Notte di terra

scritto da Natalia Guerrieri

[Anticamera della morte, nascita: quarto capitolo. Leggi gli altri]

La legna ardeva nella stufa e Chiara stringeva fra le dita gelate una tazza di tè caldo. Era tè scaduto, l’aveva trovato per caso in fondo a un ripiano della credenza. Rosa non beveva tè e nemmeno tisane, li considerava rimedi buoni giusto per il mal di pancia. Aveva comprato quelle bustine chissà quando, forse proprio in occasione di una convalescenza. Ma Chiara aveva voglia di tè caldo, cosa poteva farle di male, dopotutto. Rosa armeggiava fra le pentole della cucina. Il vicino le aveva portato un pezzo di manzo abbastanza grosso e alcune cartilagini.
Chiara continuava a tenere lo sguardo fisso sulla stufa. Non sapeva cosa fare, se parlare di ciò che aveva visto a qualcuno oppure no. Forse avrebbe dovuto dirlo alla polizia, poteva servire per le indagini sul fatto. Certo, quell’ammasso di pezzi di bambole non era normale, e non c’era nessuna spiegazione logica al fatto che si trovasse in quel posto. Chissà da quanto tempo era lì. Il fetore di quel luogo le aveva impregnato le narici al punto da imprimersi nel suo ricordo. Le sembrava di sentirlo ancora. Socchiuse gli occhi e infilò il naso nella tazza, per annusare il vapore caldo e profumato. C’era anche un altro fatto che avrebbe faticato a spiegare a chiunque. Perché si trovava lì, perché ci era andata? Non ne era sicura, ma sospettava che avrebbero potuto quantomeno accusarla di effrazione o qualcosa del genere, violazione di proprietà privata. Immaginò che l’avrebbero intervistata, che Rosa l’avrebbe vista di nuovo sul canale locale e le avrebbe chiesto spiegazioni, spaventata e confusa. Il suo nome sarebbe stato nuovamente ricollegato al fatto e allora la polizia forse avrebbe voluto sapere di più, l’avrebbe interrogata. Cosa c’entrava lei, dopotutto, con quella storia?

La notte fu invasa dagli incubi. Correva, in un campo, con accanto il cane. A un certo punto lui spariva nel canale. Chiara lo chiamava, gridava, ma non riusciva a ritrovarlo. Poi eccolo ricomparire, ricoperto di terra. Aveva una voce umana, vagiva come un neonato, poi tra il pelo arruffato del suo muso cresceva il volto di un bambino, con i denti e gli occhi scuri, neri, marcescenti. E Chiara si trovava d’un tratto coperta di sangue, il suo ventre squarciato in orizzontale buttava fuori flutti di liquido rossastro, appiccicoso e caldo, impossibile da contenere.

Il giorno arrivò presto. Chiara si risvegliò sudata, con la pelle irritata dal contatto con la coperta di lana fatta a mano da Rosa. Andò in bagno, si lavò la faccia con l’acqua fredda. Aveva le palpebre gonfie e la bocca secca, come se durante il sonno avesse pianto. Era lunedì. Sarebbe dovuta tornare in città. I colleghi d’ufficio, i faldoni impilati sulla scrivania, il computer vomitante e-mail e notifiche le apparivano come immagini stonate provenienti da un’altra dimensione. Scese al piano terra, Rosa dormiva ancora. Mise sul fuoco la vecchia caffettiera e bevve due tazze di caffè nero nel silenzio della cucina. Quindi raccolse la sua borsa da terra e si avviò verso la Panda parcheggiata in cortile. Tutto intorno era silenzio e nebbia. Mettendo in moto, si sentì definitivamente strappata a un sogno. Iniziò a guidare verso la realtà, verso il rumore, verso il mondo degli umani, abbandonando quelle terre dimenticate, affossate dietro l’argine del fiume, inghiottite dalla foschia.

Tutti i giorni, in ufficio, erano uguali fra loro. Come impiegata, Chiara non si distingueva né poteva essere giudicata peggiore degli altri. Semplicemente, quello che faceva non le interessava. Si trattava di commutare il tempo in denaro. Tanto tempo per poco denaro, a rifletterci. Ma aveva uno stipendio regolare e il venerdì di solito poteva staccare a metà pomeriggio e fingere che il suo piccolo e buio ufficio pieno di computer e polvere non esistesse più, almeno per un po’. E questo era esattamente ciò che stava iniziando a fare in quel momento, guidando verso la Bassa, con la sua sacca buttata sul sedile del passeggero, tornando finalmente alla casa di via Matteotti.
Si andava ora verso la metà di dicembre e le giornate si estinguevano in fretta. Al suo passaggio, i campi, la strada e le case che punteggiavano la pianura erano immersi nell’oscurità.

Domenica di sole fredda

scritto da Natalia Guerrieri

[Anticamera della morte, nascita: terzo capitolo. Leggi gli altri]

La mattina seguente in via Matteotti non c’era un’automobile, né un passante. Le domeniche, nella Bassa, riuscivano a apparire perfino più desolanti degli altri giorni.

Stavano sorbendo il caffè in silenzio, era ancora molto presto, quando qualcuno bussò alla porta. Rosa riceveva poche visite e quel giorno non aspettava nessuno. Borbottò qualcosa e Chiara si alzò per andare a aprire, premendosi il maglione sul mento.
Nella cornice della porta, si stagliò una donna dal busto straordinariamente largo. Aveva la pelle rossastra e piena di venuzze, come se gliela avessero appena sfregata con violenza, e due occhi liquidi che non sembravano mettere a fuoco nulla. Sembrava faticare a reggersi sulle gambe. Era Alda, detta l’Aldina, considerata da tutto il paese una specie di bambinona inoffensiva. Non si era mai sposata e non aveva nessuno. Viveva in una misera casetta dimenticata in mezzo alla campagna. Qualcuno diceva che una volta, tantissimi anni prima, quando era ragazza, avesse avuto un aborto. Non si era mai saputo chi avesse potuto metterla incinta e Rosa non aveva mai voluto esprimere pareri a riguardo. Dopo quel fatto, che fosse reale o solo frutto delle dicerie, l’Aldina non era mai più stata avvicinata da nessuno.
La donna si appoggiò al muro con aria sperduta chiedendo di Rosa. Chiara tornò dentro e chiamò la nonna, dicendo che c’era l’Aldina alla porta. Ormai la conosceva anche lei, era abituata a vederla fin da quando era piccola. Un tempo le faceva paura, con quelle grosse mani tremolanti che sembravano volerti afferrare, ma poi crescendo aveva cominciato, come tutti, a provare per lei un misto di pietà e repulsione. Rosa era l’unica che dimostrava un’insolita pazienza nei suoi confronti, era capace di offrirle il caffè e di tenerla con sé anche un’ora prima di dirle che aveva da fare, mentre alcuni in paese reputavano superfluo perfino salutarla. La invitò a entrare per un goccio di caffè, mentre Chiara si infilava le scarpe e la giacca per uscire. Uno strano fetore accompagnò l’ingresso in casa della donna e Chiara fra sé sperò che si fermasse il meno possibile. Mentre si richiudeva la porta alle spalle, si chiese se l’Aldina la riconoscesse o se per lei la sua presenza in casa di Rosa fosse un evento paragonabile al vento che smuoveva le cime degli alberi o a una pioggia leggera.

Versò nella ciotola del cane un po’ di riso avanzato dalla sera prima. Un raggio di sole si faceva strada tra gli strati di nubi, pallido e incerto. Faceva meno freddo del giorno precedente. Chiara attaccò il guinzaglio al collare e iniziò a tirarlo verso la strada.
Quando arrivarono all’altezza della casa arancione, non svoltarono verso l’argine. Il cane dava segni di voler proseguire in quella direzione, la strada di sempre, ma Chiara glielo impedì tenendolo legato. Proseguirono ancora sulla strada asfaltata per qualche centinaio di metri. Quella camminata faceva bene a entrambi, ossigenava le menti, sgranchiva le gambe. Sul vialetto di una casa, Chiara vide una zucca. Stava marcendo, ridotta ormai a una specie di poltiglia. Il cane tirava il guinzaglio, voleva annusare, ma Chiara lo portò via. Prima di andarsene, fece appena in tempo a vedere la tenda scostarsi e richiudersi dietro il vetro di una finestra.

Dopo ancora un centinaio di metri, svoltarono. Ora si poteva andare verso l’argine, Chiara liberò il cane e rimase a guardarlo correre fra la strada sterrata e il prato. Continuò a camminare, perdendolo di vista. La sterrata era fiancheggiata da un canale. A un certo punto si accorse che il cane era scomparso. Iniziò a chiamarlo e accelerò il passo. Dopo un po’ lo vide riemergere, coperto di fango, dal canale. Aspettò che si scuotesse e si rotolasse per terra e gli andò incontro, ammonendolo con qualche parola secca. Pulirlo sarebbe stato impossibile e Rosa l’avrebbe rimproverata per averlo fatto inzaccherare così. Il cane di per sé sembrava soddisfatto, la guardò con una felicità ebete, estemporanea, e fece per rituffarsi di nuovo giù. A nulla servirono le grida di Chiara, che lo rincorreva. Lo raggiunse, ansimando. La parete di terra scendeva gentilmente verso il basso, costellata di erbacce e rifiuti. Il cane si era fissato su un punto fangoso, annusava e cercava di afferrare qualcosa con i denti. Vedendola arrivare abbaiò. Lei lo chiamò ancora, inutilmente, non aveva nessuna voglia di scendere sul fondo per recuperarlo. Già altre volte era capitato che il cane facesse una simile cerimonia per aver scoperto la carcassa di una lepre, di una nutria o di un gatto. Dopo essersi fatto chiamare per un bel po’, prese qualcosa con i denti e si convinse a risalire. Appoggiò il suo bottino sulla sterrata, schizzando fango da tutte le parti. Era uno straccio, un pezzo di stoffa. Chiara lo rigirò con il piede. Sembrava il pezzo di una maglietta. Azzurra, con una specie di faccia gialla e marrone disegnata sopra. Il muso di un cane sorridente.
D’un tratto il ricordo della mattina prima le attraversò la mente, vivido. Il cuore iniziò a batterle in petto e la mente, all’opposto, iniziò a mettere in campo tutti gli strumenti della razionalità per farla calmare. Uno straccio in un canale non significava niente. Uno straccio avrebbe potuto finire nello scarico come qualsiasi altro oggetto; non c’era nessuna connessione con il fatto. Tuttavia, Chiara si guardò intorno e mise a fuoco due case, separate da un centinaio di metri l’una dall’altra, che dovevano entrambe scaricare nel canale. Una sembrava abitata, dal davanzale pendevano panni stesi. L’altra invece aveva l’aria di non ospitare nessuno da tempo. Chiara si lasciò trascinare avanti dai suoi stessi passi. Non pensava più al cane, che le correva appresso. Una sorta di curiosità spaventosa, che avrebbe voluto respingere, la portava ad avanzare verso la casa disabitata.
Quando fu vicina al cancello, si fermò. Era chiuso ma un buco nella rete poco più avanti, circondato da una siepe selvaggia, costituiva un passaggio perfetto. Forse era già stato usato. Ci ragionò su qualche istante poi si girò, allacciò il guinzaglio attorno al collare del cane e si avvicinò al foro. Il cane abbaiò e lei gli colpì il muso, una volta, severamente, per dirgli di smetterla. Poi lo guardò, inutilmente offeso e incapace di capire. Cercò un albero e lo legò al tronco. L’animale la guardava con occhi sperduti ma non abbaiava più.

Il foro era largo abbastanza perché potesse passarvi in mezzo. Atterrò su un terreno umido. L’erba era rada e spenta e si alternava a zone di terra nuda. La casa era grigia e muta e contro una delle finestre al piano terra erano state attaccate delle assi, mentre sulla porta una vernice rossastra andava scrostandosi. Fece qualche passo nel giardino, tendendo le orecchie. Provava una sensazione simile a quella avuta cospetto della casa arancione. Era come se non fosse lei a guardare la casa ma viceversa. Attribuì quel pensiero alla suggestione, era lei forse che in quelle case voleva trovare un’anima.
Il disegno dell’edificio era insolito per quelle zone, più spigoloso e verticale delle altre costruzioni. C’erano tre piani e in più, su un lato, svettava una sorta di piccola cabina a forma di torretta. Le serrande erano scure e cadenti e Chiara puntò lo sguardo verso una di esse, per un istante le era sembrato di cogliere un movimento.
Salì i tre gradini che conducevano all’ingresso e spinse il legno marcescente con la punta delle dita fino a sentire uno scricchiolio. Qualcosa, dall’interno, stava cedendo. Non fu difficile entrare e si trovò in una stanza buia e spoglia, immersa in uno strano fetore. Un odore animale, come di sudore e feci, pellicce sporche o bagnate. Fece un altro passo e intravide nel buio un piccolo topo che correva a nascondersi.

Lanciò un’ultima occhiata alla porta, come salutando quell’appiglio in grado di riportarla all’aria e alla luce, e si addentrò. Dopo la prima stanza ce ne erano altre, tutte vuote, simili l’una all’altra, e sempre invase da quel puzzo nauseabondo. Per un attimo le attraversò la mente che fosse la casa stessa a emanare quel fetore. Come se una ferita l’avesse squarciata e ora stesse lentamente imputridendo. Arrivata nei pressi delle scale, valutò l’ipotesi di tornare indietro. La casa era un luogo immondo, dimenticato da tutti, non c’era forse nessuna vera buona ragione per proseguire oltre. Poi pensò al cane. Se le fosse successo qualcosa il cane sarebbe stato il segnale che la padrona non poteva trovarsi lontano. E se qualcuno lo avesse slegato? Stornò dalla mente quel pensiero. Qualcuno chi? Decise che sarebbe salita, si sarebbe tolta la curiosità e poi sarebbe finalmente uscita. La scala era parzialmente crollata, probabilmente a causa del terremoto, e a tratti si vedeva lo scheletro di metallo che sosteneva i gradini, oltre il quale si aprivano metri di vuoto. Al primo piano c’era ancora più buio e Chiara andò a sbattere contro qualcosa. Si fece luce con il cellulare. Altre due stanze vuote e poi la terza –

Nella terza stanza il pavimento era ricoperto da giocattoli, o più precisamente, bambole e bambolotti. Teste, mani, gambe, braccia e busti informi. Ce n’erano a decine. Smembrati e talvolta assemblati secondo una logica posticcia e innaturale.
Ora voleva andarsene, si girò di scatto e scese le scale, di corsa. Un piede le si infilò per sbaglio in una fessura e avvertì un dolore pungente. Zoppicando, ritrovò la porta e ci si appoggiò contro per uscire.
Appena fuori, respirò avidamente l’aria dell’esterno. Ritrovò il punto nella siepe nel quale c’era il passaggio e ci si infilò.
Fece qualche passo sulla strada poi cercò con gli occhi il cane. Non c’era più, legato all’albero. Non c’era nemmeno il guinzaglio. Lo chiamò, guardandosi intorno, con voce angosciata. Infine, dal fondo del campo lo vide correre verso di lei, rispondendo al richiamo, fino a raggiungerla. Trascinava dietro di sé il guinzaglio, che era nero di terra. Lo afferrò, imbrattandosi le mani, e facendosi guidare si rimise sulla strada di casa.

Due novembre

scritto da Natalia Guerrieri

[Anticamera della morte, nascita: primo capitolo. Leggi gli altri]

La fila di zucche appoggiate sul muretto tra le due fattorie sprofondava sotto la pioggia leggera ma continua che assillava la Bassa dalla sera prima.
Sembravano facce di spiriti dispettosi, determinati a sghignazzare fino all’ultimo istante prima di sciogliersi, nonostante l’assillo dei moscerini e delle muffe e l’acqua che imputridiva le morbide bucce arancioni. Di una di esse non rimaneva che il coperchio, come se il resto si fosse dissolto nell’impatto con le pietre e la calce sottostante a seguito di un incidente.
La scena di un crimine, pensò Chiara per un istante, rigirandosi quel trito e televisivo accostamento di parole in bocca. Non riuscì però a sorridere, nemmeno per un momento. In quelle fattorie abitavano bambini. Continua a leggere