German Plaza Work

by William VanDenBerg

Chiamò quell’arte tedeschia. Le chiesi cosa significasse. Rispose: «Tedesca, ma con la i». Rompemmo le cornici, strappammo i dipinti dai loro telai. Lei raschiò via il colore e io lo mangiai. Bruciò quel che ne era rimasto e tenne la testa sospesa sopra al fuoco. La cenere le incrostava la faccia.
Facemmo a pezzi il museo nazionale. Le statue con le braccia? Gliele rompemmo. Le statue senza braccia? Gliene incollammo di nuove. Una Madonna con le braccia gonfie di Ercole, un nudo di Elena con i polsi sottili di Cristo. Strillammo avanti e indietro per i corridoi, urlammo ad ogni passo.
Quella notte, i dipinti rimasti divennero bianchi. Le sculture tornarono a essere blocchi di marmo. Nelle cantine trovammo una pila di dipinti a olio alta un metro. Il dipinto in cima stava cominciando ad asciugarsi. Lei infilò un dito nel colore, bucando la crosta, e lo estrasse imbiancato, con una punta di blu. La pila sembrava un mostro. Quando ci mettemmo sopra le mani emise un ronzio.
Lo prendemmo per un rifiuto e scappammo. Read More

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Variazioni per ospedale

by William VanDenBerg

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Stavi piantando bulbi in giardino quando il tuo braccio sparì. “Riesco a sentirlo,” dicevi, “ma non riesco a vederlo.” Ci eravamo messi insieme la primavera precedente, e quest’anno volevi i fiori. Abitavamo in una casa insieme a molti altri. La scomparsa non era, in realtà, un’emergenza, quindi decidesti di non chiamare l’ambulanza. Guidai fino ad un vicino ospedale. In sala d’attesa, un uomo si sgolava cantando estratti da Hello, Dolly!, I Miserabili, e l’integrale di Cabaret. Alla sua mano sinistra mancavano diverse dita. Sette madri partorirono. Le infermiere chiamarono il nome dell’uomo dei musical durante un’interpretazione lamentosa di “Tomorrow”. Urlarono “Trevor!” e lui veleggiò attraverso i battenti di formica oscillanti. Persino i neonati lo applaudirono mentre passava. Attraverso le alte finestre, vedemmo la luce del giorno esaurirsi. Chiamarono il tuo nome poco dopo. Infermiere velate di plastica traslucida ci condussero alla tua stanza. Cercammo di dormire. Tu in una poltrona operatoria, io su una panchina di vinilpelle. Quando il dottore arrivò, guardò a lungo il tuo non-braccio. “Eh già, hai dello sporco nelle vene,” disse. “Lo sporco ostruisce il sangue che permette al braccio di essere visto. È ottica di base.” Dall’interno del camice estrasse un barattolo di liquido argenteo. “Va’ a casa e scolati questo. Magari fa’ meno giardinaggio. Non saprei.” Rientrati a casa, bevesti l’intero barattolo e il tuo braccio tornò. Il sole minacciava di sorgere e il mattino era freddo, mancava poco che ghiacciasse. Ci arrampicammo a letto e ci coprimmo sotto le lenzuola. Ci addormentammo appena dopo l’alba. Read More

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