L’amaro in bocca

Gianfranco un giorno si rende conto di non riuscire più a toccarsi la punta dei piedi con le dita. Sapeva sarebbe successo prima o poi, ne parlano bene o male tutti i vecchi, ma era convinto che il momento sarebbe giunto in seguito a dolori alla schiena, irrigidimenti muscolari, tendini che si raggrinziscono insieme alla pelle. Non a causa della sua pancia. Ebbene sì, Gianfranco non riesce più a toccarsi — o a vedersi se è per questo — la punta dei piedi per colpa dell’adipe che negli anni si è insinuato fra i suoi addominali e la sua pelle. È lì già da un pezzo, probabilmente sono anni che Gianfranco non si vede le scarpe se non allo specchio, ma faticare a raggiungere una parte di sé stesso così vicina è un’assoluta novità.
Se ne accorge preparandosi per andare dal medico, una mattina d’autunno di quelle in cui si è costretti a vestirsi a cipolla e in cui arriva sempre un momento della giornata in cui si puzza come una cipolla perché si ha indossato uno strato di troppo. Ecco, forse è colpa di tutti gli strati, si dice Gianfranco mentre si china quanto il corpo gli permette. Ma i lacci inermi e pure un po’ strafottenti se ne stanno flosci sulle scarpe di tela.
Che poi, Gianfranco nemmeno è vecchio, ha solo cinquantotto anni. Sì, non arriva neanche a sessanta. Glielo ricorda la dottoressa brufolosa con il camice bianco. È arrivato allo studio affannato e sudato dopo dieci minuti a piedi, venti di pullman e altri cinque a piedi. La ragazzina — diciamolo, ragazzina, sarà appena laureata, s’era detto Gianfranco già al primo appuntamento — lo accoglie con un sorriso e gli offre un bicchier d’acqua. Gianfranco ha la sensazione che l’acqua sappia di disinfettante, forse contaminata dall’aria che sa di disinfettante. È proprio una sbanfa chimica e tagliente che ti assale agli occhi quando varchi la soglia, pensa lui con lo sguardo umido, come possa la dottoressa viverci dentro è un mistero.
Come andiamo?
Di solito si chiede dove andiamo, rantola Gianfranco che ha appena ripreso un po’ di fiato. Non aveva trovato l’ascensore per arrivare allo studio — lo facevano apposta a nasconderlo, se lo sentiva — così aveva dovuto salire a piedi fino al secondo piano.
Intendo come sta, come si sente, insiste nel suo tono cordiale la dottoressa.
Lo avevo capito non sono scemo, solo grasso, pensa Gianfranco. Sto bene, dice.
Ha provato l’alimentazione che le ho dato?
Sì.
E come si è trovato?
Affamato.
Beh, è normale sulle prime.
Lui non controbatte e la dottoressa continua a sorridere oltre la scrivania bianca.
Le avevo chiesto di tenermi aggiornata sulla riuscita della dieta.
Non l’ho fatto.
Me ne ero resa conto, dice lei, Gianfranco percepisce la sua irritazione anche se l’espressione sul volto della ragazza non cambia, Volevo sapere come mai ha deciso di non aggiornarmi.
Non c’era molto da dire.
Va bene, procediamo con la visita di controllo e cerchiamo poi di calibrare questa alimentazione.
La dottoressa si alza e lo invita con un gesto della mano ossuta a fare lo stesso. Lo fa spogliare e Gianfranco resta inerme in centro alla stanza bianca con addosso solo i boxer a pantaloncino che gli stringono le cosce tonde e glabre. Uno specchio occupa una parete intera, una sottile forma di crudeltà. Con la luce del sole che filtra dalla finestra si vede ogni difetto della pelle, le smagliature bianche contornate di viola sulla pancia, la cellulite sulle gambe, le grinze della pelle floscia che casca dai tricipiti. Anche i brufoletti bianchi della dottorina sono più visibili in quella luce, ne è sicuro. Il suo viso è impassibilmente gentile mentre lo invita a salire sulla bilancia e misura le sue circonferenze. Gianfranco asseconda gesti e richieste mollemente, quasi a farle un favore, ma non guarda i numeri, né sulla bilancia, né sul metro da sarta.
Ha preso un paio di chili.
Le diete mi fanno uno strano effetto.
Proviamo con qualcosa di diverso, le va?
Gianfranco fa spallucce mentre abbottona i jeans e torna a sedersi compostamente sulla sedia di plastica.
Le dita ossute della nutrizionista picchiettano sui tasti del suo computer con un suono simile a quello della pioggia che cade su un vetro. Va avanti un po’, ogni tanto si ferma a pensare, dopo più di dieci minuti la stampante emette un latrato meccanico e sputa fuori una serie di fogli. La dottoressa li passa a Gianfranco ancora tiepidi e glieli illustra.
Signor Gianfranco, è importante che la segua. Mi creda, ho visto tanti pazienti come lei, il suo corpo ha bisogno di uno stile di vita sano.
Gianfranco annuisce con il doppio mento che si accartoccia e distende come una fisarmonica, si alza, stringe la mano della dottoressa e si avvia alla porta.
Mi raccomando, mi chiami se ha bisogno di qualcosa. Ha il mio numero.

Sulla via del ritorno Gianfranco si ferma al supermercato vicino a casa, un Pam Local con prezzi alti e poca scelta. Deve comprare un paio di cose segnate su quei fogli, il miglio come alle galline, le carote come ai conigli, lo yogurt magro acido che ti apre lo stomaco la mattina. Prende un cestello verde di plastica e lo riempie di alimenti bio, senza grassi e senza zuccheri, poi si avvia alla cassa.
Ok, da domani a dieta, ripete fra sé e sé, Posso farcela, è per il mio bene, per tornare ad allacciarmi le scarpe — la voce nella sua testa è determinata e imperativa — andrò a passeggiare, mangerò sano, leggerò libri, mi terrò occupato così non sentirò la fame — l’uomo a cui appartiene la voce nella sua testa ha un fisico statuario e i capelli brizzolati mai sudaticci — da domani.
Da domani, quindi oggi posso concedermi un ultimo sfizio, tanto per togliermi la voglia.
Lancia un’occhiata all’angolo delle torte confezionate. Le conosce bene, le ha assaggiate tutte.
In fondo la dieta inizia domani.
Si avvicina allo scaffale.
Un ultimo sgarro.
Cioccolato con le stelline. Marmorizzata. Crostata alla marmellata di albicocche. La torta con crema al limone. La sbrisolona alla Nutella.
Da domani.
Ne compra due, perché non sa scegliere.
Arrivato nel suo appartamento sistema la spesa sana in frigo, ben rinchiusa cosicché non lo possa vedere mentre si slaccia i pantaloni per indossare una tuta grigia slavata e si siede sul divano. Sulla pelle tesa della pancia c’è un segno rosso lasciato dai jeans, subito sopra la piega di carne dove la pancia ingloba se stessa creando due balze infernali. Sospira forte nel silenzio della casa vuota e seleziona su Netflix la serie Grace&Frankie. Quando deve mangiare qualcosa che gli fa molta gola, Gianfranco fa un esercizio di attesa: osserva il dolce da lontano e lo pregusta dicendosi Aspetto mezz’ora. Quella mezz’ora è di un dolore quasi piacevole perché sente l’acquolina in bocca, il suo corpo si prepara allo sfizio.
La ciambella marmorizzata gli ricorda quella che faceva quando andava all’università. La sua era più friabile forse, questa con tutte le componenti chimiche è una spugna dolce. Profuma anche di dolce, quella che ora ingolla seduto sul divano, la sua odorava di cacao e vaniglia. È stato uno dei primi dolci che ha imparato a fare.
Al primo anno di università si era trasferito in uno studentato alla periferia di Milano, un palazzo alto sottile e grigio, un po’ come lui a quei tempi. Erano cinque piani, quattro appartamenti per piano con stipati all’interno quattro studenti ciascuno. Ogni piano aveva una cucina e un refettorio comuni. Tutte le cucine, incolonnate una sopra l’altra, affacciavano sul medesimo rinsecchito giardino, che nessuno curava da anni — o forse nessuno aveva mai curato. Gianfranco divideva la camera con una ragazza e l’appartamento con altri due ragazzi. Greta, la sua coinquilina, era una ragazza senza tempo — nel senso letterale del termine. Studiava architettura e lavorata otto ore al giorno in un pub. Passava da casa solo per mangiare e dormire e questo era tutto sommato un vantaggio per Gianfranco, che con le spese di una doppia ci aveva guadagnato una singola. Vincenzo e Martino, gli altri due inquilini, erano una coppia e stavano tutto il giorno chiusi in camera a fare non si sa bene che cosa. Sapeva che studiavano, non sapeva cosa. Quindi finiva che Gianfranco se ne stava sempre solo in camera a studiare numeri e lettere così intrecciati fra loro che nemmeno li distingueva più. Matematica per la finanza, Chi te la fa fare?, gli dicevano i suoi amici di casa, ma a lui piaceva. Lui era quello complicato, giù, quello che parte per inseguire un sogno verso la fredda Milano, quello ch’è un cervellone. Da Castellammare se n’è andato da eroe, ha salutato la compagnia di amici con abbracci e baci, la famiglia con le lacrime agli occhi come partisse per la legione straniera. Lo vedessero ora, con le babbucce che gli ha fatto nonna Carmela e la coperta di pile sulle spalle, tutto solo. Stava da tre mesi a Milano e ancora non si era fatto nemmeno un amico. In università non c’erano molti tipi amichevoli e lui era un timidone, un insicuro, col suo accento che la gente gli chiedeva tre volte di ripetere le frasi perché ogni due parole di italiano gliene cascava una in terrone. Cercava altri terroni, ma anche fra loro si sentiva un po’ sbagliato perché era troppo poco esuberante per essere digggiù.
Un pomeriggio, rientrato da lezione, si sentiva solo e affamato e aveva deciso di fare quella torta che gli faceva sempre la prozia Assunta. Era andato a comprare la teglia e gli ingredienti, la frusta a mano, la marisa — leccapentole, dicevano lì — e aveva chiamato la prozia per sapere la ricetta — mossa che gli era costata una mezz’ora buona. Aveva cucinato in tuta fischiettando con le guance tese. La torta stava cuocendo e gonfiandosi nel forno quando Martino e Vincenzo erano entrati in cucina per uno spuntino. Che profumo oh; ‘nchia c’hai ragione. Avevano detto. È una ciambella, ricetta di casa, ne volete un pezzo? È quasi pronta, aveva proposto esitante Gianfranco. Magari, aveva detto Martino, Faccio il caffè, aveva proseguito Vincenzo. Tornando dall’appartamento con la Moka si erano portati dietro anche Greta, C’ha fame pure lei, ti scoccia? Avevano chiesto. Ma va’, ce n’è per tutti.
La scena si era replicata con la torta di mele, poi la crostata alle amarene, poi il plumcake cioccolato e arancia. Ogni volta si univa qualcuno. Quando per il piano aleggiava calore e profumo di dolci gli inquilini sciamavano verso la cucina. Salutavano Gianfranco con sonore pacche sulle spalle, portavano caffè o prosecco a seconda dell’ora, tisane orientali, tè inglesi. Portavano un sorriso e due parole, un po’ di compagnia. Il più delle volte Gianfranco non mangiava quel che cucinava perché il sapore dei dolci non lo faceva impazzire. Il motivo era strano, mangiare un pezzo di torta o un biscotto lo lasciava con l’amaro in bocca. Mentre masticava assaporava la vaniglia, lo zucchero, le spezie e gli aromi, ma appena finiva il boccone l’assenza di dolce si tramutava in un sapore amarognolo che avvolgeva le papille gustative. Li cucinava per gli altri e per l’odore che lo riportava per qualche ora a casa.
In quella cucina sempre sporca andava a ricrearsi qualcosa del sud, dei pomeriggi da nonna Carmela, delle colazioni dalla prozia Assunta, quando si sedevano tutti a tavola, parenti vicini e lontani, raccolti tutti attorno al cibo, immersi in odori contrastanti e voci squillanti che si incatenavano e accavallavano. A Milano aveva ricostruito intorno alle sue torte proprio quella tavolata, apparecchiata male, certo, con tovagliette macchiate e posate opache, bicchieri di carta e tovaglioli al posto dei piatti. Gianfranco nell’arco di un mese conosceva tutti e tutti conoscevano Gianfranco. Lo invitavano ad uscire e lui per sdebitarsi della cortesia la domenica mattina si alzava presto e con un leggero mal di testa post-sbronza cucinava torri di pancake per tutti. Era un po’ costoso, ma tagliava su altre spese, camminava ore e ore al giorno anziché prendere i mezzi, beveva meno quando era fuori con gli amici, centellinava gli alimenti comprati al discount più economico. I suoi plum-cake erano un ponte verso gli altri, le ciambelle un abbraccio che non osava dare. Era sempre più esigente con sé stesso, voleva preparare dolci sofisticati, lasciare tutti a bocca aperta. Croccante alle nocciole, torta a tre piani, strudel alle mele, Dacquoise con crema pasticciera al pistacchio. Le sue mani si facevano più esperte a ogni pranzo, cena, merenda e lui non si sentiva più solo. Aveva anche imparato a tollerare l’amaro in bocca che gli lasciavano i dolci perché, quando tutti insistevano affinché mangiasse un pezzo di torta, lui li assecondava. Sarebbe parso strano, in effetti, che cucinasse tutti quei dolci se non gli piaceva mangiarli, sarebbe parso manipolatore e disperato. Meglio l’amaro.

Lo sente anche ora mentre mastica sbadatamente l’ultimo pezzo di ciambella marmorizzata, Grace&Frankie in sottofondo che parlano nel loro americano strascicato. Occhieggia in direzione della seconda torta; sa per esperienza che se dovesse mangiarla si sentirebbe male, sempre per esperienza sa anche che se dovesse aprirla non sarebbe in grado di limitarsi a una sola fetta. Occhieggia e amoreggia con l’idea della sbisolona, poi si alza e con gesti languidi apre il sacchetto di plastica, la taglia in otto fettine sottili e la posa sul tavolino davanti al divano. La squadra, può sentire i grassi saturi inspessirgli le vene e le arterie, il sangue scavare fra le macerie per scorrere, il cuore che pompa con battiti imprecisi come quando in palestra si è troppo affaticati e non si riesce a svolgere gli esercizi puliti. Che importa se muoio, pensa, Ho avuto una bella vita. Gianfranco ha ottenuto tutto ciò che voleva, due lauree, un lavoro che lo appassiona, una bella casa in centro a Milano, diversi viaggi, una routine piena e soddisfacente. Nulla di quel che lo attende lo esalta, non c’è niente di interessante all’orizzonte, quindi che gli importa se finisce un po’ prima la corsa? Perché rovinare quei sessant’anni felici con altri trenta di dolori, tedio, noia, solitudine. Perché rovinarsi il dolce di quegli anni andati con l’amaro di altri da far andare per forza? Che muoia, infarto o qualsiasi cosa, che il colesterolo lo ammazzi, che crepi cadendo dalle scale perché non ha saputo allacciarsi le maledette scarpe.
La sua vita l’ha vissuta, sottile e con le scarpe allacciate. Con accanto Alice, sua moglie, e un gruppo ben saldo di amici. Alice, che ha conosciuto a una cena proprio negli anni dell’università. Alice, che era allergica alle proteine del latte. Alice, per la quale aveva imparato a cucinare i dolci senza latte, burro o panna. Alice, che aveva un nome che nella sua testa poteva appartenente solo a una ragazzina, non a una vecchia. E che infatti vecchia non lo è diventata mai.
A quella cena a casa di amici in cui si sono incontrati per la prima volta, lui con un jeans scomodo che gli faceva le gambe lunghe e una camicia col collo giapponese, lei con un paio di pantaloni troppo larghi e una giacca di jeans con le maniche arrotolate, erano seduti lontani e non si erano considerati minimamente per tutta la durata del pasto — nemmeno si erano notati. Bruschette, pasta, rotolo di spinaci, vino — tanto vino — e poi il dolce. Gianfranco si era alzato per prendere la torta, la Käsekuchen, la cheescake tedesca cotta al forno — il suo cavallo di battaglia — e aveva fatto il suo ingresso trionfale per mostrare il decoro minuzioso. Poi l’aveva tagliata chino sul tavolo, una fetta ogni piatto, allungava i piatti in tutte le direzioni come un polpo. No grazie, aveva sentito dire e aveva alzato lo sguardo istintivamente in cerca di quella voce infantile. Apparteneva a una ragazza dai capelli lunghi e biondi che stava scuotendo la testa con un sorriso cordiale. Non aveva osato chiederle nulla, ma era stata lei a spiegarsi, Sono allergica alle proteine del latte, Oh a saperlo facevo qualcos’altro, Non fa nulla. Quando erano usciti di casa per andare a bere in un locale la ragazza lo aveva affiancato. E quindi ti piace cucinare? gli aveva chiesto. Avevano iniziato a parlare, lei studiava Scienze della formazione primaria, voleva fare la maestra.
La maestra che non vorrà mai avere figli e che lui asseconderà dicendosi che stanno bene anche solo loro due. In fondo, Alice, sarà l’unica persona per la quale cucinerà anche salato, per la quale cucinerà sempre con autentico piacere. Non sbagliamoci, Gianfranco ha sempre cucinato con piacere per tutti, lo appagava vedere le bocche piene dalle quali scappavano briciole e rivoli di farciture, i sorrisi, le mani aperte sulle pance un po’ gonfie. Lo appagava ancor di più il senso di fratellanza che lo pervadeva quando si sedeva attorno a un tavolo con un gruppo di persone per mangiare tutti dallo stesso piatto la stessa cosa, un sentimento primordiale da uomini delle caverne che dividono le prede. Però, a volte, non gli andava proprio di cucinare, era stanco, avrebbe voluto presentarsi con una bottiglia di vino da tre euro alle cene come facevano tutti. Ma non voleva deludere nessuno. Lui era quello che portava i dolci e forse senza quel profumo che gli aleggiava attorno non lo avrebbero riconosciuto, si sarebbero scordati di mettere una sedia e un piatto anche per lui.
Alice aveva amato Gianfranco anche a mani vuote ed era morta in uno stupido incidente stradale.

Gianfranco vorrebbe dire che è da lì che ha iniziato a ingrassare ma non è vero. Ci ha messo anni e anni e anni. La morte di Alice è stato l’ultimo tratto di nera al termine di una pista rossa con gli sci malandati. Già da tempo aveva iniziato a metter su peso, l’età, il movimento scarso, le cene con gli amici e gli aperitivi. Anche sua moglie, in realtà, non era poi tanto magra e lo prendeva in giro dicendo che era tutta colpa dei suoi dolci. Quando lei era morta Gianfranco aveva pensato che avrebbe smesso di farne, che non avrebbe toccato mai più uno sbattitore elettrico, invece non era stato così. Aveva, però, smesso di condividerli. Non se la sentiva di presentarsi alle cene e ai pranzi da solo, con una torta in mano, né di invitare in quella casa enorme e luminosa qualcuno senza che ci fosse sua moglie ad aprire la porta e fare i convenevoli mentre lui dalla cucina, con le mani in pasta, urlava un Ciao indaffarato e amichevole, un po’ costruito. Era lei a farli accomodare, a stappare il vino — lui non era bravo ad aprire le bottiglie — a tirare avanti la conversazione, era lei a rispondere agli inviti, a consigliargli la cravatta — anche se aveva un pessimo gusto e sbagliava sempre accostamenti. Forse, se oggi ci fosse ancora lei, lo porterebbe in un negozio di scarpe e lo convincerebbe a comprarne un paio senza lacci e un calzascarpe mentre lui si lamenterebbe che sono cose da vecchio e non le vuole, anche se poi finirebbe per comprarle lo stesso sotto lo sguardo benevolmente derisorio di lei.