
per un po’ di applausi, voti e botti
ma la poesia non deve vincere
deve bruciare le pareti di questo bar
le pareti di questa città
le pareti del tuo intestino, non è tenue
la mia poesia è retta come il tuo culo
brucia
le pareti del tuo destino
ancora incrociato a lei
ma io me ne infischio
come il menisco
lo asporto come un chirurgo che froda il fisco
in una bisca…
adesso scusa ma stacco no davvero scappo…

ma non ti preoccupare perché la mia poesia
non è una ma ce ne sono tante, come Laure Palmer
carine Cheerleaders, Miss Twin di sto cazzo
perché poi la notte sono troie si fanno tutti in città
camminano col fuoco, è demoniaca!
hey ma io non giudico
perché anch’ io come lucifero
porto una luce dentro e mi ribello
e se non l’hai capito ti faccio un disegno..
perché io nel mio inferno..
regno.

Ascolta Bambola gonfiabile letta dall’autrice

Non siamo animali

scritto da Arsenio Bravuomo

il numero di cose che dimentico
o che ho dimenticato
ha raggiunto la ragguardevole cifra di
ottomiladuecentotrentuno

dimentico sempre d’esser un po’ impreciso

compreso questo fatto

ho tre palle per giocare
ma non so giocolare
poi una è ovale

da qualche settimana ho scoperto che sono una merda
di persona
non c’entra l’autostima o niente
forse è un modo per ricominciare
or something

mai stato buono a scrivere
o a leggere
è la scrittura che usa me per venir fuori
son solo un medium

l’intenzionalità? mai avuta
so solo ciondolare
so solo che son sempre solo
è tipo un mantra

non aiuta

ho rovinato tre o quattro cuori
forse cinque
cerco di non essere preciso

forse sto solo cercando un modo per uscire di scena
in maniera eclatante
peccato non ci sia un teatro, un palcoscenico, una luce

quindi è tutto inutile
inutile?
inutile

che parola è, inutile

spiego la geometria della palla a epsilon2
pentagoni ed esagoni
e lui mi dice
vedi che qui è rotta?
cioè, gli sto spiegando la geometria euclidea
e lui se ne esce con una cosa così
e rincara
poi vedi che è sporca?
niente, è come parlare a un sordo cieco girato di spalle
con le cuffie
lo guardo vacuo come in un film bulgaro
mi guarda vacuo come non avesse capito
(ha no capito)
se ne va a giocare
lui sa come si fa

oggi ho visto un film meraviglioso
si chiama non siamo animali
la sequenza più bella è al pacino che urla
ramona! non trovo il burro!

la voce di al pacino
altro che giannini
no in realtà sono uguali
(le voci)

uno di quei film che quando finisce ti dispiace
e ti senti ancora più solo
ti senti come se una ragazza ti avesse lasciato ancora
ancora una volta
l’aveva già fatto ieri

una volta avevo una voce nella testa che mi dettava le parole da scrivere
poi il dio degli scrittori mi ha licenziato
e io non dattilografo più

il sesso è sopravvalutato
il cibo è sopravvalutato
l’universo è sopravvalutato
42 è sopravvalutato
il ricordo è sopravvalutato

find some love
then abandon it somewhere
near a beach

find some purpose
then turn it into love
near an easter egg

ogni mattino penso che non può che finire in morte
sarà l’autunno, sarà che son senza sigarette
e il mio cuore animale grosso una noce di burro
chissà dove
l’ho dimenticato

Ascolta Non siamo animali letta dall’autore