Stefania Maruelli

È nata a Milano dove vive e lavora di giorno. Di notte scrive racconti, nel weekend scappa a Torino dove frequenta la Scuola Holden. Collabora con alcune agenzie e riviste letterarie.

12 febbraio

scritto da Stefania Maruelli


La macchia poteva essere di vino o caffè, difficile dirlo, quel che era certo è che ricopriva una porzione minuscola della quarta piastrella partendo dal lavandino. Anne la stava fissando da quando lui aveva iniziato a parlare.
«Mi ascolti?»
Se fosse stata di vino avrebbe avuto una sfumatura violacea, ma non era detto, forse il colore era dovuto alla porosità delle cementine in cucina. Se le erano fatte arrivare dalla Francia.
«Anne?»
Senza staccare lo sguardo dalla macchia, lei annuì. Il litigio era iniziato per via di un film ambientato su un treno. Il protagonista, un attore di una certa età, stava leggendo quando una donna gli si era seduta davanti costringendolo a una conversazione.
«Potevi dirmelo che non ti piaceva.»
L’uomo aveva abbassato il libro e detto alla donna che era sposato indicandosi l’anulare col pollice. Una delle due mosse era superflua, aveva pensato Anne, o lo dici o lo indichi. Sovrabbondanza, forse anche arroganza, forse anche una certa debolezza. La donna gli aveva sorriso, mostrato a sua volta la fede, accavallato le gambe. Sofisticata.
«Mi sono solo alzata a bere qualcosa.»
Anne spense il bollitore, versò l’acqua sulla garza dentro la tazza. Anche quella arrivava da un altro paese e da una lunga estenuante ricerca il cui risultato era stato una ceramica che sembrava latta sbeccata. Tornò con lo sguardo sulla piastrella. Forse era caffè.
«Resto qui.»
La malva aveva sporcato l’acqua di un viola intenso per qualche secondo, poi si era fatta indaco. Se se ne fosse versata una goccia su quelle piastrelle porose l’effetto sarebbe stato un celeste.
«Lui è sceso?»
«Cosa?»
«Dal treno.»
«Di cosa diamine parli?»
Accostò la tazza alle labbra e lo guardò. Se ne stava appoggiato allo stipite della porta – RAL 9110, bianco latte, due mesi per sceglierlo – le mani infilate nelle tasche dei jeans, la camicia stirata da tintoria. Non lo aveva mai visto con una maglietta. Sembrava invecchiato.
«Non stavamo parlando del film?»
«No.»
«Mi sembrava.»
Dopo qualche battuta durante la quale l’uomo aveva perseverato nel tenere lo sguardo sul libro, lo aveva chiuso e riposto nella borsa che teneva sul sedile accanto. Una borsa in similpelle. La donna aveva sorriso. Sempre state più acute.
«Non me ne frega niente del film.»
«Allora di cosa?»
La donna aveva preso a raccontargli un aneddoto divertente che Anne non aveva ascoltato, a quel punto si era già alzata e si era spostata in cucina. L’uomo del treno rideva. Lungo il corridoio aveva buttato uno sguardo alle fotografie in bianco e nero appese alle pareti in una composizione geometrica. Scatti di loro due fatti negli anni selezionati allo scopo di apparire felici, ma non troppo autocelebrativi. In cucina aveva acceso il bollitore, guardato fuori dalla finestra le torri della Battesea Power Station, valutato che quei due entro mezz’ora sarebbero finiti a letto. O forse sarebbe successo sul treno, nel cesso o in uno scompartimento deserto, meglio nel cesso. Poi lui era arrivato e si era fermato in piedi sulla soglia della porta, lo aveva visto riflesso nel vetro. Lo sguardo preoccupato.
«Anne?»
Lei si era voltata, seduta sulla Tolix e aspettato che l’acqua bollisse. L’occhio le era caduto di nuovo sulla macchia, sicuramente caffè.
«Lo sai benissimo.»
«Mi sono solo alzata a bere una cosa.»
«Resto qui, fermo il film.»
«Hanno già scopato?»
«Cosa?»
«Quei due, il tizio che non leggeva e la donna attraente.»
«Cristo, Anne.»
A guardarla meglio forse non era né vino né caffè, forse era del 12 febbraio, un segno che non era riuscita a levare. Le piaceva ricordarsi la data, un numero pari di un mese elegante.
«Perché, dici che non scopano?»
«Scopano, sì, ma non è questo il punto.»
«E quale sarebbe? I primi dieci minuti dicono il tema.»
«L’attentato sul treno, quello è il tema.»
«Speriamo lo facciano prima. Preferiresti nel cesso o in uno scompartimento deserto?»
«Mi dici cosa ti prende?»
«Io nel cesso, non l’ho mai fatto. Tu?»
«Preferirei lo scompartimento deserto, torniamo di là?»
«No, dico, lo hai mai fatto nel cesso? Magari con lei.»
«Non dire stronzate.»
«Niente cesso, quindi. Forse allora in camera oscura.»
«Anne, per favore.»
Bevve un sorso di malva, senza miele non sapeva di niente, era solo acqua che avrebbe dovuto distenderle i nervi. Lui fece un passo e le venne vicino, allungò una mano ad accarezzarle un braccio, Anne si ritrasse. La tazza cadde con un suono sbeccato, il blu si allargò in una piccola pozza e subito cambiò colore. Rimase a fissarla.
Quella mattina era stata spinta dalla curiosità, così si era detta. Troppo intelligente per la gelosia. Che ci fosse un’altra lo sospettava da tempo, che fosse più giovane anche, che fosse una sua studentessa era certo. Lo aveva capito dalla frenesia con cui lui aveva iniziato a correre la mattina presto, prima delle lezioni. Metteva la sveglia alle sette, tornava un’ora dopo con le brioche in due sacchetti distinti, faceva una lunghissima doccia. Aveva anche cambiato profumo, una nota di sandalo che l’aveva fatta sorridere. Dieci anni erano tanti. Fino ad allora aveva assistito col dovuto distacco alle corse, alle docce, ai cartocci con le brioche. Quella mattina però aveva aperto quello che lui si portava a lezione, Come premio, le aveva detto. Era appoggiato sulla sua borsa, una borsa di cuoio, sopra il tavolo all’ingresso. Aveva scoperto così che la ragazza le preferiva alla crema, doveva essere magra di quella magrezza che non comporta alcun sacrificio. Il biglietto lo aveva trovato dopo. La ragazza era incinta e lo comunicava con tre cuoricini. Anne aveva annuito con un cenno del mento che riassumeva le albe, le notti, la corsa in ospedale e la regolarità del suo sanguinare. Aveva preso tutte le tazze, le aveva spaccate una ad una sulle cementine in cucina lasciandole cadere con indolenza, poi era passata ai bicchieri, poi ai piatti, poi a tutto il resto. Aveva osservato quel pavimento in frantumi, infine ci si era seduta, aveva preso un frammento di vetro e se l’era fatto scivolare sui polsi. Lui era rimasto immobile, gli ci erano voluti parecchi secondi prima di capire, chiamare un’ambulanza e forse avvisare la ragazza che non sarebbe arrivato con le brioche alla crema.
«Lo sapevo che diventava celeste.»
Si alzò e lasciò la cucina mentre lui raccoglieva i cocci con una rapidità che poteva essere paura, debolezza o rancore. Avrebbe detto rancore. Arrivata alla porta si voltò, lo vide asciugare la macchia con della carta assorbente, chino così le fece tenerezza. Imboccò il corridoio e tornò sul divano. L’uomo rise e la donna si portò una mano alla bocca.