Staccionata

Non so cosa sia successo a mio padre, ma è da qualche mese che ha smesso di parlare.
O meglio, so cosa è successo. Mia madre l’aveva beccato una sera fuori con una ragazza che avrà avuto sì e no la mia età.
Di solito mia madre, per le cose piccole, impazzisce. Davvero. Inizia a sbraitare, tirare le scarpe, strapparsi i capelli.
Questa volta non ha detto una parola, la mattina seguente ha fatto le valigie e se n’è andata di casa.
Non posso biasimarla, forse anche io avrei fatto così, al suo posto.
Ora mio padre è strano, ha smesso anche di vedere quella ragazza con cui si frequentava. Esce poco, beve molto. Se ne sta quasi tutto il giorno sul divano, oppure si inventa dei passatempi, lavora il legno, taglia il prato, cose così.
A volte lo sento che tenta di chiamare mia madre, le lascia messaggi in segreteria, le chiede di tornare. Quasi lo compatisco, ma non gliene faccio una colpa.
I miei genitori non sono mai stati bene insieme, secondo me. Certo, erano sposati da vent’anni, ma non ho mai capito cosa avessero in comune. Parlavano solo di soldi e cose spicce. Forse mio padre aveva bisogno di una boccata d’aria, non so. Non me ne intendo di queste cose.
Saranno stati tre mesi fa, sono andato da mio padre per provare a chiacchierare, a capire come stesse. Insomma, ero preoccupato.
Io con lui non ci ho mai parlato tanto, però lo vedevo che stava da bestia e un po’ mi faceva pena. Alla fine è mio padre.
Quindi sono andato lì e gli ho fatto «Come stai, papà? Sono preoccupato». Cristo, non potete capire quanto fosse difficile per me parlarci in quel modo, non lo avevo mai fatto. Lui mi fa che stava bene. Gli avrei spaccato la testa, perché non stava bene, e si vedeva.
«No, papà, non stai bene», gli faccio io, «sono mesi che non lavori, continui a chiamare mamma, stai sempre sul divano».
Sapeva che avevo ragione, ma continuava a ridere. Come se stessi dicendo qualcosa di divertente. Ci ho rinunciato, quando uno si preoccupa e l’altro gli ride in faccia, perde un po’ la pazienza.
Allora me ne sono tornato in camera e mi sono fatto gli affari miei. Lui è uscito in giardino ed è andato in garage a fare non so che. Lo osservavo dalla mia finestra che barcollava sulla ghiaia del vialetto.
Mio padre è davvero grasso. Certo, non parte avvantaggiato perché è robusto di corporatura, ma comunque non fa attività fisica e beve come un forsennato. Per questo non cammina molto bene.
L’unica nota positiva di questa situazione precaria è che adesso il nostro giardino è curato. Non ci sono più i ciuffi di erbaccia che spuntano dai paletti della staccionata, è una distesa verde e uniforme, ordinata come mai prima d’ora. Mio padre ci passa le giornate, col tagliaerba.
Poi abbiamo un orto con zucchine, melanzane, lattuga, pomodori. È tutto gustosissimo, ma i pomodori sono il pezzo forte. L’orto era di mia madre, ma ora ci tiene dietro mio padre e anche io, quando mi capita.
Quella sera, saranno state le sei, ci suona al campanello il nostro vicino di casa, Lucchesi.
Vado a rispondere io e faccio: «Chi è?».
Lui fa: «Ciao Mattia, sono Renzo, c’è tuo padre in casa?».
«Sì, è in cucina, ora lo vado a chiamare», gli faccio io, e sono andato.
Sono rimasto lì sull’ingresso ad ascoltare cosa si dicessero. Lucchesi aveva chiesto a mio padre di rifare la staccionata che divideva il nostro cortile dal suo, perché era vecchia e malmessa.
Mio padre ha accettato. Finalmente aveva trovato qualcosa da fare che gli avrebbe fruttato anche qualche soldo.

Il giorno dopo mi sono svegliato presto e sono andato ad osservare la staccionata che avremmo smantellato da lì a poche ore. Pensavo a quanto fosse stupido dividere due giardini. Pensavo che se non fosse mai esistita quella staccionata, forse ora il misero spiazzo di terra battuta dei Lucchesi sarebbe al pari del nostro manto erboso. Forse mio padre baderebbe anche al loro oleandro rinsecchito e questo pullulerebbe di candidi fiorellini rosa.
Chissà chi aveva inventato quella assurdità. Quella di dividere i giardini, dico.
È arrivato mio padre a interrompere il flusso di pensieri. Non sapeva che volevo dargli una mano, quindi nemmeno mi ha salutato e ha iniziato a sradicare i vecchi paletti di legno della staccionata.
«Se vuoi ti do una mano», gli ho detto, ma non mi ha ascoltato. È un po’ sordo.
Quindi ho deciso di affiancarmi a lui e imitarlo. Ho preso una piccola pala e ho iniziato a scavare nel terriccio dove era conficcata una tavoletta di legno. Abbiamo continuato così per qualche ora finché non sono finiti i paletti.
Era quasi ora di pranzo, per cui me ne sono andato in cucina a preparare qualcosa da mangiare per me e mio padre. Sentivo che stava confabulando qualcosa con Lucchesi, si stavano accordando sul tipo di legno che avrebbero utilizzato e sul colore.
Nel frattempo io stavo preparando un’insalata con la lattuga e i pomodori dell’orto. Non smetterò mai di ripetere quanto fossero buoni. Croccanti, succosi e dolci. Davvero.
Poi ho apparecchiato a tavola, tagliato la grossa pagnotta di pane raffermo in otto spesse fette. Le ho abbrustolite tutte e ho condito qualche bruschetta con olio e aglio.
Mio padre mi ha raggiunto a tavola poco dopo, dicendomi che nel pomeriggio sarebbe andato a comprare l’occorrente per finire il lavoro.
Abbiamo pranzato senza dire una parola. Avrei voluto dare la colpa alla stanchezza, ma la verità è che non abbiamo mai avuto tanto da dirci.

Ero seduto nella veranda quando si è avvicinato Lucchesi e mi ha chiesto cosa ne pensassi del colore della staccionata. Non sono sicuro di avergli risposto.
Avevano scelto un bianco grigiastro che si abbinasse col colore di casa sua.
Sono convinto che mio padre non avesse avuto voce in capitolo nella scelta. Probabilmente Lucchesi gli aveva proposto un colore e lui aveva semplicemente accettato, faceva sempre così. Non ho mai capito se lo facesse perché gli andava bene tutto o semplicemente per evitare discussioni.
In ogni caso, è un comportamento un po’ codardo, per quanto mi riguarda.
Lucchesi, poi, è proprio un bastardo. Uno di quelli che non ha un soldo ma, appena ce l’ha, lo sperpera per comprarsi la macchina o lo stereo nuovo. Un vero cafone.
Lo detestavo, e forse lui lo sapeva, soprattutto perché aveva sempre fatto il viscido con mia madre.
C’è stato un periodo in cui i miei genitori chiamavano spesso lui e sua moglie a cena da noi, quando il nostro giardino non era ancora più verde del loro e dell’orto non c’era ancora traccia. Lo vedevo che scrutava mia madre, attento ad ogni suo sguardo o movimento. Una volta sono sicuro di averlo beccato a guardarle il culo.
Grazie al cielo è arrivato mio padre. Ci siamo messi tutti e due all’opera per cercare di montare il tutto prima che facesse sera. Fortunatamente era estate e quindi avevamo ancora diverse ore prima del crepuscolo.
Ogni tanto la moglie di Lucchesi, la signora Emma, ci portava della limonata fresca. Quella donna non l’ho mai capita. È garbata con me, ma nemmeno una volta ho saputo dialogarci oltre i semplici convenevoli. Per lo meno, è carina.
Mi faceva piacere vedere mio padre in quel modo dopo quei mesi. Lo osservavo mentre raddrizzava i paletti che aveva appena piantato, la cura con cui prendeva le distanze fra l’uno e l’altro per fare un lavoro come si deve.
Aveva una forte etica lavorativa, quell’uomo. Non aveva mai studiato e per questo i miei nonni lo mandarono in acciaieria appena sedicenne. Poi, dopo la cosa con la mamma, si era come spento. E allora rivederlo così mi ha fatto un po’ effetto, devo ammetterlo.
Pensavo a come le circostanze possono cambiare la vita di un uomo, che crede di essere arrivato a un binario morto, dove ha un lavoro stabile, una moglie, un figlio. Poi, magari, un giorno incontra una ragazza di trent’anni in meno e ci perde la testa, davvero. Inizia a frequentarla di nascosto, prima una volta ogni due settimane, poi ogni weekend, alla fine una sera sì e una no.
In men che non si dica si ritrova ad avere due vite parallele, e quindi iniziano i regali di nascosto, iniziano i litigi con la moglie, le assenze ingiustificate. Quelle cose che, alla mia età, ti sembrano così strane. Ma forse sembravano strane anche a lui.
Fatto sta che, in quel periodo, me lo ricordo mio padre. Era diverso, avevo notato che sorrideva più spesso e sembrava soddisfatto del suo lavoro. Non ci avevo dato gran peso, però.
Poi mia madre lo aveva beccato, come dicevo, e da lì è crollato tutto. Il lavoro, la ragazza, la soddisfazione. Deve essere dura, a cinquant’anni suonati.

Erano ormai le nove di sera quando abbiamo smesso di lavorare. Mancava solo la tinteggiatura, ma mio padre mi ha detto che l’avrebbe finita da solo l’indomani.
Eravamo entrambi stremati e ustionati dal sole di luglio. Io sono andato a farmi una doccia gelata, mio padre si è seduto sul divano con una birra.
Non avevo le forze di preparare la cena, quindi sono rimasto a digiuno. Mio padre ha fatto lo stesso, credo.

La mattina seguente mi sono alzato verso le undici. La notte avevo dormito come un sasso per la stanchezza del giorno prima. Mi sono affacciato alla finestra e mio padre stava già finendo di tinteggiare la staccionata con quel colore improbabile.
Sono sceso a fare colazione e mi sono messo a guardare una replica del notiziario.
Dopo pochi minuti, avevo ancora il toast in bocca, sento Lucchesi che si avvicina mio padre e dice qualcosa tipo «bel lavoro, Marco!». Allora mi sono affacciato di nuovo e ho visto che la staccionata era bella che pitturata.
Non era niente male, per essere stata montata in un giorno.
Sono uscito in giardino districandomi fra i secchi di vernice, i pennelli, una pila di assi di legno, i martelli.
Mio padre era accovacciato e stava contemplando i dettagli della sua opera, spostando lo sguardo da sinistra a destra. Dopo qualche secondo, ha detto: «Sì, sono soddisfatto».
Poi si è alzato in piedi e ha continuato: «Senti, come ci regoliamo per i soldi?».
«Non saprei», ha risposto Lucchesi, «quanto hai speso per il materiale?».
«Trecento euro».
«Allora sono centocinquanta a testa», ha detto Lucchesi.
«Sì. In più c’è la manodopera», ha fatto mio padre, «ci ho messo una giornata, pensavo a cento euro».
Lucchesi ha fatto una smorfia.
«Cosa c’è?», gli ha chiesto mio padre.
Inizialmente è rimasto un po’ in silenzio, sembrava come imbarazzato. Alla fine, si è deciso e ha risposto: «Non ti voglio pagare quei cento euro. Si divide il costo del materiale per due e basta».
«E pensi che la staccionata si monti da sola?», ha controbattuto mio padre. «E poi, perché non dovresti pagarmi?»
«Penso che fra amici ci si possa venire incontro. Non ho un soldo, lo sai bene. Te li darò più avanti», ha detto Lucchesi.
Aveva l’aria di uno che non avrebbe ceduto. Non perché i soldi non li avesse, chiaramente.
«E tu sai che Monica se n’è andata di casa e mi hanno licenziato. Ho bisogno di quei soldi, adesso». Le giugulari gli si erano dilatate e le mani erano strette a pugno. Non lo avevo mai visto così, mio padre.
Si è voltato e ha cominciato a camminare su e giù per il giardino. Era frenetico. Ogni tanto mandava un’occhiataccia a Lucchesi, ma poi non diceva nulla.
«Non ti do un soldo in più del prezzo del materiale», ha ribadito Lucchesi.
A quel punto, mio padre è scoppiato.
«Sei sempre stato un bastardo».
«Scusa?», ha fatto Lucchesi.
«Pensi che io non abbia visto come guardavi Monica? Pensi che non abbia sentito le battute che facevi? Le riconosco, certe cose».
«Che cosa c’entra adesso? Perché tiri in ballo Monica?»
«Perché sei un bastardo. Ho letto le lettere che le mandavi. E così eri innamorato di lei? Volevi che fuggisse con te?», ha fatto mio padre.
Lucchesi guardava in basso. Era inviperito.
Poi, è scoppiato anche lui: «Il vero bastardo, qui, sei tu. Monica è una donna incredibile e non se n’è andata senza motivo».
Mio padre è rimasto in silenzio.
C’è stata una pausa di almeno un minuto. Una brezza aveva iniziato a smuovere le frasche del pioppo che ombreggiava buona parte del nostro giardino.
«Scusa, forse ho esagerato», ha detto Lucchesi.
L’aria si stava congelando. Per un altro minuto non è volata una mosca.
«Tranquillo», ha detto mio padre, riavvicinandosi alla staccionata.
Ero pietrificato, non mi sembrava che quella conversazione fosse mai avvenuta. Pensavo a cosa avesse provato nel sentire quelle parole taglienti pronunciate davanti a me. Non ne aveva mai parlato in mia presenza, mio padre.
Lucchesi si è congedato, scusandosi un’altra volta e dicendo che avrebbe dato i centocinquanta euro entro qualche giorno.
Stavo per tornare in casa, quando ho visto con la coda dell’occhio mio padre prendere una delle assi di legno e sfracellarla con una potenza tremenda in faccia a Lucchesi.
Poi si è buttato sul corpo inerme del vicino e ha cominciato a tirargli una raffica di pugni diretti al volto.
Non ho provato a fermarlo, non so perché. Mi sono voltato e sono andato in camera da letto.

Ora sono passati circa tre mesi da quell’incidente. Mio padre non parla più neanche con me. Mia madre ha dato di matto quando ha saputo cosa aveva combinato con Lucchesi.
È tornata a casa e ha iniziato a urlargli addosso che era un fallimento d’uomo, che doveva farsi vedere da uno psichiatra, che era depresso e altre cose simili. Non penso abbia tutti i torti, ma non è sicuramente quello il modo di farglielo capire.
Io li spiavo dalla cucina, erano in salotto a litigare. Alla fine mia madre è scoppiata in lacrime e si è stesa sul divano. Ha fatto scivolare la testa sulla spalla di mio padre.
Continuava a singhiozzare frasi come: «Perché l’hai fatto? Perché?». A quel punto non penso si riferisse più all’incidente con Lucchesi.
Mio padre non ha detto una parola, neanche in quell’occasione. Ha preso mia madre sottobraccio e lei si è calmata. Poi, si sono addormentati sul divano, insieme.
Da quel giorno mia madre è tornata a vivere in casa, ma non ho capito bene perché. Forse, certe cose, è meglio non saperle.
Oggi il giardino è pieno di foglie.