Diorama

Aveva dato una pulita all’oblò, odorava di mentolo. L’aria fuori era limpida e tersa, quando il vetro non si appannava col suo alito. Era emozionato e non riusciva a regolare il respiro. Si trattava effettivamente di un leggero affanno. Era uscito in anticipo e adesso correva come se fosse in ritardo. Non voleva perdersi un minuto di quella giornata. Aveva atteso mesi prima che gli accordassero il permesso, chiesto un giorno di ferie al lavoro, presentato regolare domanda all’ufficio protocollo-uscite e sprecato uno dei pochi giorni concessi per missioni off-line. Adesso percepiva il suo minuscolo cuore rimbombare dentro la tuta termica e si domandava se fosse la cosa giusta o se si trattasse di uno sciocco azzardo.
La sera prima, nell’ultimo incontro con Maddalena, si era lanciato in spavalde romanticherie («Domani ci congiungeremo dopo mesi d’attesa», «Sei tutta la mia vita», «Scappiamo via da questo pazzo mondo, solo tu ed io») che erano poi confluite in un orgasmo stereo, pulsante e sconvolgente, tanto da lasciarlo in uno stato di sopore convogliato poi in un sonno profondo. Adesso, nonostante il vigore del ricordo, riconsiderava quelle frasi alla luce dell’incontro imminente, sembravano così eccessive…la situazione sarebbe stata all’altezza delle belle parole?

In quei pochi metri all’aperto tutto cambiava nella sua testa, con la stessa rapidità dei venti in alto mare.
La strada era sgombra, il sole alto.
Sembrava l’unico uomo sulla terra. Aveva immaginato una mattina più caotica, una folla in cui confondere il proprio sgomento, invece era solo, nudo di fronte ai suoi pensieri, senza nessuna distrazione e con un’ansia crescente che non aveva mai provato in tutta la sua breve vita.
Percepiva il soffice tocco della camera d’aria sotto le suole dei suoi stivaletti stagni sull’asfalto. Il rumore sgonfio che produceva a ogni passo.
Il verso attutito di qualche uccello non lo faceva sentire completamente abbandonato al suo destino. Erano canti lontani, distorti dalla capsula e dall’auricolare, molto diversi da quelli ascoltati in casa, sul comodo divano, quando attivava la modalità foresta-pluviale. «Quelli amazzonici sono i migliori», gli aveva garantito il tecnico del suono, quando aveva istallato il Dolby Surround in salotto collegandolo al segnale ottico e garantendogli un effetto immersivo a prova di rimborso.
Ecco, questi canti ovattati e confusi, gli facevano rimpiangere il suo salotto con la bella vetrata sul giardino, proprio di fronte alla Magnolia in fiore.
Avrebbe sperato in qualcosa di meglio per quella gita fuori porta, forse ci aveva ricamato troppo sopra e quando uno ci pensa troppo alle cose finisce che si perde l’effetto sorpresa, fatto sta, che quello scrocio di strada primaverile, incorniciata da alberi e vegetazione brulicante d’insetti e ronzii soffusi (quasi invisibili a essere sinceri, ma ravvisabili in fruscii perpetui e movimenti d’ali, di fronde, come un’energia costante e sottesa: la forza motrice del cicli organici) di colori splendenti e natura viva, di blu cobalto del cielo e un’infinita gradazione di verdi sui prati e sui monti all’orizzonte, gli sembrava così fasulla, distante, una specie di contraffazione della sua stessa fantasia. Un inganno a cui non poteva credere. Adesso poi aveva proprio l’impressione di sudare sotto le ascelle, nonostante diversi strati di allume di rocca in crema, aromatizzato ai fiori di vaniglia, per impedire al suo corpo di tradire la propria natura sotto l’effetto delle emozioni e diluviare nel bel mezzo della primavera. Sarebbe stato davvero sconveniente di fronte a Maddalena, con lei attivava sempre l’aroma vaniglia e Mirra durante le sessioni notturne, associandolo al proprio odore sul motore di ricerca touch and smell, non voleva tradire le aspettative olfattive della sua ragazza, era un’abitudine ormai e andava onorata per non creare stravolgimenti di coppia. “Perdio, gli odori sono importanti!”, si ripeteva cercando di annusare tracce di sé dentro l’oblò sanificato che continuava a profumare di mentolo.

La strada era ancora deserta e malinconica. Era così difficile ottenere un permesso. I più rinunciavano, indugiando negli ozi delle moderne abitazioni e il risultato era una pace ritrovata per le strade, la riduzione dell’inquinamento da monossido di carbonio, specie animali in ripopolamento, insetti che riguadagnavano il loro habitat, giornate splendide e un clima più prevedibile con cui organizzare la produttività delle campagne.
Un altro tipo di traffico, non esattamente umano, rendeva tutto più incerto e misterioso, là fuori.

L’oblò non consentiva una visione completa della strada, era costretto a girare continuamente la testa per essere sicuro di non essere investito da qualche mezzo pesante per i trasporti essenziali, o magari da un drone della sicurezza.
Si trattava di una visuale parziale rispetto al suo sguardo libero e binoculare nelle mura domestiche; e che dire dell’immenso monitor integrato nella parete dalla sala e della camera da letto, quella sì che era una vista mozzafiato a 180° con cui esplorare indisturbato il grande circuito di telecamere esterne, scegliendo il panorama più indicato al tono dell’umore, come consigliavano i più stimati psicologi della comunicazione virtuale, tra tropici, fondali sottomarini, Canyon o alta montagna, quella sì che era realtà, realtà aumentata, potenziata, con tutti gli optional del relax a portata di mano: drink, patatine, poltrona ergonomica e vibro-massaggiante, plaid e sottofondo sonoro.

Finalmente era arrivato al palazzo degli incontri.
All’ingresso c’era una piccola coda, tre o quattro coppie con certificati alla mano che si guardavano attorno circospette.
Si era sistemato in fondo alla fila, rispettando i due metri di distanziamento. Osservava chi lo precedeva, le smorfie che riusciva a sbirciare dietro gli oblò specchiati. Erano tutti molto sorridenti, quasi inebetiti, si sfioravano le mani dentro i guanti di protezione e qualche volta restavano agganciati per una manciata di secondi, fino a quando un certo pudore li separava.
Dopo poco Maddalena aveva fatto capolino da dietro l’angolo del grande palazzo. Gli era corsa in contro, cosa che lo aveva spaventato e fatto retrocedere di qualche passo, ma poi aveva desistito e si era lasciato abbracciare sotto lo sguardo severo dell’ufficiale in uniforme all’ingresso. Avevano riguadagnato una giusta distanza. Erano senza dubbio i più giovani di quella fila di persone che bramavano un incontro fisico a tal punto da farne richiesta formale. Lo Stato metteva loro a disposizione le stanze dell’amore, un modo per tenere sotto controllo incontri promiscui che altrimenti sarebbero avvenuti nella clandestinità. Il tasso di natalità, in caduta libera da anni, era bilanciato da una costante e preoccupante crescita dell’età media della popolazione. Le stanze dell’amore erano una missione sociale e antropologica, per alcuni addirittura un contributo alla conservazione della specie.
Da quando era scoccato il distanziamento sociale la gente non usciva più di casa per la paura di prendersi qualche virus letale, all’inizio doveva trattarsi di pochi mesi e invece erano passati anni, mentre le combinazioni virali avevano dato prova di grande estro e interazione, paralizzando cronicamente la sanità mondiale. Poco male, ci si abitua a tutto e a Tommaso, la vita nella sua bella casa piaceva parecchio. La tecnologia aveva assistito e viziato le nuove generazioni al punto da non far rimpiangere loro la libertà. Il sesso restava il grande problema tra i giovani, ma anche in questo campo le soluzioni e le invenzioni erano sorprendenti.

Dopo le pratiche di registrazione e una rapida visita medica gli avevano assegnato una camera. Poco prima di entrare avevano incrociato una coppia attempata che se ne usciva, avevano le mani incrociate, senza guanti, e un’espressione rimbambita sulla faccia. Un senso di ribrezzo lo aveva assalito al pensiero che gli toccasse proprio la stanza di quei due. Una camera ancora calda e contaminata dagli umori interni di quella coppia stralunata e indecente. Era qualcosa di più della solita presunzione giovanile. Era qualcosa di viscerale, qualcosa che riguardava la corruzione della pelle, delle cellule, la contaminazione dell’ambiente, igienizzanti i cui odori avevano sostituito quelli della natura innescando un’alterazione subdola dei sensi, delle ghiandole, dei recettori. Nausea, mal di testa: bastava un nulla per smarrirsi, alla fine era tutta una questione di orientamento. I limiti dello spazio erano stati opportunamente riformulati, le distanze erano diventate astratte quanto le unità per misurarle. Il calcolo era il nuovo strumento per dominare la vita, ma certe pulsioni represse avevano la sfrontatezza di ribellarsi nel momento meno appropriato.
Le stanze erano diverse da come se le aspettava. Erano nude. Pulite e sterili come una sala chirurgica, con pareti rivestite di mattonelle bianche, di quelle che una volta rivestivano i muri dei cessi delle stazioni ferroviarie. Le lenzuola usa e getta ricoprivano una branda essenziale e c’era un piccolo bagno annesso, oltre una porta scorrevole in plexiglass trasparente, altrettanto asettico e abbagliante. Ma Tommaso, senza casco annusava odori nascosti, rappresi sulle pareti, resistenti ad alcol e azoto. Erano quelli lasciati dalle coppie che li avevano preceduti, senza ritegno, senza vergogna.
Avrebbe desiderato un luogo più esclusivo, ma a casa un incontro non era pensabile. E Maddalena? In fondo chi era per lui? Adesso gli sembrava persino un po’ aliena. Continuava a stargli vicino, a saturare l’aria appena sanificata col suo fiato denso e umido. A farlo sentire così esposto. Minacciato. Ridicolo.
La porta era stata chiusa con un doppio click dietro di loro e in alto, proprio sopra al letto da una piazza e mezzo, un orologio aveva iniziato il conto alla rovescia a caratteri digitali luminosi. Un’ora tutta per loro, senza filtri e monitor, modem e joystick, effetti speciali e implementazioni virtuali. Maddalena gli aveva stretto la mano, indirizzandolo verso la branda. Sembrava a suo agio, molto più di Tommaso, come se fosse un’habitué. Lo aveva spinto contro il materasso facendolo cadere all’indietro fino a sdraiarlo, quindi era salita carponi sopra di lui, cingendogli i fianchi con le ginocchia e stringendogli il volto tra le mani, aveva cominciato a sorridere e a spettinarlo, poi si era avvicinata, sempre di più, così tanto da fargli paura, chiudendogli l’orizzonte sul dettaglio delle sue pupille liquide e vibranti come due enormi insetti. Gli aveva sussurrato qualcosa, qualcosa d’incomprensibile, che rientrava senz’altro in quel frasario tipico dei loro incontri privati, ma che dentro quelle mura sembrava sconveniente, impronunciabile da parte di una ragazza.
Il suo alito lo aveva investito con una ventata tiepida e odorosa, lasciandogli un residuo invisibile di minuscole goccioline di condensa sulla pelle. Aveva provato un brivido lungo la schiena.
Con una mossa rapida l’aveva prontamente ribaltata sulla schiena, immobilizzandole i polsi e scrutandola serio e pensieroso a una certa distanza, tanta quanto gli consentivano le sue braccia tese. Non sapeva se fosse stata una mossa dettata dal terrore che aveva provato o una sorta di scena messa in atto come reazione emulativa da film e spot. Intanto meditava sul da farsi, ma c’era quell’orologio infernale che lo spiava dall’alto ricordandogli il suo tempo a disposizione come un uccellaccio del malaugurio. Maddalena si era liberata dalla sua presa distratta e poco vigorosa e si dava da fare a spogliarsi, come se avesse un fucile puntato o il desiderio non le desse tregua. Provava la stessa smania? Affatto, la sua era piuttosto una preoccupante assenza, un vuoto nella testa che lo stava risucchiando nel suo nulla, lasciandolo senza fiato e senza mosse.
E poi era stato un turbinio, quel corpo così analizzato e conosciuto in due dimensioni, (alle volte anche tre o quattro) si era dilatato per inglobarlo dentro la sua morsa morbida e palpitante, sembrava munito di molte più gambe e braccia, un cefalopode avvolgente e appiccicoso che lo strapazzava come un mollusco smarrito nelle profondità degli abissi. Aveva lottato con quella pelle che alternava, morbidezze quasi flaccide a sospettose zazzere di ricrescita abrasiva, protuberanze gommose ad anfratti bagnati, rilievi turgidi e insenature bollenti. La lingua di dimensioni così impressionanti lo aveva quasi strozzato inondandogli la bocca di abbondante saliva, come non immaginava una donna adulta potesse produrne in una vita intera. E poi gli aveva fato quella cosa orribile, che lui stesso aveva attivato in più occasioni tra gli stimoli sensoriali a disposizione nella loro chat erotica virtuale, gli aveva infilato quella lingua da erbivoro tutta intera dentro l’orecchio, lasciandogli il timpano intorpidito in fondo a uno stagno paludoso per diversi temibili minuti.
La penetrazione era sembrata più un’incursione, un’invasione aliena calata dall’alto sul suo fallo appena eretto, più per lo shock epidermico che per una reale eccitazione. Era stato letteralmente sommerso dalla sua vagina gonfia e pulsante, inondato e lasciato troppo presto a stramazzare sul proprio ventre come un vermicello esausto.
Non c’era stato il tempo neppure di una precauzione, del resto le analisi parlavano chiaro, non c’era nulla da temere. La prassi imponeva addirittura, durante la visita, di cospargersi le intimità con del gel igienizzante. Ma a Tommaso non sembrava abbastanza. Sperava solo non rimanesse incinta, ci mancava pure che dovesse rivederla, voleva solo salutare l’aliena e rintanarsi nella sua casa, restandoci chiuso per un bel pezzo, prima che gli venisse di nuovo la pazza voglia di uscire e incontrare qualcuno.
Voleva che quella cosa elastica e dura, calda e umida, quella cosa dotata di una sua volontà, che non si poteva gestire, ma solo subire, ritornasse da dove era venuta, nella sua dimensione, nei margini del suo laptop, che tornasse a essere l’interferenza che era, sostanza fotonica, l’ectoplasma senziente e innocuo che gli faceva visita di tanto in tanto, l’insieme di onde sonore e visive che si plasmavano sulla griglia dei cristalli liquidi solo quando lo decideva lui e soprattutto alla giusta distanza, in quel diorama romantico che era ormai la vita.