Maria Gaia Belli

Maria Gaia Belli è nata nel 1991 a Montefiascone (VT). Laureata in Italianistica a Bologna, si procura da vivere come redattrice, copywriter, docente di laboratori per bambini e ragazzi, dogsitter. Dedica tutto il tempo che può ai suoi pochi mondi narrativi. Ha pubblicato alcuni racconti brevi online, e nel 2016 ha vinto il Premio Raduga nella sezione di narrativa italiana. La trovate su Facebook, o sul suo sito personale.

L’isola

scritto da Maria Gaia Belli

Ho provato com’è morire la prima volta che sono caduta dalla barca. L’acqua ha preso i miei piedi e il mio corpo è sceso veloce come un sasso. Ho inspirato sale dal naso, la pressione mi ha spinto gli occhi nella testa e l’ho sentita scoppiare. Prima di morire potevo solo contare. Sono stata sotto fino al dieci, al dodici Ben mi ha trovata. Ha preso i miei capelli che nuotavano via dalla barca, ha tirato fino a far uscire dall’onda la mia testa e le braccia. Mi sono svegliata vomitando sulla sabbia. I miei occhi vedevano solo bianco e rosso, la mia pelle bruciava come avessi dormito sui carboni. Ho vomitato e tossito tutto l’acqua che avevo nello stomaco, ma non era ancora abbastanza, così Ben mi ha spinto con il ginocchio sulla pancia, e ho buttato fuori anche il sangue nero che aveva toccato l’acqua. Ho sputato tutto, e il veleno allora non è andato in giro nel mio corpo. Dopo tre giorni al buio mi sono alzata. Mamma mi ha fatto lavare ogni mattina la faccia con il succo d’erba, e dopo dieci notti i miei occhi si sono riaccesi. Allora ho potuto vedere il braccio di Ben. È diventato nero il giorno che l’ha messo nell’acqua, per tirarmi fuori dal lago. Era due anni dopo la Terza Onda. Quel giorno l’acqua ha toccato la mia bocca e la mia gola. Non ho più potuto parlare.

Il lago sembra bello ai bambini. A mia sorella piace soprattutto di sera, e corre a vedere come il sole fa diventare l’acqua arancio e rosa. Sale fino allo spiazzetto in collina e guarda con le dita chiuse a cerchio intorno agli occhi, sperando di vedere i pesci. Da quassù i pesci non si vedono, ma possiamo capire dove nuotano dalle loro ombre. Gliele indico quando le vedo scorrere veloci, e lei strilla come li avesse davanti, perché sa immaginarli. Ha imparato a contare contando pesci, sassi e lucertole. Quando vede una cosa nuova non sa chiamarla, ma almeno ora sa contarla.
«Guarda Mila!» mi dice. «Sono venti. Laggiù. Venti, vero? Ho sbagliato? Sono lontani».
E io dico no con la testa, pensando che conti le due lunghe figure di pesci. Due, le faccio vedere, con due dita alzate. Lei si siede sui sassi caldi e morde la pelle intorno alle unghie.
«Ho fame» dice. «Oggi non mangiamo, vero?».
No, dico. Indico la terra con la mano, prendo un pugno di polvere e me lo faccio scorrere tra le dita. Oggi no.
«Se potevamo mangiare quelli» considera, guardando il cielo.
Se guardo dove guarda lei, capisco che ero io a sbagliare. Prendo un sasso con la punta e disegno per terra un animale con il becco e le ali. Ha contato venti uccelli. Potremmo mangiarli, se solo venissero fino a terra. Ma vanno a fare le uova sull’isola, non si avvicinano mai né alla riva né alle canne. Disegno un cerchio intorno all’animale, e lo riempio di tagli con la punta del sasso.
«Sono sopra l’acqua» capisce mia sorella. «I cosi che stanno in aria» li chiama ora.
Uccelli, vorrei dirle. Sono uccelli.
«Ho fame» dice lei, e stufa di guardare il lago, si alza e scende per la strada, gioca a saltare da un sasso di tufo spugnoso all’altro. In questo posto, sotto la terra, un tempo c’erano case. Io so i nomi delle cose vecchie e le strade per trovare i posti che esistevano prima delle Onde. Alcune di queste cose le ho viste, altre me le raccontava il nonno, che solo io ho conosciuto. Mia sorella è nata tardi, quando io ero già muta. Non riesco mai a insegnarle niente.

Quando è arrivata la Terza Onda, io e Ben stavamo litigando con Lira. Non era un vero litigio. Lei faceva il capo e noi gli schiavi. Ci aveva fatto portare troppe canne per costruire il fortino, e io e Ben, sudati e soli sul sentiero del canneto, avevamo deciso che ci stava trattando male. Ricordo che abbiamo portato comunque un grande fascio di canne, ma non abbiamo più costruito il forte. L’avvisammo che il gioco era cambiato. Ora noi eravamo liberi e avevamo deciso di giustiziarla. Bisognava salire fino al castello per impiccarla.
La Terza Onda arrivò mentre eravamo nei giardinetti del castello. Io avevo in mano un bastone e Ben ne aveva uno uguale. Lira camminava davanti e fingeva di tenere le mani strette, perché non avevamo trovato una corda per legarla davvero. Cadde per terra e noi pensammo fosse inciampata. Ma la terra fece un altro salto a sinistra e cademmo pure noi. Quando smise di tremare, il castello era venuto giù tutto, faceva rumori di ferro e polvere alta fino al cielo. Dall’alto avevamo visto il lago uscire dal suo cerchio e grandi mani d’acqua che portavano via tutte le case, le righe delle strade tra i canneti e gli ultimi alberi. Grandi funghi di vapore erano scoppiati in mezzo all’acqua, mentre l’isola più piccola volava in pezzi. Il cielo diventò scuro e iniziò a caderci in testa acqua acuta come spine. Restammo in alto, nascosti tra rovi e rami secchi per giorni, aspettando che la terra si fermasse.
Quando uscimmo a vedere com’era il mondo dopo l’Onda, trovammo il lago fermo e piano come uno specchio. L’altro lato della costa era sparito, come la strada per salire al castello e le case del paese. Quasi tutte le persone che conoscevamo sono morte in acqua e nei crolli il giorno della Terza Onda, tranne i due vecchi che abitavano nella villa panoramica, e mia madre che puliva le loro stanze. Noi tre eravamo gli ultimi bambini vivi del paese, e abbiamo costruito un fortino di canne secche nei giardini del castello. Ancora adesso la terra trema, e ci cade sempre in testa. Dobbiamo ricostruirlo spesso, ma è un tetto leggero che non può uccidere nessuno. Mia sorella è nata all’asciutto lì dentro. I vecchi sono diventati più vecchi, e noi siamo potuti diventare grandi.

Negli ultimi giorni non abbiamo trovato rospi né serpenti tra le canne. Abbiamo camminato fino all’antica strada di cemento, ci siamo bruciati i piedi pur di vedere se trovavamo qualcosa nei dintorni del vecchio cimitero. Non abbiamo trovato animali né uova, ma abbiamo scoperto che l’acqua è salita ancora e ha riempito la piazza davanti ai resti della chiesa. Non siamo scesi più giù di così, perché nell’acqua c’era un pesce, che nuotava lento intorno alle colonne magre coperte di alghe. Aveva grosse spine sulla schiena e una lunga pinna dorata, muscolosa, che si muoveva lenta. Non aveva collo per alzare la testa, così girava in grandi cerchi per guardarci.
«Se riuscissimo a prendere uno di questi con una trappola?» ha pensato Lira. «Mangeremmo bene per almeno due mesi.»
«Questi hanno i denti» ha deciso Ben, e siamo venuti via.
I vecchi magri ci hanno visti arrivare di nuovo a mani vuote, si sono buttati per terra a cantare con quella loro collanina di sassi tra le mani. Una volta hanno cantato e cantato per ore, e alla fine è venuta l’acqua dal cielo, con l’acqua sono venute le rane e per un po’ siamo stati ricchi. Mia sorella non viene con noi a caccia, ma fruga l’erba per ore. Se trova insetti li prende veloce con due dita, e se li mette in bocca vivi. Mamma è seduta accanto alla brocca del succo d’erba, intreccia un cestino di saggina secca.
«Così non va» ha commentato. «Farete morire la bambina di fame, se non trovate niente».
La sera i vecchi hanno deciso di fare un cerchio. Facciamo un cerchio quando abbiamo fame da molti giorni e non sappiamo più dove cercare radici e animali. Ognuno di loro dice cosa pensa di fare. Io ascolto, posso dire sì o no muovendo la testa. Vogliono sempre cantare, prima di parlare, ringraziano la terra per averci tenuti asciutti e le canne per averci coperto il capo. Le loro canzoni nel fumo del fuoco sono lunghe e a volte mi sono addormentata. Ma stasera ho fame e resto sveglia finché non parlano.
«La bambina» iniziano. «Dice d’aver visto degli uccelli. È vero, Ben?»
«Sì, vero» risponde lui.
«Lira, tu li hai visti?».
«No, nonno» risponde lei.
«Mila?» chiedono infine a me. Io dico sì con la testa. Cantano di nuovo, allora, per ringraziare l’aria che tiene ancora vivi gli uccelli. Tocco nel buio la spalla di Ben e gli indico i sassi sotto i nostri piedi, poi quel che c’è dietro la nostra schiena.
«Sono sull’isola» dice lui per me. «Per arrivare all’isola e prenderli dovremmo usare la barca. La barca è quasi consumata, e durerà solo per fare avanti e indietro. Se l’acqua si muove mentre siamo sulla barca rischiamo di morire in acqua. Ci abbiamo già provato» mi indica.
«Moriremo di fame, se non andate a prenderli» dice mia madre.
«Se noi cadiamo in acqua» parla Lira. «Non ci saranno più persone dopo di noi. Non è vero, nonni?».
«È vero» dicono loro.
«È falso» dice mia madre. «Se Ben cade in acqua, non ci saranno più persone. Bastano solo due di voi per manovrare la barca coi pali fino all’isola. Non dovete andarci tutti e tre».
Ben non dice nulla. Io non posso dire quello che penso.
«Lira e Mila andranno a cacciare gli uccelli» propone allora un vecchio.
«Se anche dovessero cadere tutte e due in acqua, per Ben resta ancora la bambina» dice l’altro.
«Questo è vero» dice mia madre.
Io e Lira ci guardiamo.
«Va bene» dice lei. «Tanto moriremo di fame, se non ci andiamo».
Faccio segno che sono d’accordo.
«Andiamo il primo giorno senza vento» decide per tutte e due. Ben si guarda i piedi. Mia madre riprende a intrecciare il cestino, e i vecchi a cantare. Mia sorella dorme dentro il fresco della capanna. Noi tre ci alziamo e andiamo a stenderci nell’erba alta. Di notte gli insetti fanno rumore ovunque, e possiamo trovarli più facilmente seguendo il crepitio delle loro ali. Li cerchiamo nel prato per mettere qualcosa nello stomaco. Hanno lo stesso sapore della carne cotta che mangiavo da piccola, quando ancora il cibo poteva essere comprato.
«Dobbiamo sbrigarci a fare bambini» dice Lira nel buio. «O non ci sarà nessuno a cacciare per noi quando ci faranno male le ossa. Tutta questa fatica per morire di fame da vecchi» ride.
«A chi sta, oggi?» chiede Ben.
«A me» dice lei.
Posso sentirli fare rumore nell’erba. Io continuo a tirare fili secchi, sperando di trovare altre cavallette. Quando tocco un ciuffo d’erba viva, lo strappo poco a poco per succhiarne l’acqua. Se non trovo nient’altro, mangio la pelle intorno alle mie unghie. Il cielo stanotte è chiaro, e domani di certo sarà già il primo giorno senza vento.

Nessuno viene a salutarci sulla riva, quando usciamo con la barca. L’ultima volta che ci sono salita si poteva fare: l’acqua era ferma e non erano ancora cresciuti i pesci. Questa mattina mia madre ci accompagna solo fino alla strada che scende dalla collina. Qui ci dà i cesti con il coperchio e la rete fatta con fili di vecchi vestiti. Ci fa vedere come riempire i fondi d’erba secca e sabbia calda per non rovinare le uova, poi ci bacia entrambe sulla guancia.
«Lira» chiama, quando siamo già per strada. «Mi raccomando».
E per un po’, sentiamo che canta parole vecchie per accompagnarci.
La barca è ferma sulla terra, distante dalla riva. È ancora la stessa da cui sono caduta, perché era ben fatta. Il fondo è di legno e metallo, del tempo prima delle Onde. I fianchi sono ingrigiti e lo scafo è diventato ruvido e rosso, con grandi macchie sottili. Può ancora tenere un paio di viaggi. La spingiamo fino alla sabbia, e da lì usiamo i tronchi. Leghiamo il primo, messo di traverso, a un angolo della rete, e saliamo dentro prima di sbloccarlo. La barca scorre con due o tre tonfi fino alla riva, taglia la sabbia sottile e galleggia. Io e Lira, per molti minuti, non ci muoviamo. Aspettiamo che la barca smetta di ondeggiare, reggendoci strette alle panche.
Mentre ci allontaniamo dalla riva, possiamo vedere lo spazio altissimo sotto di noi, trasparente come l’aria in cielo. Alghe lunghe come gli alberi del vecchio mondo ondeggiano nella direzione della corrente. Pesci grandi come la barca, circondati da pesci piccoli come noi, scorrono piano tra lunghe scie colorate.
«Andiamo?» dice lei, a un certo punto, e prende uno dei pali. Io prendo l’altro. Attente a non sollevare schizzi li caliamo in acqua, iniziamo a remare verso l’isola.

Prendere gli uccelli è facile, perché a differenza delle rane e dei serpenti, o delle cavallette che saltano appena sentono i nostri passi, non sanno cosa siamo. Non scappano subito se ci avviciniamo, e beccano le nostre mani quando mettiamo le dita nei nidi per cercare le uova. Riempiamo i cesti di uova grandi come pugni, sabbia calda ed erba verde.
L’isola è piena d’erba viva e chiara, succosa come frutta. Lira ne strappa ciuffi pieni per mangiarla cruda e altra ne mette nei cesti, perché dice che possiamo bollirla con le uova e la carne degli uccelli. Possiamo fare di tutto, con questi uccelli: cibo con la loro carne morbida, vestiti e cappelli per il sole con le loro penne chiare. Se ne uccidiamo abbastanza, potremmo addirittura rivestire la barca con le loro piume lucide e leggere, che non bruciano a contatto con l’acqua. A metà della giornata dobbiamo fermarci e cercare un posto riparato, perché il sole ci picchia la testa. Saliamo più in alto e troviamo i resti di un muro crollato, alcune travi coperte da una pianta pendente. Lira fa per toccarne i fiori colorati e io le do uno schiaffo sulla mano: sono di certo velenosi. Dobbiamo aspettare all’ombra finché il sole non cala per poter di nuovo camminare sulla spiaggia, salire sulla barca e tornare alla riva. Il caldo ci rende impossibile dormire e camminare, così stiamo solo sedute, e beviamo poco poco il succo d’erba, passandoci la borraccia di pelle.
«Non berla tutta. Ci tocca stare qua fino a sera, sai?» mi dice Lira. «Certo che sarebbe più comodo se tu parlassi. Non capisco come fa Ben a stare tutto il giorno con te e non annoiarsi a morte.»
Le faccio un gesto per spiegare, e lei ride. Prima ride, poi diventa seria e ha un’aria di dubbio.
«Da quanto voi due lo fate?» mi chiede.
Non so, rispondo scuotendo le spalle. Da quando siamo capaci.
«E perché non sei ancora rimasta incinta?» domanda. La guardo e non so che gesto fare, né con la faccia né con le mani.
«Sei caduta in acqua» spiega lei.
Non mi chiede più nulla fino a quando il sole cala. Passa il tempo scegliendo sassetti leggeri e colorati, da portare a mia madre per fare una collana. Me li dà, io li pulisco e li metto nelle ceste. Capiamo che possiamo scendere perché la luce cambia colore. Scendendo verso la riva, troviamo altri uccelli che camminano piano, su quei larghi piedi storti, e li uccidiamo. Lira mi dice:
«Andiamo a vedere se troviamo altre uova più su. Se sai come fare, almeno la prossima volta ci vieni da sola» considera, senza spiegare perché l’ha detto. Lo capisco comunque.
La seguo in salita, ma a un certo punto mi fermo. La terra qui è più calda.
«Che hai?» chiama Lira, dai sassi più in alto. Le indico la polvere intorno a noi: qui non c’è erba, ma solo grosse piante spinose. La terra brucia, e se batto i piedi diventa subito polvere.
«Dai, muoviti» non mi ascolta.
Quando non la vedo più, decido di salire e cercarla. La trovo in cima a una salita ripida, piena di rocce ruvide e spugnose. Non bada che le indico il sole che scende, perché guarda qualcosa nella terra. C’è una larga crepa che apre la terra dell’isola proprio sulla cima, come la punta di un guscio rotto. Lira mi indica dentro e io vado a vedere. Vedo buio, sento un odore schifoso di uova cotte. L’acqua del lago entra nella crepa e fa lunghi echi di risacca, poi sale in vapori caldi e salati che bruciano gli occhi.
«L’Onda» dice lei. «È da qui che scoppia».
Mi tiro indietro.
«Quando si riempie d’acqua, si scalda e scoppia. Ne arriverà un’altra» capisce. La tiro per il braccio, perché se fa notte e si alza il vento, non potremo tornare indietro per molti giorni. I vecchi penseranno che siamo cadute in acqua e faranno dormire mia sorella piccola con Ben. Lira non vuole muoversi dal bordo della crepa, così le do una spinta verso la strada. Capisce allora che sono arrabbiata, e inizia a scendere verso la riva, saltando giù da un sasso all’altro. Quando arriviamo alla barca, il lago ha già iniziato a muoversi piano: le onde sul bagnasciuga sono più brevi e rapide, fanno schiuma rosata. Vediamo da lontano un pesce saltare sull’acqua, gli uccelli si alzano in volo spaventati e fanno in cielo una sola grande nuvola nera. Riusciamo a far rotolare la barca sui tronchi in tempo, e scopriamo che al ritorno, spinta dalla corrente, va veloce verso la riva anche senza l’aiuto dei remi. Io sto ferma nel centro della panca, con gli occhi chiusi, stringo tra le ginocchia un cesto pieno, e tra le braccia la rete carica di uccelli morti. Respiro piano e conto i miei respiri, ogni dieci apro gli occhi per vedere se la terra si è avvicinata.
«Verrà un’altra Onda presto. Stavolta arriverà fino al castello. Dobbiamo andarcene» dice Lira, che siede davanti a me e tiene la mano pronta sul remo, per correggere la direzione. Le faccio segno che i vecchi muoiono, se noi ce ne andiamo. Non si gira a guardarmi, così non può sapere che l’ho detto.
«Io e Ben dobbiamo andare via con tua sorella, dobbiamo prendere la barca e attraversare la vecchia strada di cemento fino alla fine del lago. Dobbiamo andare laggiù a fare bambini. Se li facciamo qui, tanto moriranno con la prossima Onda» dice.
Le tocco di nuovo la spalla, perché deve guardarmi se vuole sapere quel che ho da dire. Non si volta. Allora prendo il remo dalla sua mano, lo spingo in basso per sollevarlo dall’acqua. Stavolta gira la testa e capisce quel che penso. Ora non può farci più niente. Faccio girare veloce il remo sul perno, finché il colpo non la spinge giù dalla barca. Il suo corpo che cade in acqua solleva schizzi che toccano la mia faccia e le mie braccia, chiudo gli occhi quando li sento bruciare. Guardo in basso solo quando il fondo smette di oscillare. Nella luce rosa del tramonto, vedo i capelli scuri di Lira che si consumano in scie di bollicine frizzanti, i pesci battono le grandi pinne per arrivare veloci dove il suo corpo sta scoppiando. Chiudo gli occhi. La corrente porta da sola la barca a riva, e li riapro solo quando sento la spinta dell’attrito contro la sabbia. Scendo e ringrazio la terra, per avermi ripresa asciutta e viva.

I vecchi hanno cantato per l’intero giorno alla vista della carne. Poi hanno capito che il lago ha preso Lira, e hanno cantato anche l’intera notte. Mia madre ha raccolto un cesto di sabbia salata dalla riva, l’ha fatta asciugare al sole, e con questa ha coperto la carne degli uccelli per proteggerla dai vermi. Ha scavato buche per mantenere le uova fresche, e conservato le penne per farne vestiti. Siamo tornati ricchi, e mia sorella ha smesso di mangiare le cavallette.
Quando abbiamo fatto il cerchio, Ben si è seduto vicino a me, e per tutto il tempo della canzone dei vecchi ha tenuto la mano stretta sulla mia gamba.
Appena i vecchi hanno finito di cantare, sono andata in mezzo. Ho sputato nella polvere perché smettesse di alzarsi mentre disegnavo. La terra rossa è diventata come fango e sono riuscita, con la punta di un bastone, a tracciare un grande cerchio che sarebbe il lago, e dentro il piccolo cerchio che è l’isola. Ho fatto gli uccelli con piccole ali sull’acqua e i pesci con grandi pinne. Sopra ai due cerchi ho disegnato la fiamma del fuoco e con lunghi raggi l’ho collegata all’acqua. Con quattro righe ho disegnato la nostra capanna di canne, e poi l’ho cancellata con le lunghe linee tremanti.
Tutti hanno guardato più volte il mio disegno, ma nessuno ha capito che il mondo sta finendo.
Ora di notte Ben dorme solo con me. Di giorno abbiamo ricominciato a tagliare canne per costruire una nuova casa.