Francesco Follieri

Impiegato. Cerca di sopravvivere inventando identità nuove. Alcune sono morte. Tra quelle tuttora in vita è possibile chiacchierare, insultare, parlare male e aggiungere dettagli avventurosi a piacere, con @mammuthgiallo su Twitter e @CarloMartello su Facebook. Per la questura è noto, pur nel loro sostanziale disinteresse, come Francesco Follieri. Di lui scrivono: nato a Biella, cresciuto a Cava de' Tirreni, passato da Perugia e Torino e residente ora a Genova, proprietario di un'auto, ora rottamata, in grado di suggestionare tutte le pattuglie autostradali. Inutilmente. Non fermatelo. Non ha la stoffa del bandito. Soggetto innocuo.

Esule – Cover, 9

scritto da Francesco Follieri


Come ogni mattina, prima dell’alba, Alfonso si preparava ad alzare la saracinesca dell’edicola, a ricevere i quotidiani e subito dopo i primi anziani insonni, ansiosi di continuare a praticare le proprie abitudini.
Da anni, da quando era accaduto la prima volta, e poi la seconda e la terza, con la coda dell’occhio, controllava che dall’altro lato della strada, vicino al parchimetro, non ci fosse l’esule. Potevano passare settimane, mesi nei casi più fortunati, ma prima o poi sarebbe ricomparso, Alfonso lo sapeva e l’idea lo gettava nello sconforto. Non era mai riuscito a disinteressarsi di chi manifestava sofferenza, la sua edicola, con gli anni, era diventata un presidio, dapprima del quartiere, poi, sparsasi la voce tra i pazzi a vario titolo, in mezza città. Sua moglie gli vietava di portarli in casa e questo almeno, senza nemmeno sporcarsi la coscienza più di tanto, gli permetteva di tracciare dei confini.
L’esule non aveva cercato l’edicola come tanti altri pazzi e in verità non cercava nemmeno aiuto, né da lui né da altri. Questo fatto rendeva Alfonso ancora più stanco e depresso. Perché lo faccio? si chiedeva. Perché non mi faccio gli affari miei come tutti gli altri e lo lascio lì, con i vestiti di sua sorella e i suoi lavori a maglia? Non aveva mai trovato una risposta. Invece di cercarla con più determinazione, lasciava l’edicola, riportava l’uomo in casa, fino al settimo piano, fin dentro il grande appartamento. Una volta in casa, l’uomo ringraziava, chiudeva la porta e per molte settimane restava un uomo di mezza età, si sarebbe scambiato per un vedovo. Usciva per fare la spesa e poco altro. Una volta a settimana andava nell’unica libreria della città, ritirava i libri che aveva ordinato, non guardava quelli esposti in vetrina, non si fermava a chiacchierare, pagava e andava via. Questo gliel’aveva detto la libraia, che era meno curiosa di lui ma più pettegola. Anche lei, però, aveva poco da rivelare e in realtà annotava mentalmente gli acquisti dell’esule più per abitudine che per interesse, come faceva con quasi tutti i clienti, tranne a Natale, quando il lavoro era troppo per potersi distrarre.
Così Alfonso ci aveva messo parecchio a scoprire qualche dettaglio della vita dell’esule, nel frattempo l’aveva sempre aiutato a rientrare in casa, dovendolo sostenere con tutte e due le braccia, perché l’uomo, quando usciva con i vestiti della sorella tra le mani, come tenesse una persona viva, era come svuotato di ogni forza e di ogni resistenza, un peso morto. Se Alfonso non l’avesse tirato su, con pazienza, a ogni ricaduta, sarebbe rimasto lì, sempre nello stesso punto, con le mani nei capelli, come lo trovava tutte le volte, e i vestiti da donna a terra, di fianco a lui. Nell’unica occasione in cui non si era precipitato, l’esule aveva fatto in tempo a buttare le chiavi di casa in una grata, per fortuna dava nel parcheggio sotterraneo della stazione e con una torcia e molta buona volontà si riuscirono a ritrovare. Alfonso gli chiese perché l’avesse fatto. L’esule dapprima non rispose, poi disse che nessuno doveva più entrare nella casa, che era occupata e che ormai bisognava lasciarla andare, persa, per sempre. Anzi, tornare era pericoloso. Meglio essere esuli che vivere lì. Fu da quel giorno che Alfonso cominciò a chiamarlo l’esule, anche se bisogna precisare che usava il nome solo con sé stesso, e del resto con chi avrebbe dovuto, non c’era anima viva a cui interessasse la storia o il nome di quell’uomo. Nessuno ne sapeva niente. Era comparso a Nocera dal nulla, a chiedergli come si chiamasse si otteneva solo il nome di sua sorella Irene, o di qualche immaginazione di sorella, perché questa Irene non si era mai vista e per di più non aveva una vita reale, non aveva marito, né interessi, un lavoro, nulla di nulla, solo si limitava a confezionare piccoli lavori fatti a maglia o all’uncinetto che l’esule portava con sé insieme ai vestiti da donna quando stava male. Alfonso, da tempo, cominciava a sospettare che li facesse l’esule stesso, per giustificare l’esistenza di questa Irene, che forse era morta, forse non era mai nata, di sicuro non era lì, se non nella fantasia o nella memoria dell’esule.
L’esule parlava un italiano impeccabile, senza nessuna inflessione dialettale, ma capiva il dialetto perfettamente. La prima volta che Alfonso lo raccolse dal marciapiede, nel punto vicino al parchimetro, si lamentava di una casa. Alfonso gli chiese dove abitasse, gli sembrò la cosa più ragionevole da chiedere. L’esule rispose che fino a quel momento aveva abitato lì, indicando con il dito il palazzone in Via Roma e sostenendo, subito dopo, che da lì si potesse vedere il parco in Rodríguez Peña. Solo settimane dopo Alfonso scoprì che parlava di Buenos Aires, tuttavia non gli sentì mai pronunciare alcunché sulla città o sull’Argentina, nemmeno negli anni seguenti, come se il mondo iniziasse e finisse nella biblioteca la cui finestra dava su Rodríguez Peña, né l’esule parlò mai in spagnolo. Quel poco che diceva, sempre riferito alla sorella Irene o alla casa, porzioni di casa, un cassetto in camera, un libro in biblioteca, un tratto di corridoio, le pronunciava in un italiano impeccabile, da telegiornale, che lo definiva straniero più di ogni nome possibile. Nessuno a Nocera parla così, nemmeno i professori di liceo, tantomeno il Sindaco, ché non lo voterebbe nessuno se parlasse una lingua diversa da quella dei suoi elettori.
Alfonso ringraziò la buona sorte e, per non sbagliare, anche la Madonna, l’esule era rimasto in casa. In tempi recenti la sua fede, che peraltro non era mai stata incrollabile, oscillava verso uno scettiscismo stanco, causato dalla morte del prete del quartiere (il suo sostituto non aveva il minimo carisma) e da troppi anni di lavoro in edicola, con levatacce prima dell’alba e lunghissime giornate a guardare la gente passare, entrare e uscire dalla stazione, nessuna traccia del Signore, solo pazzi, tossici, alcolisti, gente che sapeva evidentemente odorare la sua incapacità di tirarsi indietro. 
Un paio di volte era stato costretto a chiamare la Polizia ed era sempre stato molto imbarazzante. Spiegare che sì, era stato lui stesso a dare troppa confidenza, a permettere a quell’avanzo di galera di stazionare per ore davanti alla sua edicola, circondata da bottiglie di birra e cartoni di vino, era una prova così faticosa che la maggior parte delle volte, se poteva, si limitava a pulire la sera, da solo, prima di tornare a casa, a contenere gli eccessi di chi non era in grado di controllarsi da solo; i poliziotti o i carabinieri lo guardavano come uno scemo e un paio di volte l’avevano rimproverato duramente. Anche sua moglie lo faceva e per di più con maggiore frequenza, per cui doveva fare attenzione a non lamentarsi troppo la sera, a casa, o avrebbe finito per dover litigare. Potremmo guadagnare di più, gli diceva. Alfonso si tratteneva dal risponderle che in edicola ci andava da solo, tutte le mattine, da trentacinque anni, da quando ne aveva sedici, e che lei non si era mai vista. Potrei, io, guadagnare di più, avrebbe dovuto dire, se avesse voluto risponderle, ma questo desiderio non si affacciava mai davvero. Alfonso preferiva tacere, evitare di discutere, mangiare velocemente e farla finita con l’intera giornata. Gli piaceva guardare i quiz alla televisione, gli sarebbero piaciute anche le telenovelas ma aveva vergogna di confessarlo alla moglie, così si limitava a leggere le trame riassunte sui settimanali, di giorno, nei momenti in cui riusciva a ritagliarsi qualche minuto per sé, in edicola, di solito verso l’ora di pranzo.
Prima di addormentarsi, quella sera, pensò di nuovo all’esule. Sua moglie già dormiva, la casa era silenziosa, si sentiva solo il rumore del motore del frigorifero. Casa loro era piccola, quattro stanze in tutto, compresa la cucina. Altro che biblioteche da cui guardare i parchi. Del resto non c’erano parchi lì.
Senza rendersene conto, con gli occhi chiusi, si scoprì a temere che l’esule morisse, che non si potesse più scoprire come fosse arrivato in quella casa enorme, se Irene fosse mai esistita. Capì che avrebbe desiderato entrare in quella casa, scoprire cosa si vedeva davvero, quale pezzo di Nocera, dalla finestra che avrebbe dovuto affacciarsi in Rodríguez Peña, aprire i cassetti e trovare i lavori a maglia, l’esule gli era simpatico, era questa la verità. Gli altri li aiutava perché era fatto così e ormai non cambiava più, ma l’esule aveva qualcosa, non era in grado di indentificare cosa fosse, ma si sentiva vicino a quell’uomo ordinario che ogni tanto scappava. Non sarebbe mai accaduto, Alfonso lo sapeva bene, ma gli sarebbe piaciuto mettergli una mano sulla spalla, andare o tornare insieme a lui in Rodríguez Peña a vedere questo parco, l’esule avrebbe letto i suoi libri e lui i settimanali da casalinga che gli piacevano, tanto a Buenos Aires chi lo conosceva, non correva il rischio di passare da scemo. 

Tratto da «Casa tomada», scritto da Julio Cortazar.

Gigette le marionette

scritto da Francesco Follieri


Ho sempre voluto fare l’attore, da che mi ricordo. Nonostante le difficoltà posso riconoscere a me stesso di esserci riuscito. Certo, non sono arrivato a Hollywood, ma ho avuto le mie soddisfazioni. Film di serie B, come li classifica la critica, e a me sta bene. Anzi, condivido il giudizio e l’assegnazione. Continua a leggere