Carmine Bussone

Carmine Bussone nasce nel 1979 e cresce in provincia di Napoli, per poi andarsene un bel giorno a Roma a fare l’ingegnere. Alle elementari scopre che gli piace leggere e scrivere storie. Da allora, fra una cosa e l’altra, non ha smesso praticamente mai.

Stomaco

scritto da Carmine Bussone

Frankenstein 8


«Gerald! Maledetto parassita che non sei altro, sotto quale asse del pavimento ti sei nascosto? Spero di vedere i topi che stanno facendo colazione col tuo cadavere o non avrai altre scuse per essere ancora vivo davanti a me.»

Tale era la potenza e la rabbia dell’urlo di mio nonno, che si sarebbe potuto trovare anche fuori dalle mura della città.

Parassita è la parola che mio nonno Erlo preferiva usare la maggior parte delle volte con me. Mi considerava tale solo per il fatto di essere suo nipote e di dover purtroppo condividere con lui il tetto e la taverna nella quale mangio e vivo da ormai sedici anni. Il fatto che io sia l’unico aiuto-cuoco, fattorino, cameriere, inserviente, lavapiatti che gli sia durato più di un mese da quando quarant’anni fa ha aperto il suo locale, è sempre stato irrilevante per lui.

Sentivo i suoi passi che si avvicinavano mentre sorseggiavo una brodaglia a base di erbe e una poltiglia di grano cotto e mela, ovvero l’unica cosa che il mio stomaco debole poteva sopportare come colazione. Mangiando qualcosa di poco più solido o sostanzioso avrei passato la giornata a vomitare. Stessa storia per pranzo o cena, potevo mangiare solo carni bianche o piccoli pesci sbollentati bevendo unicamente acqua. Patate, stufati e cotenne popolavano solo i miei sogni più felici.
I dottori dicevano che non era possibile che un ragazzo di diciassette anni potesse avere questi disturbi e mi raccomandavano solo di non discostarmi troppo da questa dieta venuta dall’inferno.

Con un botto e uno spostamento di aria si aprì una delle due ante della porta della cucina e mio nonno la attraversò a passo svelto.
«Ecco dove sei!» urlò, mentre io non mi muovevo e sorseggiavo quella brodaglia verdastra.
«Sei ancora a fare colazione! Sono le otto, pezzo di ingrato e non hai ancora messo su la pentola per l’acqua in cucina! Aspetti che qualcuno lo faccia per te?»
Corse verso di me per raggiungermi dalla parte opposta della sala. Lo facevo apposta a mettermi seduto al tavolo più lontano dalla cucina per cercare di farlo stancare il più possibile. Non so dove trovasse tutta la forza, smunto come era. Forse è la sua stessa rabbia che gli dava la spinta necessaria per andare avanti e indietro e proferire bestemmie e urla tutto il giorno.
Io continuai a non muovermi e a portare lentamente il cucchiaio pieno di schifezza biancastra alla bocca. Lui arrivò al bordo della tavola e quasi la sposta per quanto si appoggia ad una delle lunghe assi di legno che la compongono.
«Finisci subito di mangiare e va’ immediatamente ad accendere il fuoco e metterci sopra il paiolo con l’acqua oppure possa io crepare, ti ci getterò dentro mentre bolle. Ma che dico? Non saresti buono nemmeno per il brodo!».
«Sto finendo nonno, faccio subito.» E cercai di rendere la voce più sofferente.

Lui guardò il mio pasto e abbassò il tono.

«Muoviti! Se entro dieci minuti l’acqua non è sul fuoco ti faccio arrivare a calci nella foresta e lì ti lascio!»
«Sì, nonno.»

Si gira e se ne va. Fa così perchè il mio pasto non era triste solo per me, ma anche per lui, che soffriva dei miei stessi disturbi in forma ancora peggiore. Pochi giorni prima, aveva vomitato sangue per aver mangiato un pezzetto di carne secca finito per sbaglio nella sua bieta lessata. Ho omesso di raccontargli, per il bene del suo cuore, che quella mattina, dopo aver tagliato la carne secca mi era caduto il vassoio nella cesta della verdura e che avevo perso un’ora a cercare di recuperare quanti più pezzi possibile.
Oltre che nella casa e nel lavoro, io e mio nonno eravamo vicini anche nella sofferenza. I medici non riescono a spiegarsi come un ragazzo di diciassette anni e un quasi sessantenne abbiano gli stessi sintomi. Loro la chiamano malattia familiare ma io sapevo cos’era.

Era la Maledizione.

La Maledizione era quello che ci successe dopo la morte dello zio Abel e il fatto che sia io che nonno Erlo, avessimo lo stomaco che regge a stento un paio di bicchieri di brodo ne era solo una faccia; io vi includevo anche la rabbia continua del nonno e la rovina del locale.

Oltre al migliore maiale al forno che si potesse desiderare – la gente veniva qui a Ingolstadt anche dall’Austria tanto che ne aveva sentito parlare – la vera anima del locale era Zio Abel. Cominciava dalla mattina a fare pubblicità alla locanda da quando usciva di casa, fino a quando andava al mercato per comprare la roba da cucinare. Chiunque incontrasse, lo invitava a passare da noi anche solo per una birra da offrirgli, per poi rifilargli almeno una zuppa di contorno. Nonno era contento, soprattutto nelle serate in cui doveva dormire con i soldi guadagnati quella sera infilati nelle federe.
Zio Abel durante le serate faceva divertire tutti, anche i minatori che avevano le energie a stento per tenere gli occhi aperti; faceva venire dei suoi amici a suonare, ballava al centro del locale e faceva le imitazioni del Sindaco ad alta voce.
Ogni venerdì, poi, lo Zio faceva quello che sapeva fare meglio. Mangiare.

Non solo il suo sguardo dalle rughe ruvide, i suoi occhi marroni enormi e il suo metro e novanta lo rendevano simpatico. Zio Abel aveva anche uno stomaco incredibile. Nonno mi raccontò che una volta l’aveva visto ingoiare un pesciolino vivo e rigurgitarlo in mano a Peter, mio padre. Lo Zio gli diceva che era solo un trucco, che non era vero, ma Nonno insisteva.
Durante le serate di baldoria, lo zio ingurgitava continuamente un sacco di roba da mangiare, e tutti gli altri ordinavano di conseguenza. Quando mangiava uno stinco intero in meno di dieci secondi, erano almeno altri dieci stinchi che finivano in sala.

Una volta lo vidi mangiare qualcosa come dodici salsicce del Palatinato e più le buttava giù e più coinvolgeva le persone in sala.
Ogni sera mi veniva a trovare nella stanza prima di andare a dormire. Mi diceva di non preoccuparmi del nonno e di andare a giocare con i miei amici, che a pulire i paioli ci avrebbe pensato lui. Anche se non mi ha fatto mai pesare la sua gentilezza, ho sempre creduto che quel comportamento fosse il suo modo di starmi vicino dopo che i miei genitori erano morti.
Quando entrava con un lume nella mia stanza il più delle volte ero sveglio perché volevo sentire dalla sua voce i racconti della serata: chi si era ubriacato, chi aveva litigato e chi aveva risposto usando il suo boccale di metallo sulla faccia dell’altro.
Quello che mi divertiva più di tutto era sentire i borbottii del suo stomaco che erano udibili mentre era ancora fuori dalla porta. Prima rumori lunghi e poi corti, come una fisarmonica inceppata. Un gorgoglio musicato, un GRUUAAAOOU che lo accompagnava per tutta la notte. Era come se avesse avuto un’altra persona dentro di sé che faceva il lavoro duro di digerire tutto ciò che aveva mangiato quella notte mentre le sue membra si riposavano.
Un giorno, quel lavoro cessò di botto e Zio Abel non si svegliò più. Il dottore disse che il suo cuore si era fermato. Io ricordo ancora che rimasi a guardare il suo corpo addormentato nel letto per qualche minuto. Sentivo l’aria che fuoriusciva piano piano da qualche orifizio ma non era la stessa che sentivo quasi ogni sera. Lo cercavo, ma sapevo che non sarebbe più tornato da me.

Per circa due mesi più o meno tutto andò come sempre, la gente al locale continuava ad essere abbastanza. Non c’era più quel chiasso ma tutto sommato non ci potevamo lamentare. A parte me, che andavo a letto molto più tardi e con la schiena dolorante.
Il giorno in cui chiusero le miniere, tagliando di molto la nostra clientela, fu quello in cui ci accorgemmo che stava succedendo qualcosa. Fu mentre addentavo il primo morso della braciola che avevo nel piatto che sentii in gola qualcosa di strano. Tutto lo stomaco era come avvampato di calore. Ricordo che non fu doloroso, ma non riuscivo a tenerlo dentro di me e vomitai lì a terra sui cerchi del rovere scuro. Il nonno divenne una furia:
«Che fai? Ora ti fa schifo il mio maiale? Il lavoro, ecco cosa ti fa schifo.» e poi diede un morso alla sua rapa fermentata. Credo ebbe le stesse mie sensazioni, perché lo vidi fare gli stessi gesti e la chiazza che si formò del suo vomito era dal lato opposto alla mia rispetto al tavolo.
«Ma cosa hai fatto? Hai gettato qualcosa nel pentolone? Sei un assassino!»
«Ma no, la cucina l’hai fatta tu ieri. Io ho lavato la sala e poi hai cucinato tu!» Risposi.
Restò in silenzio.
«Deve essere qualcosa nella roba che ho preso, prenderò a pugni quel grandissimo criminale di Lothar e tutto il suo banco di verdure!»
«E il maiale? Anche quello ha qualcosa che non va?» Nonno restò in silenzio a pensare.
«Vieni con me!» Disse.
Andammo in dispensa e iniziammo a mangiare tocchetti di tutto quello che aveva preso al mercato. Ad ogni morso la reazione che avevamo era la stessa. Dopo il terzo morso di una mela, mi mandò a prendere un secchio in cucina per evitare di sporcare di vomito tutta la stanza.
«Maledetti assassini! Vogliono ammazzarci e prendersi la nostra locanda! Hai capito Gerald? Che siano dannati! Ma non gli darò questa soddisfazione! A costo di arrivare ogni giorno a Monaco a prendere le provviste non tornerò più in quel mercato!»
Io pensavo già alle mie giornate e alla mia gioventù passata a fare avanti e indietro da Monaco finché non fossi morto stremato di fatica a metà strada.
«E se non dipendesse dalla roba del mercato?» Lo dissi timidamente temendo una sua reazione che avvenne.
«Ti faccio vedere io se è colpa o no di quei ladri avvoltoi!» Sbottò. E uscì di corsa tenendomi per un braccio verso l’orto sul retro. In quella zolla di terra crescevano cespi di insalata, cipolla e rape bianche. Lui si diresse dritto su queste ultime, mentre la rabbia lo rendeva incurante anche del fatto che stesse smuovendo la terra delle piante vicine. Prese una rapa, la pulì con le mani e ne tagliò un tassello col suo coltello da tasca. Due secondi dopo che lo ebbe messo in bocca, un’insalata venne innaffiata dalla rabbia dello stomaco del nonno. Io ero contento in parte perché significava che a Monaco ci sarei andato con Hans solo per vedere le prostitute di cui raccontavano gli ospiti, se proprio un giorno avrei dovuto.
Di giorno in giorno, di sofferenza in sofferenza, riducemmo quello che potevamo mangiare fino ad una lista di poche cose che difficilmente potevano mettere alla prova i nostri stomaci: verdure fresche, pappetta di avena, frutta cotta, formaggio poco stagionato.

Poi lo scoprimmo.

Vidi il nonno entrare in casa trafelato, svaligiare senza metodo l’armadio degli attrezzi e correre fuori urlandomi di seguirlo per dargli una mano e portare una lanterna.
«Dove andiamo?»
«Al cimitero. Voglio vedere se è toccato anche a noi.»

Quando giungemmo al campo con le lapidi non eravamo soli. C’erano almeno un’altra decina di gruppi di persone ognuno intorno ad una tomba che sembravano tutti in preda alla frenesia di arrivare il prima possibile a riprendersi il cadavere del proprio parente.
Arrivammo davanti alla lapide di Zio Abel e nonno lasciò cadere a terra gli attrezzi e iniziò a perforare il terreno con la vanga. Sentivo che la sua rabbia doveva essere molto grande perché non mi aveva dato alcun ordine se non quello di stare attento al resto degli attrezzi. Borbottava e bestemmiava ad ogni colpo.
«Era tutto vero. Quel maledetto l’ha fatto davvero.»
«Chi ha fatto cosa, nonno?»
«Quel dottore che qualche tempo fa si era trasferito qui in città. Quello che dicevano facesse gli esperimenti con i ratti e i tassi. Altro che ratti, ha usato pezzi di cadaveri umani per i suoi esperimenti. Ieri hanno dissotterrato il cadavere di Werner, il figlio del vecchio Georg, te lo ricordi?»
«Sì, e allora?»
«Georg, poveraccio, è pieno di debiti e aveva pensato di riprendersi un anello con il quale avevano seppellito il figlio. Allora di nascosto è venuto qui e ha scavato fino alla bara del figlio. Quando ha visto quello che ha visto…»
«E che ha visto? Era senza anello?»
«L’anello c’era ma la mano no! Anzi, nessuna delle due! Gliel’avevano tagliate di netto! Capisci Gerald? Le voci sul Dottore, gli esperimenti strani, il Mostro! Era tutto vero!» E più diceva queste cose e più si arrabbiava e più scavava veloce.
Il Dottore e le leggende che giravano in paese me le ricordavo bene perché avevano perseguitato i miei sogni per mesi. Gli esperimenti con i morti, il Mostro che aveva creato, i grugniti che la gente sentiva di notte anche nei villaggi qui vicino.
Fu in quel momento che le urla iniziarono a sentirsi da tutto il camposanto.

Cosa ti hanno fatto! Le tue gambe! Ti hanno straziato le gambe! Il tuo ventre è un campo di guerra! Voci diverse con intensità e disperazioni diverse.

«Presto Gerald! Muoviti, aiutami anche tu!» fece il Nonno. Mi misi a scavare anche con le mani mentre il sole stava calando.
Arrivammo alla bara dello Zio Abel e ricordo precisamente la paura che provai nel graffiare il legno mentre scavavo; era così tanta che mi fermai di botto e mi alzai in piedi nella buca che avevamo fatto.
Gli operai che erano accorsi ci aiutarono a tirare su la bara.
Nonno tirò via i chiodi con il bastone di ferro che usava per sturare le grondaie e poi tolse via il coperchio con forza.
Non ce la feci a guardare, non sentivo nemmeno più il sangue scorrere. Usai tutta la mia forza di volontà per non guardare il volto del cadavere e spostavo gli occhi su quel corpo raggrinzito guardando le sue gambe e i suoi piedi che parevano esserci entrambi.
Aiutandomi con la mano che faceva da schermo, iniziai a scrutare il suo torso e fu lì che vidi una macchia scura oblunga sulla sua camicia.
Mio nonno chiamò il Dottor Keller che stava girando per le varie buche a esaminare i cadaveri e a dire cosa potesse mancare dai corpi smembrati. Il Dottore, vedendo anche lui la macchia vi infilò dentro con sicurezza la mano avvolta da guanti sporchi di altro materiale. Mi girai e andai qualche metro più in là a vomitare nell’indifferenza generale.
Il Dottore scrutava il torace dello Zio Abel come si svuota una vecchia cassapanca. Era il suo mestiere e lo sapevo, ma ero anche arrabbiato perché pensavo che per colpa di una diceria avevano calpestato il rispetto per mio zio e quello che provavo per lui. Strinsi i pugni e rimasi in silenzio. Sapevo che qualunque cosa avrei detto non sarebbe servita a niente e non avrei ottenuto alcuna attenzione. Per quanto mi riguardava, lo scempio di una ventina di cadaveri aveva solo confermato il fatto che le mie sofferenze erano indifferenti al mondo.

«Lo stomaco!» Proferì il Dottor Keller con la voce che risuonava nel suo abbondante addome grasso. «A quest’uomo è stato asportato lo stomaco e una parte del suo tubo digerente. Non sembra mancare d’altro.»

La prima cosa che pensai fu che a me sarebbe servito proprio lo stomaco invincibile di Zio Abel. Poi ragionai: era quello il motivo per cui io e mio nonno non riuscivamo più a mangiare nulla. Qualcuno aveva preso il suo stomaco e aveva fatto cadere su di noi la Maledizione.
I giorni che seguirono furono pieni di altre voci e teorie che correvano fra gli ospiti della Locanda. Il Dottore era fuggito chissà dove e le voci sul Mostro si erano placate pochi mesi dopo. L’unico contatto in città era rimasto la sua vecchia governante, la Signora Schuster che però se ne era andata in campagna poco dopo la scomparsa del Dottor F.

Il mio più grande impegno, da allora, fu il provare che la Maledizione esisteva e ogni volta che vedevo il vecchio Werner provavo a vedere se le sue mani erano sofferenti, in contrappasso all’amputazione che il cadavere del suo figliolo aveva subito.
Allora fingevo di essere felice di vederlo e gli stringevo forte le mani oppure provavo a riempirgli un po’ di più il boccale di birra in modo da renderglielo più pesante del solito e vedere se le sue mani fossero in grado di reggerne il peso. A giudicare dalla tranquillità e dalla felicità con cui trangugiava pilsner avrei detto di sì.
Ma forse mentiva, forse aveva un grado di sopportazione sovrumano, o forse non amava parlare di quello che era il suo disagio.
D’altra parte, pensai, neanche io e mio nonno ne parlavamo. Nessuno a Ingolstadt sapeva che noi avevamo lo stomaco ridotto alle dimensioni di un bicchierino da grappa; nessuno poteva immaginare che mentre in cucina preparavamo arrosti, salse di grasso e cotenna e patate a volontà, in un angolo ci nutrivamo con una inconsistente zuppa a base di acqua e cereali.
Passarono tre anni da allora e le voci sul Mostro diventarono una storia che si racconta ai bambini per spaventarli. Ho pensato centinaia di volte alla possibilità che lo stomaco dello zio Abel potesse essere ancora in funzione nel corpo di un essere mostruoso e invece che terrorizzarmi, questo pensiero mi rasserenava, come i rumori che faceva e che riconoscerei ancora adesso.

Quando entrai in cucina, sul bancone da taglio c’erano una montagna di salsicce fra quelle di fegato e quelle di maiale speziato.
«Nonno, cosa ci fanno tutte queste salsicce? Non è troppo presto per prepararle?»
«Lo so che è troppo presto, ma queste non sono per stasera. Ieri è passato il fabbro che lavora dalla signora Schuster e mi ha ordinato per suo conto tutte queste salsicce.» Poi cambiò improvvisamente tono «Ma cosa ti impicci? Pensa a lavorare, parassita!»
Iniziai ad accendere il fuoco sotto il paiolo per le patate.
«E tutte quelle salsicce te le ha già pagate?»
«Sì, non so se è pazza e solitaria come dicono, ma i soldi ce li ha eccome.»
«E se ha tanti soldi perché si è ritirata in quella radura umida invece di un posto migliore?»
«Tutti dicono che ha qualcosa da nascondere. Qualcosa che nessuno vorrebbe vedere.»

Fu allora che tutte le mie fantasie e i miei desideri esplosero. Qualcosa da nascondere, le salsicce che piacevano a zio Abel; il mio cervello iniziò a macinare pensieri a tal punto che iniziai a buttare le patate senza pulirle dalla terra direttamente nella pentola.

«Che cosa fai? Imbecille!»
«Mi sembravano abbastanza pulite, nonno.»
«Ti ci butto io nell’acqua bollente e dopo vediamo se esci pulito anche tu, maledetto!»

Mentre si avvicinava a me con il coltellaccio con il quale stava tritando il timo, lo spiazzai.

«Voglio andare io a consegnare alla signora Schuster le salsicce.»
«Piuttosto che dare in mano a te il carretto dò fuoco alla locanda»
«Sono capace di portare il carretto e tu lo sai!»
«So anche che ti perderesti tutto il carico per strada»
«Ti prego, Nonno, se non sono buono in cucina, se ti impedisco di lavorare bene come dici, ti sto dando l’occasione di evitarti una giornata di fastidi.»
«Va bene, prenditi tutto e vai, ma se combini qualche guaio ti consiglio di non tornare e di farti mangiare dai lupi, perché sarebbe più piacevole di quello che ti farei io.»

Non credo di aver sentito queste ultime parole, ma potrei essere certo che lui le avesse pronunciate. Dopo aver gettato tutte le patate nel pentolone e mentre attendevo la cottura della carne mi precipitai fuori a preparare il carretto. Controllavo gli zoccoli del cavallo ed ero eccitato perché per la prima volta in vita mia sentivo che tutto ciò che pensavo aveva un senso.
Se era vero che la signora aveva ancora il Mostro con sè, allora doveva esserci anche lo stomaco dello zio, e io lo avrei potuto sapere.
Forse non avrei tolto la Maledizione a me e al nonno, ma sentii che non potevo continuare ad andare avanti senza sapere che da qualche parte zio Abel stava continuando a esistere.
Mi misi sul sedile e scudisciai il cavallo per partire, dopo pochi metri nonno mi urlò improperi incomprensibili dalla finestra. Solo guardando indietro mi resi conto che non avevo caricato le vettovaglie, quindi fermai il carretto e di corsa tornai in cucina a prendere i vassoi di legno coperti con le salsicce e il maiale. Cercai di evitare qualcosa che il nonno aveva lanciato verso di me pregando ad alta voce di essere maledetto prima lui di me.

La strada fino alla campagna dove c’è la signora Schuster per fortuna era dritta e facile ma per mantenere il cavallo a velocità bassa combattevo contro la foga che avevo dentro, mi sentivo come se avessi dovuto correre a prendermi un forziere di gioielli.
Attraversai le campagne con l’erba bassa e l’umidità della giornata che non era ancora andata via e in mezz’ora arrivai a destinazione.
La casa della Signora era una piccola residenza di campagna a due piani con un piccolo viale di ingresso costeggiato da un giardino di piante. Il cancello era aperto e quindi entrai direttamente con il carretto ma non feci in tempo a fare pochi metri che vidi qualcuno vestito con una specie di camicia da notte che usciva dalla porta principale di corsa con entrambe le braccia alzate.
«Alt! Dove credete di andare?»
Fermai il cavallo e risposi.
«Buongiorno, ho una commissione da parte della locanda di Erlo Vogel, salsicce e maiale speziati…»
Mentre finisco di parlare, la figura si avvicina e mi rendo conto che è una donna dall’aspetto trasandato con gli occhi infossati e i capelli nerissimi che le scendono sulla veste bianca. La signora Schuster aveva appena confermato le voci che giravano su di lei. Ma non quella che era per me la più importante in quel momento.
«E dove me le vorresti consegnare, di grazia? Vorresti entrare con tutto il tuo carretto nella mia casa? Scendi e porta tutto sul retro.»
Mi chiesi, forse per la prima volta, perché mai scatenassi tanto odio nelle persone anche se era la prima volta che mi vedevano.
«Sì, signora» Risposi educatamente.
Presi entrambi i vassoi tenendoli in bilico ognuno su una mano. Il cammino verso il retro della casa fu una delle prove d’abilità più estenuanti della mia vita. Mentre con gli occhi scrutavo la casa, pensavo a quello che sarebbe successo se avessi fatto un guaio in quel momento. Guardavo le mura, guardavo eventuali accessi nascosti, buche nel terreno, la carboniera, qualsiasi cosa dove io avrei potuto tenere in segreto qualcuno. Contemporaneamente speravo che i lupi, quando azzannavano lo facessero con estrema velocità per minimizzare le sofferenze.
All’improvviso vidi una piccola apertura sul muro laterale, in basso. Sembrava quasi uno scolo per la grondaia, ma che senso avrebbe avuto far fluire l’acqua all’interno della casa? Avvicinandomi, notai che era una vera e propria apertura dalla quale si intravedeva un bagliore. Avrebbe potuto essere qualsiasi cosa, ma decisi che quello era il mio obiettivo per quel giorno.
Non fu una cosa facile entrare nell’ingresso stretto del locale sul retro, non solo per l’equilibrio in cui ero ma anche per lo stress della signora Schuster che non mi aveva perso di vista un secondo.
Appena entrato mi sembrò di scaricarmi di un peso enorme nel posare i vassoi sul tavolaccio. Finsi di riprendermi dalla stanchezza impiegandoci più tempo del dovuto per guardarmi intorno. Dal cucinino potevo vedere parte della casa e delle tende del salotto su cui dava la porta, ma quello che più colse il mio interesse fu una apertura che dava chiaramente su delle scale che scendevano.
«Gradisce qualcosa da bere? Vuole stendersi un attimo sul letto?» Mi chiese la signora.
«È molto gentile da parte sua signora…»
«Cosa sta aspettando?» mi interruppe «Se ha finito può pure andare! Ho pagato in anticipo e non credo di dovere altro!»
«Certo Signora, passerò a riprendere i vassoi domani.»
«No! Li farò riportare io stasera stessa.»
«Come desidera.»
Avendo avuto la certezza che non sarei potuto tornare in quella casa mi affrettai ad uscire seguendo il percorso che avevo fatto e buttando l’occhio alla finestra interrata di prima dove ora non c’era più bagliore.
Ripresi il carretto e uscii dal breve viale. Quando la residenza fu abbastanza distante, deviai dal sentiero verso una boscaglia e fermai il cavallo, legandolo poi ad un albero con quattro giri di corda.
Mi stesi sul prato aspettando che facesse quasi buio.
Mio nonno mi stava già maledicendo, ne ero sicuro, ma per la prima volta oltre all’eccitazione che mi dava il poter provare una mia teoria, la sua rabbia per me aveva un senso. E non mi dava dolore.
Quando fu ora, per prima cosa mi ritenni fortunato per il fatto che la sera non fosse troppo umida e mi avviai verso la casa a piedi. Prima di corsa poi sempre più lentamente man mano che mi avvicinavo. Quando non vidi più la luce fioca del piano terra, scavalcai il recinto e costeggiai il bordo del muretto fino a giungere all’altezza della porta del locale sul retro.
Mi sorpresi dell’estrema semplicità dell’essere arrivato fino a quel punto dopo aver corso un rischio tale, senza alcuna conseguenza. Nella mia vita mi era impossibile considerare quest’eventualità anche solo a lavorare in una cucina, figuriamoci ad entrare in una casa dove probabilmente c’era un mostro.
Feci un respiro lungo, tagliai il giardino e mi avvicinai alla porta sul retro. In tasca avevo uno dei chiodi di ferro che teniamo sempre sul carretto qualora un asse delle ruote dovesse cedere. Prima che la signora mi cacciasse avevo visto che non c’era alcun chiavistello, quindi mi bastò infilare il chiodo in mezzo alla porta e forzarla vicino ai blocchi per aprirla.
Ero dentro e non mi sembrava vero.
Udii un suono sordo e mi accovacciai sotto al tavolo, per poi capire che veniva dal piano di sopra. Dedussi che la Signora doveva essere nella sua stanza. Approfittai di quei momenti di buio totale in cui la luce esterna della Luna mi aiutava a capire dove ero, per ripensare per l’ennesima volta a quello che stavo facendo. Era una vera e propria chiamata, ormai; era come se qualcuno mi stesse trascinando per il bavero della camicia e mi stesse portando da qualche parte. Ero eccitato e sereno. Nessuno mi stava dando ordini, ma qualcuno mi stava mostrando la via.
Feci due respiri profondi e al terzo mi lanciai verso la scaletta, percorrendola lentamente e in punta di piedi per evitare che il legno scricchiolasse e mi tradisse.
Un breve corridoio mi condusse ad una porta di mogano sorprendentemente pulita e non fradicia di umidità.
Ad un tratto, la cosa che più mi era familiare: l’odore della miscela di spezie del nonno.
Era la mia immaginazione? Era un miracolo che mi aveva portato a tornare a casa da qualche tunnel sotterraneo che conduceva fino alla locanda?
Poi rinsavii: la carne del nonno era dietro quella porta, ed io ero pietrificato al solo pensiero di aprirla.
Non riuscivo ad andare oltre, provavo la più profonda delle paure ed ero passato in pochi secondi dalla spavalderia alla codardia.
Feci ciò che mi riusciva meglio, mi accovacciai di nuovo davanti alla porta appoggiandovi la testa, quando sentii quella che era la mia ragione di vita fino a quella mattina: GRUUAAAOOU.
Zio Abel! Pensai trattenendo le parole nella mia bocca con tutte le mie forze e allontanandomi dalla porta per lo stupore.
Appoggiai di nuovo l’orecchio e riuscii a sentire ancora quei rumori. Lunghi e modulati proprio come quelli dell’unica persona che mi avesse mai voluto bene.
Restai lì, sorridente, mentre con una mano accarezzavo il pavimento di pietra umida.

Aria condizionata

scritto da Carmine Bussone

La prova che tutto stesse andando uno schifo era il gusto di calcare che aveva il caffè. Ad ogni sorso, Luciana faceva una smorfia di contrizione e poi lo buttava giù, contro ogni istinto di sputarlo per terra.
Quando la vita sta andando a puttane, inizi ad assaporare nei dettagli tutti i sedimenti e le impurità che ne fanno parte. Che siano incrostate dentro la tua anima o nei tubi del tuo lavandino, la cosa fa poca differenza.
Roberta, la sera prima, l’aveva lasciata al telefono con “fammi fare qualche telefonata domattina, vedrai che qualcosa la troviamo”. Continua a leggere

Mia madre era una persona educata

scritto da Carmine Bussone

Un incostante bisogno di tragedia. Desiderare che il destino prenda a schiaffi la mia vita con le sue mani pesanti e poi ritrovarsi a non riuscire a gestire la cosa. Il fatto di essere sempre stato protetto, corretto e tenuto lontano dalle difficoltà di qualunque genere, non mi ha mai aiutato. Mia madre, quando tentavo di tagliare una torta a tavola, mi toglieva il coltello dalle mani e lo faceva lei al mio posto.
Speravo con tutte le mie forze che quella giostra sulla quale ero seduto deragliasse dai suoi binari e mi facesse capire quanto fossi capace di far fronte alle difficoltà che mi si ponevano davanti. Puntualmente, però, come per ogni persona immeritevole, bastava un mal di denti improvviso o un rifiuto da parte di una donna a gettarmi nello sconforto.
Non ho saputo gestire neanche l’ennesimo silenzio di Laura. Quando stava rincasando, l’ho sentita parlare con la vicina che faceva battute sulla puzza di curry che si sente dalle sette di mattina sul pianerottolo. Rideva. Finché la porta non si è chiusa e tutto si è spento, come avrebbe fatto il più tragico degli interruttori.
Elena, invece, rideva tantissimo. Nonostante la sua solitudine, il suo aspetto trasandato e il suo naso grande su un volto poco aggraziato. Al lavoro la evitavano tutti tranne me. Continua a leggere