Fuga dall’Aracnotesta – Cover, 10

scritto da Marianna Crasto


Segno a mente tra le cose che ho imparato: non scrivere Fasci appesi con la bomboletta spray su un muro. La ragazza che ora mi siede accanto ha scritto Salvatore facciamo la rivoluzione ed è stata comunque presa.
Correggo le cose che ho imparato: non scrivere niente su un muro.
Il poliziotto alla fine ha dovuto farmi lo sgambetto per salirmi sulla schiena e immobilizzarmi. Gli avrei detto di non vantarsi troppo poi in caserma perché insomma potrei essere sua madre, non c’è molto da fare gli atletici, soltanto che faccia a terra sfioravo un sampietrino sconnesso con gli incisivi e la conosciamo tutti bene la scena di quel vecchio film con Edward Norton nella parte del neo nazista. Comunque sia m’ha preso e mi premeva col ginocchio in mezzo alle scapole e ripeteva «Che cazzo corri alla tua età eh? Che cazzo corri?» e sarebbe stato proprio da fargli una partaccia, Non è mica una cosa carina da dire, sai? E comunque se la mettiamo così tu che cazzo mi insegui? Ognuno il suo lavoro, ma il film mi si è infilato in testa e sono rimasta buona per terra. Ci hanno caricate sui blindati e la manifestazione è finita lì.
La fidanzata di Salvatore adesso singhiozza, il mascara le cola fino al mento. Le dico di non preoccuparsi, lo ripeto ad alta voce a beneficio di tutte quelle sul furgone con me «Hey tutte, andrà bene» dico a voce alta e un po’ spavalda perché non ci sono più sampietrini, ma uno degli agenti che è salito con noi dice «Signora, faccia silenzio».
Quello che volevo dire l’ho detto così ubbidisco e comunque almeno questo qui ha usato un minimo di cortesia.

Da ragazza salivo spesso a Posillipo per guardare verso Bagnoli perché subivo il fascino delle rovine dell’Italsider: una struttura rossa e arrugginita vecchia di cent’anni che stava ancora lì a ricordarci l’industria che fu – i camini i forni le emissioni insensate – e ci sarebbe stata per altri cent’anni ancora, sempre più sventrata e rinsecchita, amianto e metalli pesanti a forma di scheletro di dinosauro a due passi dal mare impossibile da bonificare – la distanza tra il carretto delle granite e il bagnasciuga, tra la cabina spogliatoio e le conchiglie. Protetta dall’ombra di un pino secolare guardavo dall’alto e mi piaceva lasciarmi turbare come una sciocca credendo di stare davanti a nient’altro che una fantasia steampunk. Quando hanno demolito tutto, tanti salirono apposta a Posillipo per guardare. Andai molto tempo dopo, una volta finita la ricostruzione: il centro sperimentale Lepidoptera aveva effettivamente la forma di una farfalla, come avevo letto, per richiamare la forma dello sciame di Centri in giro per il mondo. Nelle parti non metalliche era bianco immacolato e ricoperto di consapevoli pannelli solari. Molto più basso dell’Italsider, si amalgamava assai meglio col territorio. «Finalmente la città fa un passo avanti nel futuro» disse il sindaco. Nemmeno un puntino di ruggine.

Camminiamo in fila indiana, la fidanzata di Salvatore mi sta davanti, riconosco solo lei tra quelle della manifestazione. Indossiamo tutte scarpe di tela blu con la suola in gomma, produciamo un leggero fruscio. Lei si gira un attimo, dice «Scarpe da ospedale» con una smorfia schifata. Le sorrido ma non so se mi abbia riconosciuta. Dice ancora «Sei tutta bianca, coi capelli e la tuta sembri tipo un angelo».
«Grazie tesoro» rispondo «ma non credo ci sia concesso chiacchierare».
L’avvocato ha detto che conveniva patteggiare chiedendo di scontare la pena come Risorsa Scientifica. Se ti proponi come Risorsa Scientifica baratti il carcere con 6 mesi al Centro a fare test. Niente processo, spese legali minime. Per aver imbrattato i muri la pena è già severa, ma c’erano da aggiungere i cartelli col disegno dell’utero che bestemmia, senza contare che le manifestazioni di protesta devono essere autorizzate e non lo sono mai da almeno vent’anni.
«Siamo fortunati anche solo a poter valutare questa opzione, signora» ha fatto il mio avvocato, «i froci lì al corteo se lo sognano il Lepidoptera».
Forse ha capito che non credevo alle mie orecchie.
«Pardon» ha detto coprendosi la bocca, come se gli fosse scappato un rutto a tavola.
«Non si verificano più incidenti, comunque, stia tranquilla.»
«Quel caso in Brasile.»
«Ma come fa a paragonare la loro situazione politica alla nostra!»
«E in America.»
«Per i froci è sempre un’altra storia.»
Non ha chiesto pardon questa volta.
Camminiamo di corridoio in corridoio per 20 minuti quando arriviamo dove dobbiamo arrivare: un corridoio pieno di porte. Ci mettono una per stanza e non succede niente per un pezzo.

Perlopiù ci prelevano parecchie fialette di sangue. A volte a qualcuna gira la testa e i medici le portano un dolcino. La fidanzata di Salvatore ha finto un capogiro per averlo: le è andata bene solo la prima volta. Dopo la seconda non l’abbiamo vista per tre giorni.
La mattina c’è il colloquio di gruppo in uno stanzone bianco, il pomeriggio quello individuale in uno stanzone bianco diverso. Ci fanno parlare sempre di quanti bambini vorremmo o abbiamo avuto e perché proprio quel numero, perché non di più, e cosa faremmo se vedessimo un bambino in difficoltà, chi salveremmo tra un bambino e un adulto che stanno entrambi affogando nello stesso momento, e tra un bambino e un cane, e tra un bambino e una bambina. A volte le discussioni sono molto accese e qualcuna tira i capelli a un’altra. Gli omoni della sicurezza trascinano velocemente le ribelli fuori dalla stanza. Altre volte invece pare che abbiamo tutte molto sonno e i coordinatori devono pungolarci per farci parlare e anche se parliamo non sembra comunque che ci interessi molto.
Nei colloqui singoli spesso insistono per sapere cosa pensiamo delle altre in base alle risposte che hanno dato.
Quando di ritorno alla mia stanza percorro i corridoi al contrario, mi faccio un sacco di domande tipo Avrò anche domani qualcosa da dire sui bambini? Riuscirò a inventarmi un nuovo giro di parole per non parlare male delle altre? L’inserviente mi chiude la porta alle spalle e devo sedermi sul bordo del letto per il peso delle risposte che non so trovare. A volte piango, ma leggera più che posso, e spero riuscire a cavarmela anche domani e spero di riuscire a non farmi vedere così dalle altre anche domani.
Poi succede questa cosa clamorosa: lancio la mia scarpa di tela in direzione di una trentacinquenne con i capelli ricci e scuri, la scarpa rotea al rallentatore attraverso la stanza e la colpisce in mezzo alla faccia. Non ho idea del perché l’abbia fatto, non provo nessun rancore nei suoi confronti, e comunque di cosa stavamo parlando durante la seduta di gruppo? Nessuna idea. Mi trascinano via.
Al colloquio individuale chiedo al medico se per caso ci stanno somministrando qualche sostanza. Il medico guarda l’altro medico – girano sempre in coppia – e insieme mi dicono di non preoccuparmi affatto, sono gentilissimi e sorridendo mostrano spaventosi denti bianco ottico senza profondità, come ripassati col bianchetto.
Mi domandano «Può dire di avere una generica fobia verso l’assunzione di medicinali?».
«Ah-ah no, adoro i medicinali in generale. Non era questa la mia domanda.»
«La sua domanda è?»
«Se ci state somministrando qualcosa di strano
«Ha firmato una liberatoria.»
«Sì, e potrei sapere quali sono queste sostanze in particolare
«Naturalmente. Tenga, beva un po’ d’acqua. Ma dica, c’è qualche fobia che la sta affliggendo in particolare, signora?»
Non mi va molto, ma parlare assomiglia a un atto riflesso: qui tutto assume una sfumatura medica. Confesso la fobia delle acque contaminate e delle armi chimiche, delle malattie degenerative, dei tubi e degli scarichi, delle persone che litigano, del centro Lepidoptera nello specifico e non genericamente dei laboratori, della scienza, della tecnologia, non ho paura del Cern per esempio o della stazione spaziale internazionale o dei vaccini o della penicillina.
«Si sta riguadagnando un posto tra le persone per bene, vuole o no riguadagnarselo? Le stiamo chiedendo davvero il minimo indispensabile, tutto considerato» dice uno dei due, quello basso o quello alto o quello pelato, comunque mi risveglio chissà quando nella mia stanza.

Sette ragazze su quindici sono incinte. Contribuirete ad aumentare la natalità dello zero virgola zero zero qualcosa, il personale medico blatera di continuo frasi simili pronunciandole come se fossero di congratulazioni. Le ragazze vincono un’ora di tv sul canale che manda a rotazione commedie romantiche. Non hanno il telecomando. In una delle passeggiate verso le nostre stanze, la fidanzata di Salvatore mi chiede «Di cosa sono incinta?» e a parte stupirmi della scelta lessicale non so risponderle.
Io che non posso rimanere incinta, al quinto mese come Risorsa Scientifica saprei intervenire in caso di apnea notturna del neonato e sono ingrassata di 20 kg. I capelli mi si sono diradati e sono duri e ritorti come la resistenza di una lampadina fulminata. Tra un bambino e una bambina tenterei di salvare entrambi mettendo a repentaglio la vita di tutti e tre: questa è incredibilmente la risposta giusta, lo intuisco durante l’ennesimo colloquio individuale, da una certa piega che prende il sorriso dei dottori. A letto ci ripenso e comincio a ridere nel cuscino: sto solo tirando a indovinare da 5 mesi.

La fidanzata di Salvatore è enorme, capita ormai di vederla soltanto ogni cinque o sei giorni ma è sempre circondata da coppie di medici affaccendati, è impossibile parlarle in mezzo alla quadriglia. Di sera, lei e le altre incinte vengono riportate alle stanze in sedia a rotelle. Approfittando della confusione attorno a loro, riesco portarmi in camera un cucchiaio che tengo nelle mutande per 12 giorni e non serve assolutamente a niente: non a cavare un occhio, non a perforare carne, non a scavare tunnel di fuga, non a minacciare ostaggi. L’inutilità del cucchiaio mi spezza a metà così mi do un’occhiata dentro e dentro ci sono io che piango per questa mia debolezza: una vita intera a protestare ma quando arriva il mio momento non so dare una scossa agli eventi foss’anche solo con un cucchiaio. Vorrei farla finita, levarmi di mezzo, e piango ancora di più perché ho solo un cucchiaio. Poi la smetto perché capisco che è colpa degli ormoni e di chissà cos’altro che mi somministrano.
Poi scadono i 6 mesi.

Nel piazzale davanti al Lepidoptera, il sole è così forte che dobbiamo coprirci gli occhi con una mano, così sembra che guardiamo tutte il panorama cioè le auto oltre il cancello.
Mi hanno restituito in un sacchetto di plastica le mie cose: orologio, anelli, portafoglio, cellulare ripristinato alle impostazioni di fabbrica.
Mio marito è poggiato contro la nostra auto. Prima di riconoscermi passa più volte lo sguardo su di me, e lo ributta in mezzo al gruppo. Quando gli arrivo davanti sorride ma si vede che è scioccato. Inizio a pensare a una battuta delle mie ma lui fa prima, mi abbraccia con un movimento nuovo inventato adesso, una postura adatta a contenermi. Stiamo così per un tempo lunghissimo e io lo so che sta piangendo e non vuole che lo veda.
Da sopra la sua spalla rintraccio la fidanzata di Salvatore che raggiunge Salvatore: è un ragazzo magrissimo con i capelli tagliati a scodella. Avrà vent’anni ed è arrivato con un motorino cinquanta che a stento può reggere lui. Si mette le mani sulla testa poi la bacia poi si mette di nuovo le mani sulla testa e insieme guardano il motorino e la pancia enorme il motorino e la pancia enorme come di fronte a un rebus e si baciano ancora.
«Andiamo? C’è un sacco da fare» mi chiede mio marito nel collo e, nell’attesa che sia io a muovermi per prima, bacia l’esatto punto in cui ha parlato.

Siamo circa venti sedute in cerchio ma sul tavolino basso ci sono caffè, biscotti, giornali e siamo in un salotto. Qualcuna è appollaiata sul bracciolo del divano, i nostri mariti e i nostri Salvatore sono al telefono con certi giornalisti stranieri che ancora raccontano quello che succede nei Centri Sperimentali o sul balcone buio a fumare o dietro di noi con una mano sulla spalla. Ogni tanto qualche bambino piagnucola dalla stanza accanto. Ci abbiamo messo mesi a ritrovarci tutte e riorganizzarci. È una serata familiare e spaventosa che ricorda una seduta di gruppo per la posizione delle sedie – lo pensano tutte ma nessuna lo dice – e perché vorrei lanciare la mia scarpa contro Anna e Lucia e una ragazza nuova di cui non so ancora il nome. Hanno preso la parola e hanno chiesto se vale la pena ricominciare ancora una volta tutto da capo, se vogliamo mandare altre al Lepidoptera, far loro avere figli con la forza o farle ammalare o peggio e forse dovremmo smetterla di imbrattare i muri e protestare se la pagheremo così cara, e parlando indicavano di volta in volta me, una che aveva partorito, un’altra con un grosso foulard colorato in testa.
Quando hanno concluso si sono sedute e noi altre siamo rimaste tutte in silenzio con i nostri fogli in mano che pesavano un quintale perché su c’era disegnato a matita il percorso della prossima manifestazione e c’erano abbozzate le grafiche da farci certi poster e ne stavamo parlando già da un paio d’ore anche via Skype con le coordinatrici di altre città.
Poi qualcuno ha borbottato che sono gli stronzi a farsi i fatti propri, stavano chiedendoci di girare le spalle Anna, Lucia e quell’altra nuova? e allora tutti hanno iniziato a urlare e chi si è schierato da una parte e chi dall’altra e urlano ancora, saranno quindici minuti.
Io sto in silenzio, mi guardo le scarpe e me le tengo ai piedi, nonostante il primo impulso. Segno a mente tra le cose che ho imparato: gestione della rabbia. Ma la lite attorno continua e un paio di bambini si sono svegliati per le grida e piangono oltre le pareti. Mi domando se non abbiano ragione, se tutto questo porterà a qualcosa, forse no e comunque non so a che costo, e mancano ancora delle ragazze e dei ragazzi all’appello dopo tutti questi mesi. Inizio a fare i conti – quanto tempo è passato dalla manifestazione, quanto per le prime udienze, chi ha fatto richiesta dopo, chi prima, chi ha scelto il carcere – ma mi perdo subito tra le facce che immagino e che mi mancano, e le urla nella stanza. D’un tratto raggiungo una specie di soglia che non sapevo di avere e tutto si fa muto. Mi trovo immersa in questo silenzio che è solo mio e mi viene in mente che stiamo andando per forza da qualche parte perché almeno una cosa l’ho imparata. Così correggo la lista: non farsi scoprire a scrivere Fasci appesi sul muro.
Non farsi scoprire.
Alzo la mano nella baraonda e aspetto che mi diano la parola.

Tratto da «Fuga dall'Aracnotesta», scritto da George Saunders.

Esule – Cover, 9

scritto da Francesco Follieri


Come ogni mattina, prima dell’alba, Alfonso si preparava ad alzare la saracinesca dell’edicola, a ricevere i quotidiani e subito dopo i primi anziani insonni, ansiosi di continuare a praticare le proprie abitudini.
Da anni, da quando era accaduto la prima volta, e poi la seconda e la terza, con la coda dell’occhio, controllava che dall’altro lato della strada, vicino al parchimetro, non ci fosse l’esule. Potevano passare settimane, mesi nei casi più fortunati, ma prima o poi sarebbe ricomparso, Alfonso lo sapeva e l’idea lo gettava nello sconforto. Non era mai riuscito a disinteressarsi di chi manifestava sofferenza, la sua edicola, con gli anni, era diventata un presidio, dapprima del quartiere, poi, sparsasi la voce tra i pazzi a vario titolo, in mezza città. Sua moglie gli vietava di portarli in casa e questo almeno, senza nemmeno sporcarsi la coscienza più di tanto, gli permetteva di tracciare dei confini.
L’esule non aveva cercato l’edicola come tanti altri pazzi e in verità non cercava nemmeno aiuto, né da lui né da altri. Questo fatto rendeva Alfonso ancora più stanco e depresso. Perché lo faccio? si chiedeva. Perché non mi faccio gli affari miei come tutti gli altri e lo lascio lì, con i vestiti di sua sorella e i suoi lavori a maglia? Non aveva mai trovato una risposta. Invece di cercarla con più determinazione, lasciava l’edicola, riportava l’uomo in casa, fino al settimo piano, fin dentro il grande appartamento. Una volta in casa, l’uomo ringraziava, chiudeva la porta e per molte settimane restava un uomo di mezza età, si sarebbe scambiato per un vedovo. Usciva per fare la spesa e poco altro. Una volta a settimana andava nell’unica libreria della città, ritirava i libri che aveva ordinato, non guardava quelli esposti in vetrina, non si fermava a chiacchierare, pagava e andava via. Questo gliel’aveva detto la libraia, che era meno curiosa di lui ma più pettegola. Anche lei, però, aveva poco da rivelare e in realtà annotava mentalmente gli acquisti dell’esule più per abitudine che per interesse, come faceva con quasi tutti i clienti, tranne a Natale, quando il lavoro era troppo per potersi distrarre.
Così Alfonso ci aveva messo parecchio a scoprire qualche dettaglio della vita dell’esule, nel frattempo l’aveva sempre aiutato a rientrare in casa, dovendolo sostenere con tutte e due le braccia, perché l’uomo, quando usciva con i vestiti della sorella tra le mani, come tenesse una persona viva, era come svuotato di ogni forza e di ogni resistenza, un peso morto. Se Alfonso non l’avesse tirato su, con pazienza, a ogni ricaduta, sarebbe rimasto lì, sempre nello stesso punto, con le mani nei capelli, come lo trovava tutte le volte, e i vestiti da donna a terra, di fianco a lui. Nell’unica occasione in cui non si era precipitato, l’esule aveva fatto in tempo a buttare le chiavi di casa in una grata, per fortuna dava nel parcheggio sotterraneo della stazione e con una torcia e molta buona volontà si riuscirono a ritrovare. Alfonso gli chiese perché l’avesse fatto. L’esule dapprima non rispose, poi disse che nessuno doveva più entrare nella casa, che era occupata e che ormai bisognava lasciarla andare, persa, per sempre. Anzi, tornare era pericoloso. Meglio essere esuli che vivere lì. Fu da quel giorno che Alfonso cominciò a chiamarlo l’esule, anche se bisogna precisare che usava il nome solo con sé stesso, e del resto con chi avrebbe dovuto, non c’era anima viva a cui interessasse la storia o il nome di quell’uomo. Nessuno ne sapeva niente. Era comparso a Nocera dal nulla, a chiedergli come si chiamasse si otteneva solo il nome di sua sorella Irene, o di qualche immaginazione di sorella, perché questa Irene non si era mai vista e per di più non aveva una vita reale, non aveva marito, né interessi, un lavoro, nulla di nulla, solo si limitava a confezionare piccoli lavori fatti a maglia o all’uncinetto che l’esule portava con sé insieme ai vestiti da donna quando stava male. Alfonso, da tempo, cominciava a sospettare che li facesse l’esule stesso, per giustificare l’esistenza di questa Irene, che forse era morta, forse non era mai nata, di sicuro non era lì, se non nella fantasia o nella memoria dell’esule.
L’esule parlava un italiano impeccabile, senza nessuna inflessione dialettale, ma capiva il dialetto perfettamente. La prima volta che Alfonso lo raccolse dal marciapiede, nel punto vicino al parchimetro, si lamentava di una casa. Alfonso gli chiese dove abitasse, gli sembrò la cosa più ragionevole da chiedere. L’esule rispose che fino a quel momento aveva abitato lì, indicando con il dito il palazzone in Via Roma e sostenendo, subito dopo, che da lì si potesse vedere il parco in Rodríguez Peña. Solo settimane dopo Alfonso scoprì che parlava di Buenos Aires, tuttavia non gli sentì mai pronunciare alcunché sulla città o sull’Argentina, nemmeno negli anni seguenti, come se il mondo iniziasse e finisse nella biblioteca la cui finestra dava su Rodríguez Peña, né l’esule parlò mai in spagnolo. Quel poco che diceva, sempre riferito alla sorella Irene o alla casa, porzioni di casa, un cassetto in camera, un libro in biblioteca, un tratto di corridoio, le pronunciava in un italiano impeccabile, da telegiornale, che lo definiva straniero più di ogni nome possibile. Nessuno a Nocera parla così, nemmeno i professori di liceo, tantomeno il Sindaco, ché non lo voterebbe nessuno se parlasse una lingua diversa da quella dei suoi elettori.
Alfonso ringraziò la buona sorte e, per non sbagliare, anche la Madonna, l’esule era rimasto in casa. In tempi recenti la sua fede, che peraltro non era mai stata incrollabile, oscillava verso uno scettiscismo stanco, causato dalla morte del prete del quartiere (il suo sostituto non aveva il minimo carisma) e da troppi anni di lavoro in edicola, con levatacce prima dell’alba e lunghissime giornate a guardare la gente passare, entrare e uscire dalla stazione, nessuna traccia del Signore, solo pazzi, tossici, alcolisti, gente che sapeva evidentemente odorare la sua incapacità di tirarsi indietro. 
Un paio di volte era stato costretto a chiamare la Polizia ed era sempre stato molto imbarazzante. Spiegare che sì, era stato lui stesso a dare troppa confidenza, a permettere a quell’avanzo di galera di stazionare per ore davanti alla sua edicola, circondata da bottiglie di birra e cartoni di vino, era una prova così faticosa che la maggior parte delle volte, se poteva, si limitava a pulire la sera, da solo, prima di tornare a casa, a contenere gli eccessi di chi non era in grado di controllarsi da solo; i poliziotti o i carabinieri lo guardavano come uno scemo e un paio di volte l’avevano rimproverato duramente. Anche sua moglie lo faceva e per di più con maggiore frequenza, per cui doveva fare attenzione a non lamentarsi troppo la sera, a casa, o avrebbe finito per dover litigare. Potremmo guadagnare di più, gli diceva. Alfonso si tratteneva dal risponderle che in edicola ci andava da solo, tutte le mattine, da trentacinque anni, da quando ne aveva sedici, e che lei non si era mai vista. Potrei, io, guadagnare di più, avrebbe dovuto dire, se avesse voluto risponderle, ma questo desiderio non si affacciava mai davvero. Alfonso preferiva tacere, evitare di discutere, mangiare velocemente e farla finita con l’intera giornata. Gli piaceva guardare i quiz alla televisione, gli sarebbero piaciute anche le telenovelas ma aveva vergogna di confessarlo alla moglie, così si limitava a leggere le trame riassunte sui settimanali, di giorno, nei momenti in cui riusciva a ritagliarsi qualche minuto per sé, in edicola, di solito verso l’ora di pranzo.
Prima di addormentarsi, quella sera, pensò di nuovo all’esule. Sua moglie già dormiva, la casa era silenziosa, si sentiva solo il rumore del motore del frigorifero. Casa loro era piccola, quattro stanze in tutto, compresa la cucina. Altro che biblioteche da cui guardare i parchi. Del resto non c’erano parchi lì.
Senza rendersene conto, con gli occhi chiusi, si scoprì a temere che l’esule morisse, che non si potesse più scoprire come fosse arrivato in quella casa enorme, se Irene fosse mai esistita. Capì che avrebbe desiderato entrare in quella casa, scoprire cosa si vedeva davvero, quale pezzo di Nocera, dalla finestra che avrebbe dovuto affacciarsi in Rodríguez Peña, aprire i cassetti e trovare i lavori a maglia, l’esule gli era simpatico, era questa la verità. Gli altri li aiutava perché era fatto così e ormai non cambiava più, ma l’esule aveva qualcosa, non era in grado di indentificare cosa fosse, ma si sentiva vicino a quell’uomo ordinario che ogni tanto scappava. Non sarebbe mai accaduto, Alfonso lo sapeva bene, ma gli sarebbe piaciuto mettergli una mano sulla spalla, andare o tornare insieme a lui in Rodríguez Peña a vedere questo parco, l’esule avrebbe letto i suoi libri e lui i settimanali da casalinga che gli piacevano, tanto a Buenos Aires chi lo conosceva, non correva il rischio di passare da scemo. 

Tratto da «Casa tomada», scritto da Julio Cortazar.

La dismissione delle cabine telefoniche – Cover, 8

scritto da Sara Mariotti


Sua madre, da quando era rimasta vedova, aveva cambiato il lato del letto; diceva che gli odori non se ne vanno, impregnano il materasso e i cuscini, lei li sentiva.
Prima di morire d’infarto suo padre aveva litigato con sua madre per colpa di quei terreni che aveva ereditato da un lontano zio, non ne voleva sapere di venderli, erano andati a dormire senza dirsi una parola: nessuno dei due aveva immaginato che sarebbe stato per sempre. Continua a leggere

So che puoi comprendere – Cover, 7

scritto da Carmen Barbieri


Come quella storia del cane muto e della papera sottomessa. Lui un tempo ci rideva. Ora gli saliva la brina negli occhi quando Lei riattaccava a raccontare. Si distraeva moltissimo, soprattutto nella parte in cui Lei ripeteva il pezzo della papera che si lascia strattonare sulle strisce pedonali dai bambini delle scuole elementari. Era tutto un lastricato di mani e di piedi – diceva Lei – che l’avrebbero potuta portare via. Lui aveva inventato un trucco per farla smettere di parlare. Voltava la testa a sinistra procurando in Lei la paura di perdere il controllo della macchina, uscire fuori strada o, peggio, finire morti in uno scontro frontale con le macchine che avanzavano in direzione opposta a quella loro. Solo così Lei faceva immediatamente silenzio e Lui tornava a guardare dritto davanti a sé. Continua a leggere

Febbre romana – Cover, 6

scritto da Marco Morana

Grace Ansley e Alida Slade si erano conosciute a Roma ventitré anni prima. Durante il semestre trascorso all’Accademia di via di Ripetta, le due ragazze avevano rivelato temperamenti innegabilmente opposti; eppure, ciò non aveva impedito che – per un singolare incastro di anime – la loro amicizia si assestasse prontamente su un delizioso quanto pragmatico equilibrio: Alida, la più florida, invitava la seriosa Grace ai pub crawl clandestini, dandole l’opportunità di dimenticare per qualche ora la malinconia assonnata delle intense ore di studio; Grace, dal canto suo, offriva ad Alida quei turbamenti dell’intelletto che si provano nel prendere parte ad attività culturali, come visitare gli studi degli scultori neoclassici di Campo Marzio o leggere antologie poetiche sui prati immemori della via Appia Antica. Continua a leggere

Il corpo – Cover, 5

scritto da Claudia Petrucci

In principio mi hanno fatta di carta blue back, e di tutte le mie funzioni epidermiche quella antispappolo si è rivelata la più intelligente: in febbraio ha nevicato spesso. Concepita oltreoceano, poi stampata enorme in un capannone della Brianza. Tutti i miei atomi, di dimensione 70×100 centimetri, sono stati composti e appiccicati su superficie piana. Continua a leggere

Colui che sussurrava nelle tenebre – Cover, 4

scritto da Simone Marcelli

Tenete ben presente che alla fine non ebbi una vera e propria visione di qualche orrore. Ho dovuto piuttosto dedurre la verità di quel terrore che sin dalla prima delle e-mail angosciate e strane di mia sorella Roberta avevo sentito sorgere tra i miei pensieri consapevoli, come un intuito per la perversione di quel male. Ma non ebbi visione: solo gli elementi di inquietudine che ora metto insieme per mostrare, per esibire alla cittadinanza, a monito. Continua a leggere

Walter – Cover, 1

scritto da Francesco La Rocca

Abitando a Zurigo avevo imparato che gli orologiai hanno ferie in luglio, così, guardando l’autostrada, potevo riconoscerli dalla targa; se era luglio.

Da bambino facevo molta attenzione ai dettagli e a scuola avevo un rendimento notevole. Quando c’era del tempo libero, costruivo paracadute coi sacchetti di plastica e eliche con i cartoni. Se andavo in campagna creavo biosfere dentro vecchie pentole, imprigionavo lucertole e sezionavo girini. Al mare facevo lo stesso, ma con animali diversi e dentro secchi o bacinelle. Per questo, e alcuni altri motivi, spesso mi dicevano che da adulto potevo essere uno scienziato, e magari diventare come Jaques Cousteau, che andava anche in televisione. Continua a leggere