Al Becco

by Elena Gottardello

«Chi viene con me?» Pietro si alza mentre lo dice, sbatte gli scarponi sull’erba, porta la mano agli occhi e si volta a guardare il Becco dietro di lui.
Non rispondiamo, e secondo me lui se lo aspetta: nessuna di noi tre saprebbe arrivare in vetta al Becco, specie dopo la scorciatoia per la forcella che gli avevamo chiesto di insegnarci e che ci ha stremate per la fatica e per il caldo. Read More

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Aspetta un attimo

by Elena Gottardello

Mentre lui metteva il coltello unto nel cassetto delle posate, nel settore forchette, a rovescio, era già successo tutto. All’incrocio con via Torino, in uno scontro finito con un incendio, a settecento metri da lì. Lo avrebbe saputo due ore dopo, o meglio: glielo avrebbero fatto capire. Il tempo di liberare i corpi, dell’identificazione, e di trovar qualcuno che andasse a dirgli che sua moglie Iris e sua nipote Nina erano morte e che non era il caso di vederle: dei corpi era rimasto poco. L’infermiera Lorenzi, che lavorava al Pronto Soccorso da ventotto anni e che era in servizio alle emergenze, avrebbe detto a due colleghe di Pediatria, in pausa alla macchinetta del caffè, che non aveva mai visto uno scempio simile su un corpo, povera vecchia, e la bambina, ah la bambina pareva un angelo che dormiva, ma senza gambe. Un portantino fermo all’ascensore l’avrebbe sentita, e lo avrebbe detto rincasando alla moglie, commessa, a ore perse, alla tabaccheria dove amava far chiacchiera, così lo avrebbero saputo tutti in paese entro pochi giorni, quanto erano malridotte. Tutti eccetto lui: nessuno se la sarebbe mai sentita di dirglielo. Read More

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La sigaretta

by Elena Gottardello

Io non scrivo due righe da un sacco di tempo. Mai stata brava. Io manco me li ricordo, dei pensieri miei buttati giù, scritti. Una lettera al moroso militare, mi sa, e neanche era una gran lettera.
Il fatto è che urino di continuo, ho vuoti di memoria, tosse insistente, un’anca di plastica, la pressione alta, e così a spanne mi manca poco per un ictus.
E devo mettere giù chiara una cosa, prima. Mi spiego. Ieri mattina è venuta mia nipote Olga, le toccava il turno di riposo dopo due notti in pattuglia. È poliziotta, mia nipote. Ed è venuta a trovare me.
Mi ha fissato delle forcine sui capelli, appena dietro alle orecchie, mi ha allacciato quell’affare lungo e stretto, di metallo, quella che fissi la fibbia perché non cada la gonna, come si chiama, che non mi viene, vabbè.
Mi ha infilato il paltò, ho bisogno di aiuto per via della spalla, e mi ha legato un foulard, sul tetto tira aria. Perché quando Olga viene a Villa Oleandra mi porta di nascosto sulla terrazza del tetto. Sa far le cose, Olga. Mi porta su con l’ascensore, e mi passa da fumare. Una sigaretta sola, mica di più, fumata lenta e controvento. Olga fuma tre volte, controvento anche lei. Poi scendiamo perché sappiamo i controlli. L’addetta al pranzo comincia a girare con la minestra, e l’infermiere del mio piano, un siciliano che di nome fa Salvatore o Vito chiede: «Manca la vecchia Giusì con sua nipote, ma dove minchia vanno, ogni volta?» Read More

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Il Secco

by Elena Gottardello

Ancora buio. Sono tutti andati in vigna. Da un pezzo. Un’ora, mi sa. Tutti, eccetto l’Anna. O è l’Anita, che prima ciabattava in giro e che starà a casa con me, per oggi?
Sembra non si faccia mai mattina, di questa stagione. E poi quando è l’ora, il sole si rilassa sopra la siepe del giardino, oltre i vetri di questa finestra, tondo e sfumato alla mia vista, e si copre dei rami dell’ibisco quando, lento, si abbassa e muore.
Io ceno presto e poi vado a dormire, e quando mi sveglio alle quattro e le donne mi lavano e mi vestono e mi fanno scendere fino questa sedia di cucina, io resto ad aspettare, ma il buio dura ancora parecchio. Poi rischiara da dietro casa, il sole si apre, la luce arriva in questa fetta di cortile, si sente confusione di biciclette e parole basse di studenti verso la fermata, e è fatta mattina. Read More

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Anna

by Elena Gottardello

Erano nel vicolo e giocavano. Il giorno prima era stato uguale, e anche quello precedente. Lei a guardare dall’incrocio con il vicolo, all’angolo della vetrina del negozio di guanti. La prima volta che li aveva visti si era avvicinata, aveva sorriso, loro l’avevano guardata, e ignorata.
Giocassero allora alle loro stupide cose. Erano lente e piene di urla, di quelle che serve la furbizia che loro non avevano, e lei sì. Chiedere a quei bambini di fare amicizia era come decidere di andare a prendersi gli sputi in faccia, eppure era di nuovo là, davanti alla vetrina del negozio di guanti, curiosa di guardarli in quel vicolo che era vicino alla sua casa nuova.
L’avesse voluto, sapeva come fare per metterli a posto. Sapeva anche dare i calci, lei. Lo aveva già fatto due volte alla nuova scuola, e i suoi compagni avevano capito che era meglio lasciarla stare se era arrabbiata.

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