Il ritorno

by Simone Tempia

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Questa storia inizia con il rumore del metallo che sfrega contro il metallo. Un suono acuto come quello dello sportellino di una cassetta delle lettere che si apre e si chiude. Poi c’è un altro suono, più basso: è il tonfo grasso di un portone di legno spinto con troppa forza. Poi è il turno del battere ritmico e ovattato dei passi sulle scale, un brillare di chiavi che si scontrano l’una con l’altra e alla fine l’indefinibile miscela di vetro, ferro e legno della porta di casa. Un attimo di silenzio.
«È arrivata una lettera».
Michela spunta dalla cucina. Ha in mano un asciugapiatti a righe rosse e gialle. Si appoggia con la spalla sullo stipite della porta e chiede:
«Una cosa grave?»
Matteo non la sente. È seduto e strappa con delicatezza la busta verde, ne estrae i fogli, li guarda. Se qualcuno lo vedesse ora penserebbe che sia finito dentro la busta appena aperta e che il corpo sia solamente un grande cartello con scritto “torno subito”.
Passa qualche secondo. Poi Matteo alza gli occhi. Fissa Michela.
«Rimandano papà a casa».
A questo punto, però, è necessaria una piccola spiegazione.
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