Pierpaolo Lippolis

Pierpaolo Lippolis, classe 95, è laureato in Lettere curriculum classico a Bologna. Attualmente vive a Venezia, dove frequenta il corso di design della moda allo Iuav.

Archeologia domestica

scritto da Pierpaolo Lippolis

Restituire anche la parola.
Gli va stretta, non si chiude
la cerniera. Se ci prova
non riesce a respirare.
Tentare di farsi rimborsare.

Andrea Bajani

Lavare i piatti come si lavano i denti dei morti dissotterrati a Pompei. Lavare e togliere lo sporco con colpi secchi, far stridere le superfici, parte per parte. Strusciare finché la mano non è stanca e indolenzita.
Sotto il sole cocente di Pompei, negli scavi, la terra bagnata faceva puzzo, ma bisognava sfregare i pezzi di ceramica o le mandibole di cani antichissimi finché non erano pulite. La notte si continuavano a sognare quelle minuzie di mondo, quei reperti inutili da campionare. Se c’è una cosa che ti insegna l’archeologia è il senso delle cose, soprattutto di quelle piccole. A un certo punto diventa una questione vitale: prendersi cura dei microcosmi. Sogni anche i lombrichi e gli altri vermi che vedi strisciare nella terra sventrata, ma ne hai rispetto. Il giorno dopo ti svegli e ricominci. Così lavi i piatti a casa, con quella premura morbosa. La cena è finita, gli amici se ne sono andati. Parti dalle posate, una passata grossolana, le sciacqui e le infili nello scolino. Poi le pentole, bisogna sgrassarle con la retina. Poi i piatti, che danno soddisfazione, la mano compie giri circolari in trance. Poi i bicchieri, con un’altra spugnetta. Ti annoiano: pulisci bene il fondo e poi sempre una passata sul bordo, dove poggiano le labbra. Infine i calici con cura, come con gli ossi o con i pezzi di intonaco, i più delicati tra i reperti. Quelli li lasci a testa in giù a riposare e asciugarsi per tutta la notte. Hai dissotterrato la cena, l’hai lavata via dai rimasugli del nutrimento, sei stanco e in cucina ci sei solo tu.

Ai fornelli cucinare a fuoco lento. Trasformare il crudo in cotto senza traumi. L’olio al fondo della padella, qualche secondo dopo la cipolla sminuzzata sul tagliere di legno. Ascoltare il crepitio, aspettare che i pezzettini s’indorino. Una tua amica ti dice che quando ti piace una persona devi fare così: cucinarla a fuoco lento, come il ragù. Squarci la latta della passata di pomodori e, mentre la versi nella pentola che sfrigola, ripensi a tutti i tuoi amori. Hai alzato così tanto la fiamma che hai bruciato sempre tutto: loro scappati e tu incrostato di pece.

I bianchi li metti in lavatrice da soli, sono pochi e hai sprecato una quantità non indifferente d’acqua per qualche maglietta e un solo pantalone. Non importa, il puro va con il puro. I pantaloni e le camice a basse temperature, quando li tiri fuori sono cartapesta rubata a un presepe. Li metti a stendere in salotto, perché non hai un balcone. Stanno appesi dentro casa per ricordarti come ti senti, questi fantasmi ripuliti. I maglioni li lavi a mano, con poca frequenza. Nella bacinella li impasti come si fa con il pane. Se sono di cachemire lasciano sulle mani un’impronta morbida, sarà difficile toccare altro dopo. Sull’asse da stiro è la parte peggiore. Certe pieghe rimango lì, le sa togliere solo tua madre. Invidi tuo padre che cammina per la città, con un lavoro e senza grinze.

Ricordare di quando tuo padre ti ha insegnato come tenere il fuoco acceso nel cammino, per l’arco di un’intera serata. Le carte dei giornali ormai vecchi, i ramoscelli più infiammabili intorno a un ceppo più grosso: accendere. Con una paletta fare aria, con lentezza. La fiamma cresce poco a poco. E così tenere sempre l’alcova del caminetto con la giusta quantità di tizzoni. Ne aggiungi uno ogni tanto, quando quell’altro si è disfatto in carboncini ardenti. Ogni tanto ti alzerai dalla tavola, senza teatralità. Chi gestisce il fuoco, gestisce anche la cena. Entra ed esce di scena senza fare rumore. Gli ospiti continuano a parlare. Bisogna sempre far aria sotto alla fiamma, perciò con le pinze sposta i tizzoni che si accumulano sotto la graticola. Li sposti ai lati, un po’ a destra, un po’ a sinistra. Mai togliere gli occhi dal fuoco, la fiamma deve avere sempre la stessa espressione e non ci deve essere fumo nella stanza. Soltanto quando il primo degli ospiti annuncia di stare per andare via, mentre cerca il cappotto, solo allora lasciare che il fuoco nel caminetto faccia il suo decorso. Quando non ci sarà più nessuno, di lui rimarrà soltanto il calore fantasma della cenere. Ogni invitato tornerà a casa con l’idea di aver passato una bella serata, qualcuno accanto gli suggerirà che è il calore della compagnia. L’uomo del caminetto non vuole mai i meriti, ma in silenzio sa di aver riscaldato l’intera abitazione, di aver tenuto compatta la tribù intorno alla tavola. Tuo padre ti suggerisce sempre che devi fare lo stesso, anche se nella tua abitazione non c’è alcun caminetto.

Nella stanza da letto i padroni del clima atmosferico sono quelli che ci fai entrare. Preparare impermeabili per gli acquazzoni, zattere per le inondazioni, vie d’uscita per le catastrofi. Le lenzuola cambiate ogni settimana, senza pieghe, ben tirate da angolo ad angolo. Superficie piana che accoglie stravolgimenti. Ogni volta che hai permesso a qualcuno di prendere spazio nella stanza è sempre successo qualcosa, eppure non ne puoi fare a meno. Quella volta che lui si è alzato subito dopo, si è rivestito ed è andato in bagno, poi in cucina, hai aspettato nudo sul letto il ritorno del calore, degli abbracci. Ma invano. Quando ti sei alzato, sconfitto, hai guardato il letto e la spalliera si era rotta, pendeva sul lato. Un relitto di nave naufragata nella tua stanza. Non avevi preparato il gommone e sei rimasto ad affogare nel mare della tua dignità negata. Lui non è mai tornato. (Ricordare sempre che la nomenclatura è tua: a loro le perturbazioni, a te i nomi, la definizione delle cose.)

Sistemare le buste della spazzatura per la mattina seguente. Puntare la sveglia, essere pronti a portarla fuori. Gestire con decisione l’accesso e l’uscita delle cose della casa. I residui, gli scarti, le brutture: imbustare tutto, stringere i lacci di plastica con forza, evitare che l’umido sgoccioli e lasci macchie del suo passaggio. Allo stesso modo quando qualcosa entra: riporre la busta della spesa sul tavolo, smistare i cibi. Il fresco in frigo, nella dispensa il secco. Certe volte hai comprato così tanto che non hai più posto. Sul ripiano della cucina restano barattoli spaiati, confezioni di pasta raminghe. La luce della cucina ti ricorda ancora quella glaciale del supermercato. Hai provato ad essere simpatico con la commessa, ma non ti ha guardato in faccia. Dire, tutto d’un fiato, che se hai comprato così tanta roba è perché ti senti solo. Nascondere la vergogna quando, poi, sposti il cibo avariato direttamente dal frigo al pattume, senza che sia passato per la bocca.

Il pavimento lo spazzi ogni giorno. Con prostrazione. Cerchi di raggiungere i punti bui, ma zone nascoste rimangono franche. Non saprai mai che vita le abiti. Quando lo lavi, due volte a settimana, vorresti versare l’intero secchio d’acqua, inondare tutto. Qualcosa ti dice che per appropriarti dei luoghi devi pulirli fino allo sfinimento. Allo stesso modo sotto la doccia ci rimani ore. Questo sguardo, questa visione, questo nugolo aereo di pensieri appartengono a queste gambe, a questo torace, a questi capelli.

Ogni tanto sistemare l’armadio. Portare fuori tutti i vestiti e buttare quelli che non usi più. Sapere che stai cercando qualcosa: gli intrusi. Prendere le mutande che lui ha scordato da te, la canotta, la felpa e i jeans che tanto gli piacevano. Fare un mucchio laterale. Vedere che si ingrossa. Fare la conta dei vestiti che non sono più con te. La maglia a righe dei tuoi sedici anni, il maglione nero che ha tenuto quando fece freddo all’improvviso, i pantaloni che diceva stessero meglio a lui. Sentire il dolore dei furti nell’armadio. Controllare che le giacche di tuo padre siano ancora lì, i pantaloni di velluto a coste, la sciarpa che ti ha comprato la zia. Ricordare ogni cosa e tranquillizzarti. Sentire che puoi essere ancora tu, preparare l’abbinamento per il giorno dopo. Piccole colline di abiti ti circondano le gambe. Riporre tutto di nuovo dentro all’armadio, fare finta di niente.

Chiudere a chiave la porta del bagno. Lasciare tutto il mondo fuori. Lo fai fin da quando sei piccolo. L’unico posto in cui ti è concesso chiuderti, essere legittimamente solo. Pisciare seduto, scorrere instagram, guardare quante cazzate fanno le persone. Lasciare il cellulare sullo sgabello. Se fai scorrere l’acqua del lavandino, hai la sensazione che tutto scorra per davvero. Aprire le porte alle fantasie, incontrare uomini che ti sudino addosso, che gemano delirando. Una giostra di lingue, di volti che cambiano. Ne incontri tanti, ogni volta che ti masturbi, ma alla fine tutti fanno la stessa cosa: vanno via, nessuno di loro lascia reperti.

Il pomeriggio, prima della cena, preparare i taglieri. Meglio se di legno. Il coltello taglia i pomodori, sminuzza le cipolle. Cuocere a fuoco lento. Insozzarsi le mani con il cibo che gli altri mangeranno. Per questo, prima, sfregarle con cura sotto il getto dell’acqua. Abbondare in sapori: un goccio di olio in più, qualche foglia di basilico di troppo. Imbandire la tavola. Sistemare i piatti, le posate, i bicchieri. Posizionare al centro del tavolo l’acqua, il vino e il mazzo di fiori. Immaginare già i posti a sedere. Inventare possibilità di interazione tra gli ospiti. Giocare al gioco del destino. Apri una bottiglia e sorseggi del vino in solitudine. Solo per assaporare la tavola perfetta, prima che venga stravolta. Assaggi tutto. Pensi a tutte le volte che cucinando solo per te ci hai messo così poco impegno. Nutrire gli altri con amore e dedizione. Al primo suono del citofono inizia la messa, sorridere. Preparare l’ostia.

Distruggere la casa perché ha visto troppo. Abbattere le mura. Sentire le crepe che si aprono. Aspettare l’eruzione, che tutto sia ricoperto. Dissotterrare. Guardare il reperto alla fine della tragedia, al termine della catastrofe.

Case infestate

scritto da Pierpaolo Lippolis


Sono notti che sogno case infestate. Hanno un numero indefinito di stanze, tante da non tenerne il conto. Nel sogno cerco di visitarle, ma non ne vedo mai la fine. Di solito le ho ereditate da qualcuno – da una zia anziana o da dei parenti lontani e sconosciuti. Per questo prima che io mi svegli, sento sempre come un respiro, un sussulto, di qualcosa che si aggira per quelle stanze che non conosco. Continua a leggere