Una cosa che mi preoccupa

Mia sorella Tea ha smesso di mangiare.
Tutto è cominciato a febbraio, quando è morta la nonna, ma nemmeno io avevo appetito in quel periodo, così non ce ne siamo accorti subito.
Un mese dopo è morto anche il gatto di Tea, ma ce lo aspettavamo. Mangiava sempre meno e non saltava più sul tavolo per rubare il prosciutto. Tea ha provato anche a dargli il biberon, ma lui non voleva saperne. A giugno, papà è tornato dall’India e ha portato a Tea un gatto nuovo, con il pelo lungo e gli occhi blu. A pensarci bene, era un’idea abbastanza ridicola che bastasse un gatto a farla tornare quella di prima, ma per un po’ ci abbiamo sperato. Invece lei lo ha guardato come se fosse trasparente. Poi si è chiusa in camera.
Una mattina, verso fine novembre, Tea è svenuta in classe. Hanno chiamato la mamma e l’hanno portata in ospedale con l’ambulanza. Io ero a ginnastica e nessuno mi ha detto niente. Lo so che non è colpa mia, ma non mi fa sentire meglio.
Ieri, finalmente, sono potuto andare anche io a trovarla. Non sapevo come vestirmi, ma la mamma ha detto che non era importante. Alla fine, mi sono messo la camicia bianca della cresima, perché papà dice sempre che con la camicia sei più vestito.
Mentre me la abbottonavo, la mamma ha bussato e la sua testa è apparsa tra la porta e lo stipite, come quei pupazzi in scatola che saltano fuori all’improvviso.
«Sei pronto?» mi ha chiesto. Si era raccolta i capelli e aveva messo il rossetto.
«Quasi.» La camicia era abbottonata storta. Succede sempre così. Basta distrarsi un attimo e ti ritrovi fregato.
«Vado a tirar fuori la macchina. Dai tu da mangiare al gatto?» ha detto. Mi dà ai nervi che continui a chiamarlo il gatto, visto che adesso un nome ce l’ha.
Mi sono sistemato la camicia e sono andato in cucina. Leone dormiva nel suo posto preferito, sotto al termosifone.
Appena sono entrato, ha girato la testa verso di me e ha aperto gli occhi, ma appena appena. Mi guarda sempre di sottecchi, come se non avesse ancora deciso se gli interesso o no.
Ho preso i croccantini e glieli ho versati nella ciotola. Poi gli ho cambiato anche l’acqua. Lui mi ha osservato tutto il tempo con gli occhi socchiusi, senza muoversi.
«Fatto» gli ho detto grattandogli la testa, «È tutto pronto se ti viene fame.»
Leone ha allungato le zampe e le ha stirate allargando i polpastrelli.
«Hai visto che ha nevicato un po’stamattina?» ho fatto. «Non c’è niente di cui aver paura, è solo acqua strafredda» ho precisato, perché per lui è la prima volta.
Leone ha chiuso gli occhi e ha premuto la testa contro la mia mano.
«Io vado allora. Cerco di tornare presto» ho detto.
Ogni tanto mi chiedo se mi consideri il suo vero padrone o solo un rimpiazzo. A me non dispiacerebbe averlo tutto per me, però se mia sorella stesse bene il gatto lo vorrebbe. È una cosa che un po’ mi preoccupa.

I biscotti erano pronti sul tavolo. Prima di chiudere il pacchetto, ho messo davanti quelli venuti meglio. Si vedevano bene le gocce di cioccolato e non c’era neanche un pezzetto bruciacchiato.
Nel cortile, la mamma mi aspettava col motore acceso. Da quando Tea è in ospedale facciamo tutto di fretta, come se fosse il solo modo per fare andare bene le cose. Quando sono salito in macchina mi ha lanciato un’occhiata e ha detto, «Non so se glieli potrai dare.»
«Ma è quasi Natale! E sono quelli che le piacciono.»
La mamma ha alzato le spalle e ha scosso leggermente la testa. Ultimamente lo fa spesso, come se le si fosse impigliato qualcosa tra i capelli e non riuscisse a toglierlo.
«Vestiti e metti la cintura» mi ha detto.
Ho infilato la giacca a vento e ho messo i biscotti in una delle tasche laterali. Nell’altra ci ho messo il cappello, così sembravano gonfie uguali.
«Ha chiamato papà? Torna per Natale?» le ho chiesto.
«Non credo, tesoro. È appena ripartito.»
Papà è venuto a casa quando Tea è stata ricoverata, ma poi è dovuto ripartire.
«Ma lui cosa ha detto?» ho insistito.
«Abbiamo parlato di altro. Non c’era tempo.»
«Ma non abbiamo mai fatto Natale senza di lui!»
«Lo sai che puoi chiamarlo quando vuoi.»
«Dici sempre così ma non lo sentiamo mai.»
«Marco, per favore. Cerchiamo di fare uno sforzo» ha detto la mamma senza nemmeno voltarsi a guardarmi.
Volevo risponderle «Cerchiamo chi?», invece mi sono girato e ho guardato fuori dal finestrino. La neve si stava già sciogliendo. Era una poltiglia bianco sporco che ti veniva voglia di calpestare e far schizzare da tutte le parti.
Stavo per chiederle se potevo accendere la musica quando il suo cellulare ha squillato.
La mamma lo ha sbloccato e me lo ha passato, «Leggi tu per favore, è tua sorella.»
«Ha scritto ricordati lo shampoo» ho detto. «A cosa ci serve? Io stamattina ho fatto la doccia.»
«Il suo shampoo. Mi aveva detto di portarglielo ma mi sono dimenticata. Ci fermiamo un attimo.»
Si era anche dimenticata di rispondere a papà. Sul telefono aveva una chiamata persa.
Abbiamo parcheggiato davanti al supermercato. Negli ultimi tempi ci andiamo sempre. Abbiamo scorte di tutto. A volte non c’è niente da comprare, ma ci facciamo un salto comunque. La mamma dice che se vede una cosa magari le viene in mente che le serve. A me sembra strano e anche un po’ snervante. È come non sapere mai di cosa hai davvero bisogno.
Ho chiesto alla mamma se potevo aspettare in macchina, ma lei ha sbuffato.
Di fronte all’ingresso c’erano dei ragazzi che distribuivano dei volantini, ma noi abbiamo tirato diritto. Dentro, ho fatto apposta a starmene per conto mio. Sono andato a prendere delle scatolette gourmet per Leone, poi mi è dispiaciuto e sono tornato dalla mamma. Le scatolette me le ha lasciate prendere.
Quando siamo usciti una ragazza del gruppo ci è venuta incontro. Col vento, una ciocca di capelli le ha coperto il viso e lei li ha ributtati indietro con la mano.
La mamma l’ha guardata e la ragazza ha sorriso. Deve aver pensato che la mamma fosse interessata, perché le ha offerto un volantino e ha detto: «Signora, Dio vuole pensare a lei.»
La mamma ha fatto una faccia confusa, ha sollevato il braccio con la borsa della spesa, come per ripararsi, e ha accelerato il passo.
Il foglio l’ho preso io. C’era scritto: DIO CAMBIERÀ LA TUA VITA. Mentre la mamma sistemava la spesa sul sedile dietro, l’ho piegato e l’ho messo in tasca.

L’ospedale era un edificio bianco con uno spiazzo davanti. Al centro c’era una fontana di marmo rosso di quelle dove l’acqua, anziché zampillare, scende a filo della parete. Pensavo che la mamma avrebbe detto qualcosa, perché va matta per le fontane, invece ci è passata davanti come se non esistesse.
Abbiamo preso l’ascensore fino al quinto piano. C’era una porta a vetri e la mamma ha dovuto suonare per farsi aprire. Era come se Tea fosse chiusa dentro. O noi fuori. O tutti e due. È arrivata un’infermiera e ci ha accompagnato in un salottino. «Venite», ha detto, «Tea vi aspetta.» Io mi sono guardato intorno. Non sembrava un posto che ti aiuta a stare meglio: era tutto marrone e grigio e non c’era niente nella stanza che assomigliasse a Tea. Lei era seduta su un divanetto. Stava sfogliando una rivista ma quando ci ha visti l’ha chiusa e l’ha buttata sul tavolo.
«Ce l’avete fatta» ha detto alzandosi.
Aveva un pigiama verde mela che la faceva sembrare un po’ mia sorella e un po’ un elfo irlandese.
Anziché venire a salutarci, si è tolta un elastico dal polso e ha cominciato a raccogliersi i capelli. Non le piace quando le vengono davanti agli occhi. Ho cercato di guardarla senza che se ne accorgesse, per non darle ai nervi. Aveva un polso sottilissimo. Adesso le si spezza, ho pensato. Ho infilato le mani in tasca e la carta dei biscotti ha fatto rumore.
La mamma mi ha appoggiato una mano sulla spalla. «Non hai freddo senza la vestaglia?» ha detto a Tea.
«Se avevo freddo me la mettevo, no?»
Poi si è girata verso di me e ha detto «Sei venuto anche tu.»
«Sì» ho risposto, sperando che non volesse litigare anche con me.
L’infermiera è tornata a prendere la mamma. «Così puoi stare un po’ con tuo fratello» ha aggiunto rivolta a Tea.
Tea l’ha guardata come se avesse detto un’idiozia.
La mamma ha tolto lo shampoo dalla borsa.
«Quello alla camomilla non c’era. Te ne ho preso un altro.»
Tea ha fatto una faccia come per dire ci avrei scommesso.
«È vero!» ho detto io, «al supermercato non c’era.»
«Non c’era perché non lo vendono. Al supermercato» ha detto Tea.
Certe volte è cosi stronza che ti viene voglia di prenderla a schiaffi.
«Tea, sono sicura che va bene anche questo» ha detto l’infermiera, poi ha aperto la porta e lei e la mamma sono uscite.
«Cos’è, non sei capace di sederti?» mi ha fatto Tea.
La poltrona era una di quelle in cui sprofondi immediatamente senza riuscire a sistemarti.
«Mi spiace, forse si sono rotti» ho detto tirando fuori i biscotti.
«Cos’è?» ha fatto Tea.
«Li ho fatti io.»
Tea ha fatto un passo verso di me. Mi sono alzato e le ho teso il pacchetto. Lei ha allungato il braccio lentissimamente, e finalmente lo ha preso.
«Sono biscotti?» ha detto guardandoli.
«Sono quelli al cocco e cioccolato» ho risposto.
«Davvero li hai fatti tu?»
«La mamma mi ha aiutato col forno.»
Tea ne ha preso uno e lo ha guardato, poi lo ha rimesso dentro e ha appoggiato il pacchetto sul tavolo.
«Mi sa che il cocco non si sente tanto» ho aggiunto.
«Meglio. Sennò diventa stucchevole.»
Non sapevo cosa volesse dire, ma ho fatto finta di niente.
«Non c’è neanche il burro. C’è scritto che con l’olio vengono più leggeri.»
«Che stronzata» ha sbottato Tea. «Tu credi proprio a tutto.»
Io sono rimasto zitto e dopo un po’ Tea ha detto, con un tono più gentile, «L’avete già fatto l’albero?»
«No. Aspettiamo te e papà. Ho portato su la scatola, però. Leone gioca con le palline.»
«Per me puoi anche farlo se vuoi. E comunque papà non torna, nel caso non ti fosse chiaro.»
«Magari all’ultimo si libera. Se tipo lo chiamiamo…»
«Sì, come no. Non hai ancora capito che stanno divorziando?»
«Non è vero» ho gridato. «Tu come fai a saperlo?»
«Oh, sveglia, eh. Saranno mesi che non parlano d’altro. Ma in che mondo vivi?»
«Non è vero. Tu neanche ci sei a casa. Ti hanno chiusa qui dentro perché non vuoi neanche mangiare un biscotto.»
Tea ha preso il pacchetto e me lo ha tirato addosso.
«Vattene» mi ha gridato Tea, «tu e i tuoi biscotti del cavolo.»
Li ho raccolti e sono corso fuori senza guardarla, perché avevo paura che stesse piangendo.

Al pianterreno c’era un sacco di gente. «Scusi, lei sa dov’è un telefono?», ho chiesto a un’infermiera che passava.
«Un telefono? Oddio, non so mica se c’è. Tutti hanno i cellulari adesso… ma sei in giro da solo? Ti è successo qualcosa?»
«No» ho detto, «ma devo fare una telefonata.»
«Guarda, non lo so proprio, mi spiace. Prova a chiedere alle ammissioni.»
Io non ma mi fidavo tanto a cercarle, per paura che chiamassero la mamma all’altoparlante.
In fondo al corridoio c’erano delle sedie e una fila di distributori automatici. Mi sono avvicinato, ma c’era solo una macchinetta del caffè e una con le merendine.
Mi sono seduto. Di fianco alla mia sedia c’era un cestino. Ho tirato fuori i biscotti. Se li avessi buttati, forse mi sarei dimenticato di cosa era successo e mi sarei sentito meglio.
Stavo giusto per alzarmi quando è sbucata la vecchietta. Aveva la vestaglia e le ciabatte e mi veniva incontro. Ho nascosto la faccia contro lo schienale della sedia.
«Va tutto bene caro? Ti ha mangiato i soldi?» ha fatto lei piazzandosi di fronte a me.
Ho fatto di no con la testa.
«Volevi prendere qualcosa?»
Ho fatto ancora no.
Volevo che andasse via, ma lei si è seduta sulla sedia accanto.
«Allora che succede? È una cosa che potresti dirmi?»
«Mi serve un telefono per chiamare mio papà.»
«Ah, ecco. E chiamarlo per dirgli cosa? Ti sei perso?»
«No.»
«No? Lo sai che se mi parli così non ti capisco tanto bene?»
Mi sono voltato verso di lei. Aveva i peli sul mento e gli occhi un po’vicini, come la nonna.
«No» ho ripetuto, «Per chiedergli di venire a casa.»
«Ah, adesso capisco meglio.»
Avrei dovuto chiederle se aveva un telefono, invece le ho allungato il pacchetto di biscotti.
«Ne vuole uno? Li ho fatti io» ho detto.
«Davvero? Caspita» ha detto la signora prendendo un biscotto.
Io ho alzato le spalle.
«E te ne vai in giro a offrirli agli sconosciuti?»
«Erano per mia sorella, ma non li ha voluti.»
«E perché mai?»
«Non mangia più.»
«Il tuo biscotto è buono. Bello friabile.»
«Friabile?»
«Sì. Si spezzetta naturalmente.»
«È importante?»
«Per un biscotto direi di sì. Soprattutto se non hai più i denti tanto buoni.»
«Lei è qui per i denti?»
«Magari fosse quello. È un’altra cosa. Ma non starò qui per molto.»
«Va in un altro ospedale?»
«Vado in un posto dove non avrò più bisogno di curarmi.»
«Le è andata bene.»
«Mettiamola così.»
«Questo secondo lei è un buon ospedale?»
«Penso di sì.»
«Ma non ne è certa?»
«Nessuno è mai certo di niente.»
«Tranne Dio. Lui sa tutto e può cambiare la tua vita.»
«Tante cose possono cambiarti la vita.»
«Già. Lei ce l’ha un gatto?»
«No. E tu?»
«Sì. Si chiama Leone.»
«Che bel nome.»
«L’ho scelto io. Magari quando esce può venire a vederlo.»
«Magari.»
«All’inizio era di mia sorella, ma adesso ci penso io.»
«È un gatto fortunato.»
Io ho solo annuito. «Forse è meglio che vada. Non è abituato a stare da solo» ho aggiunto.
«Mi sembra una buona idea. Ti rubo un altro biscotto.»
La signora mi ha riaccompagnato fino all’ascensore. Mentre le porte si chiudevano, mi ha fatto ciao con la mano.

Attraverso la porta a vetri, ho visto la mamma in piedi nel corridoio. Parlava con l’infermiera e all’improvviso ha alzato le braccia. Sembrava dicesse non ne ho idea o come è potuto succedere? Appena si è accorta di me, le ha lasciate ricadere lungo i fianchi.
«Sei arrabbiata?» le ho chiesto subito.
«Sì. No. Non farlo più» ha risposto senza guardarmi.
Volevo chiedere scusa a Tea, ma stava riposando. «Andiamo» ha detto la mamma. Ha stretto le dita della mano intorno al mio collo e ce le ha tenute fino al parcheggio.
Ho cominciato a dirle della signora, ma non stava ascoltando. «L’importante è che stai bene» ha detto.
Eravamo appena entrati in casa, quando si è ricordata della spesa.
«Sto perdendo la testa» ha detto, ed è tornata a prenderla in macchina.
La mamma è rientrata e l’ho seguita in cucina. Ha aperto il frigo e ha cominciato a sistemare la frutta nel cassetto. Poi si è fermata, ha preso il sacchetto e ce lo ha infilato cosi com’era. «Facciamo dopo» ha detto con la testa dentro al frigorifero. «È lo stesso.» Si è lasciata cadere sulla sedia senza togliersi il cappotto e ha chiuso gli occhi.
Sono rimasto lì a guardarla aspettando che si muovesse. Alla fine, una falda del suo cappotto si è aperta di lato e lei l’ha rimessa al suo posto.
Leone è arrivato zampettando ed è saltato sul davanzale. Mi sono avvicinato e ho guardato fuori anche io. Dopo un attimo, un fiocco di neve ha attraversato il quadrato della finestra ed è scomparso. «Forse ricomincia» gli ho detto piano, per non disturbare la mamma. Leone ha girato la testa verso di me e mi ha guardato con gli occhi bene aperti. Ce ne siamo rimasti lì per un po’, lui e io, aspettando di vedere cosa sarebbe successo.