Ringo


Il medico. Ci sarebbe voluto il pediatra. Ma come chiamarlo? Cosa dirgli? Ho un bambino grande come un topo? Gliel’avrebbero portato via. Dentro di sé sapeva che prima o poi avrebbe avuto bisogno di un pediatra, ma in quei mesi se l’era cavata senza e la paura che Ringo finisse in qualche laboratorio era troppo forte. La stessa paura gli aveva impedito di cercare un medico di cui fidarsi anche negli ultimi giorni. In fondo, pensava, è una diarrea, è una cosa che capita ai bambini. Nel corso della notte Ringo aveva perso il suo colorito blu notte, era diventato ceruleo, poi era sbiadito e infine era passato dal viola al rosso acceso, non piangeva più, si lamentava e basta. All’alba era morto.
Sopraffatto dal dolore e dalla stanchezza, Alberto pensava a Sabrina come a una presenza inutile in tutta la storia ma sapeva di essere ingeneroso. Era stata lei a cucire per Ringo tutti i minuscoli vestiti, le coperte, a inventarsi i sistemi per lavarlo e dargli da mangiare, era brava in queste cose pratiche. Lui era bravo a farlo rilassare, a cullarlo con un piccolo movimento del pollice, a soffiare piano proprio sopra di lui, così che sentisse il vento debolmente affacciarsi sui capelli neri. Le dita sembravano steli d’erba, gli occhi punti d’inchiostro nero. Dormiva quasi sempre e così piccolo era comodo da portare dietro, se lo metteva nel furgone e poteva lavorare, fare le consegne e accudirlo. Si era inventato un sistema per proteggerlo da eventuali incidenti e per impedire che dall’esterno potessero vederlo. Lo sistemava nel cassetto del passeggero, quello con i documenti del furgone. Aveva smontato il cassetto vero e proprio e nel vano aveva ricavato una specie di culla, protetta da una zanzariera fissata con i chiodi. Nel furgone con Ringo si stava benissimo. Alberto parlava, gli raccontava quello che vedeva fuori e Ringo, quando non dormiva, lo osservava con gli occhi neri che si muovevano veloci, ogni tanto rideva, spesso Alberto non capiva perché. Aveva solo dovuto smettere con la radio, troppo forte per Ringo, il rumore lo infastidiva.
«Non sappiamo niente di lui. Non abbiamo più cercato. La madre dico. La madre vera.» Il pensiero gli saltò in mente all’improvviso e uscì dalla bocca come fosse autonomo.
«Dobbiamo seppellirlo» rispose Sabrina.
«Perché cambi argomento ogni volta?» chiese Alberto.
Sabrina ricominciò a piangere.
«Dobbiamo seppellirlo, hai ragione. Ma in un posto dove i suoi genitori possano trovarlo. Un giorno, chi lo sa.»
Il giorno dopo Alberto avrebbe voluto prendere un giorno di ferie ma la ditta non gliel’aveva concesso e non poteva dire che aveva perso un figlio. Provò ad accendere la radio nel furgone e iniziò a piangere forsennato, alzò il volume e la musica coprì il rumore dei singhiozzi ma solo per l’esterno, lui li sentiva lo stesso. Non accese più la radio per tutto il giorno.
Alla sera, insieme a Sabrina, andarono in cima a una collina, il posto l’aveva individuato lei. L’unico segno umano erano i ripetitori delle tv e dei telefoni.
«Ci venivo a scopare con il mio ex» spiegò Sabrina mentre percorrevano le ultime curve.
«Bello» disse Alberto.
Sabrina non piangeva più, anzi faceva di tutto per apparire pratica e distaccata. Però aveva fumato molto e i suoi discorsi avevano sempre un ritardo di una frazione di secondo. Alberto si sentiva scollegato, guidare però lo aiutava, come se il furgone lo ancorasse al terreno. Dovettero fare l’ultimo pezzo a piedi, poche decine di metri.
«Non pensi che dovremmo cremarlo?» chiese Sabrina.
«Io non brucio proprio un cazzo. Non ci penso nemmeno. E non erano questi gli accordi, mi pare.» L’idea fece venire il voltastomaco ad Alberto.
«Potremmo conservare le ceneri però.»
«No, Sabrina. No. Io non lo faccio. È già difficile così. Per favore, cerchiamo di stare nei piani.»
«Ma cosa c’entrano i piani, non è mica un lavoro. È un funerale.»
«Anche i funerali seguono un piano.»
Lo seppellirono a una profondità di quaranta centimetri. Il piccolo corpo di Ringo era avvolto in un leggero lenzuolo di lino, chiuso nella sua scatola di biscotti e avvolto nella carta stagnola per proteggerlo dagli animali, almeno per un po’. Era stata un’idea di Sabrina. La stagnola era molto brutta, così l’abbellirono con dei nastri colorati. Alberto si era portato il testo stampato di Accross the universe e di With a little help from my friends per cantarle senza sbagliare, non era sicuro di riuscire a ricordare tutte le parole, anche se negli ultimi mesi aveva cantato quelle canzoni centinaia di volte. Riuscì a cantare appena le prime parole, poi scoppiò a piangere e si rifugiò nel furgone. Sabrina avrebbe voluto continuare ma Alberto si era portato via il testo delle canzoni. Così attaccò una canzone dei Litfiba che le piaceva. Poi si sentì stupida e salì sul furgone anche lei.
«Non ne sapremo mai più niente» disse Alberto a sé stesso.
«Ho lasciato i nostri numeri di telefono. Sono sull’albero più vicino alla tomba» annunciò Sabrina. «Li ho scritti con il pennarello indelebile» spiegò.
«Del resto non ne sapevamo niente nemmeno prima» continuò Alberto.
Decisero di cenare insieme e ordinarono due pizze, per non cucinare. Nessuno dei due riuscì a dormire. Per tutta la notte sentirono i rumori dell’altro attraverso il pianerottolo ma non si cercarono. Si incrociarono per caso la mattina seguente, sul pianerottolo, e scoppiarono a piangere nello stesso istante. Si abbracciarono, Alberto riaprì la porta di casa e arrivarono entrambi molto tardi al lavoro.