Non la sai la storia del filo rosso della leggenda giapponese

E per quattro anni ci siamo fatti i regali da duecento euro. Uno per me, e uno per lei. Quattrocento euro l’anno, per un totale di quattro anni, che in tutto fa milleseicento euro. Però, invece di duecento, potevano anche essere cento, anzi, meglio se erano cento, così non mi dovevo disturbare. Perché è ovvio che se lei spendeva duecento euro, anche a me poi toccava spendere duecento euro, per non essere da meno. Allora il primo anno mi fa: cicciolino mio, che cosa vuoi per regalo? Me lo chiedeva così che sembrava l’elenco della lista della spesa, zucchine patate bastoncini di pesce yogurt e regalo al cicciolino mio. E questa cosa mi urtava, che lei sempre mi chiedeva di completare con un desiderio la mia sorpresa, e non si disturbava di pensare alla mia sorpresa, anzi, il pensiero di fare una sorpresa mi mette l’orticaria, diceva, e mi riempie d’ansia, e mi vengono le pustole al pensiero che potrei sbagliare e quindi fallire, e questo fallimento, che sarebbe un doppio fallimento, per me e per te, ci costerebbe duecento euro, allora fai prima a dirmi cosa vuoi, diceva, e io te lo prendo. In compenso voleva sempre la sorpresa. Fammi una sorpresa, diceva, ti prego please please, e che sia bella, se ti riesce fai che sia la sorpresa più bella della mia vita, una che mi piaccia, che mi faccia impazzire, però fai tu, come sai fare solo tu.
Allora il primo anno, che ci amavamo tanto, forse troppo, e con la foga del troppo si è esaurito tutto prima, mi fa: cicciolino mio, che cosa vuoi per regalo? E io: una bici nuova fiammante. Una bici nera, che anche se è nera è fiammante lo stesso. Allora siamo andati al negozio specializzato e io ho indicato, tra tutte, la bici nera che mi piaceva di più. Però costava duecentoventicinque. Allora mi fa però costa duecentoventicinque. E io non importa, lasciamo stare, è il pensiero che conta, io ti amo. E lei: quanto mi ami? E io: mah, boh, ti amo tanto. E lei: solo tanto? E io: mah, boh, ti amo tantissimo. Solo tantissimo? Mah, insomma, ti amo superlativo. E prendiamola, allora.
Quindi è venuto il commesso e io ho indicato la bici e lui l’ha guardata e ha detto: epperò c’è un problema. E con questo siamo a due, ho pensato, non basta che costa duecentoventicinque invece di duecento, adesso c’è anche questo altro problema. Sentiamo questo problema, ho detto. Il problema, ha detto il commesso, è che questo modello è da donna. E non c’è un altro modello così, però da uomo. Apperò, mi sono detto, pensa te, che mi sono fatto piacere una bici da donna. Non fa niente, ho detto, la prendo lo stesso anche se è da donna. Epperò c’è un altro problema, ha detto il commesso. E con questo siamo a tre, ho pensato, ma sentiamo, sentiamo questo altro problema. Il problema è che non è una vera mountain bike, ma una semi mountain bike, e quindi ci puoi andare sì in montagna, ma non su una vera montagna, meglio se una semi montagna, e qualche dosso lo puoi sì prendere, ma non un dosso serio, meglio se un dosso semi serio. E non fa niente, ho detto, la prendo uguale anche se è semi.
Allora adesso regoliamo la bici, ha detto il commesso, così diventa non una bici qualunque, ma una bici per te. E ha mosso e ha indicato le marce e le catene e ha parlato a lungo e ogni tanto chiedeva: tutto chiaro fin qui? E io annuivo ma intanto guardavo la mia bici e pensavo: che bella la mia nuova bici.
Quindi il primo anno abbiamo preso il regalo da duecentoventicinque, che il primo anno ci amavamo superlativo. Anche se poi questa bici nera fiammante non l’ho potuta calzare subito, i pedali sotto i piedi, e il manubrio sotto le mani, e il sedile sotto lo scroto. Non subito, che questa bici nera fiammante l’ho voluta così tanto, e lei mi ha amato così superlativo, che l’abbiamo comprata anzitempo. Te la compro adesso, ha detto, però non la puoi calzare anzitempo, che porta male. Allora lei la bici da duecentoventicinque me l’aveva comprata mettiamo il venerdì, e il mio compleanno cadeva mettiamo il lunedì, e io durante quel venerdì, e durante i giorni successivi al venerdì e precedenti al lunedì, non l’ho potuta calzare. Invece l’ho dovuta accompagnare a mano in mezzo alla strada fino alla cantina di casa sua, dove sarebbe rimasta fino all’alba del lunedì, e questa bici camminava tra noi due dotata di una terza vita, tant’è che a un certo punto ho proprio pensato: guarda te se questi duecentoventicinque euro non camminano in mezzo alla strada come una terza vita.
E lei, dopo, quando la bici è stata dentro la sua cantina il venerdì, e poi finalmente fuori dalla sua cantina il lunedì, e mi ha potuto dare il bacio sulla guancia e sulla bocca e dire buon compleanno cicciolino mio ecco a te questo regalo, ha tirato fuori su uno di quei sospiri. Ma uno di quei sospiri, che sembrava tirato giù con una fune dalla luna. E ha detto: che cosa mi regali?
Perché se era vero che il suo compleanno cadeva a distanza mettiamo magari di sette mesi dal mio, lei era finalmente libera del fardello del mio compleanno e poteva dare a me il fardello del suo compleanno. E io allora ho proprio pensato: che buffa questa cosa, che l’amore sembra fatto dei periodi di stasi tra un compleanno e l’altro. E durante quel mio compleanno del primo anno, che tra parentesi facevo vent’anni, non uno di meno e non uno di più, e per mesi ci eravamo inseguiti, però avevamo detto: non ci mettiamo insieme prima dei vent’anni, che un amore a diciannove vola via, mentre un amore a vent’anni dura per sempre, allora lei quel giorno dei miei primi vent’anni mi veniva dietro la bici correndo e mi chiedeva: sei felice? Eh, sei felice? E io: no che non sono felice, vacca, non vedi com’è grosso questo fardello che mi hai dato, il fardello del tuo compleanno che cade mettiamo tra sette mesi. Ma non gliel’ho detto. Invece le ho detto: sono il più felice della terra, cicciolina mia.
Io ero della Bilancia, lei era dei Pesci. Quindi io ero roso dal tarlo del dubbio e dell’indecisione, e tutti i giorni me ne stavo come ad abbracciare me stesso, e certi giorni mi grattavo il braccio destro che pesava di più e pendeva verso terra, e certi altri il braccio sinistro. Mentre lei invece era una psicopatica. E io, durante quei sette mesi di giorni che trascorrevano tra il mio compleanno e il suo compleanno, con il tarlo che mi rodeva i piatti della mia bilancia mentale, me ne andavo in bici senza mani e con le mani mi grattavo le braccia e mi chiedevo puttana vacca, che cosa ti regalo, mentre lei da brava psicopatica mi veniva dietro correndo e con l’affanno mi diceva vai più piano, e invece io andavo più forte. Allora un giorno mi sono detto: ti regalo i roller, così mi vieni dietro la bici e stai zitta. Detto fatto. Solo i roller da duecento, che i roller da duecentoventicinque sono capricci, e non esageriamo. Allora al primo anno, che ci amavamo tanto, l’ho portata la negozio e le ho fatto prendere un paio rosa ma da uomo, e glieli ho fatti tenere in braccio per tutta la strada fino a casa mia, però attenta, che non li puoi calzare, e quando poi è venuto il suo compleanno lei mi veniva affianco alla bici e volava, e io, per rincarare la dose, mi sono girato e ho tirato su un sospiro, ma uno di quei sospiri tirati giù con la fune dal cielo, e le ho detto: buon compleanno, cicciolina mia, che cosa mi regali?
Al secondo anno non andavamo più in bici e in roller, ma in macchina. E lei ogni volta che poteva aprire bocca la apriva, e questa cosa mi urtava, siccome l’abitacolo era troppo piccolo per il fosso della sua bocca aperta che ci risucchiava entrambi. Allora un giorno la apre e mi fa: cicciolino cosa vuoi compleanno ecc. ecc. E io, guardando dritto dentro il fosso aperto della sua bocca, che non so perché ma mi urtava, ho detto: una radio. Comprami questa radio qui, ho detto, però da centottanta, non da duecento, che centottanta è meglio di duecento, e duecento per una radio è una cifra, e centottanta facciamo prima e non ti devi disturbare. E lei, manco fosse atterrata nell’abitacolo di colpo: come mai centottanta invece di duecento? E io: mah, guarda che i soldi non sono niente. Non la sai la storia del filo rosso della leggenda giapponese? le ho detto svoltando. E lei: che leggenda che filo. Mah, niente, ho detto io, il filo rosso che lega le persone. Due persone che sono capitate a vivere nello stesso periodo hanno un filo rosso che lega la mano di uno alla mano dell’altro e il filo durante questa vita si allunga e si arrotola e si aggroviglia e si annoda e si piega e si ingarbuglia. Però non si spezza. E quando poi ci si incontra nelle prossime vite c’è questo filo che ti esce dalla manica, mica le banconote. E lei: tu pensi che questo filo noi ce l’abbiamo? E io: certo che ce l’abbiamo. Ma poi, che non sembrava convinta, ci ho messo anche: guarda che i soldi non sono niente, centottanta euro non sono meno di duecento, questi venti euro di differenza me li rendi poi colla benzina. Allora ha sorriso di un sorriso che sembrava contenta. E mi ami? Certo che ti amo. Quanto mi ami? Ti amo tanto. Solo tanto? Tantissimo superlativo ecc. ecc.
Allora al secondo anno nei sette mesi che dovevo partorire il suo regalo andavamo in macchina e mi grattavo le braccia più che mai e ogni volta che poteva aprirla apriva la bocca e cantava sopra la radio, apriva la bocca e cantava sopra la radio, così tanto che io a stento mi trattenevo dal dirle: però stai zitta, che voglio sentire la radio. Così un giorno ho pensato: ti regalo un concerto, uno di quei concerti fatti dalla radio, però da centocinquanta, che ti amo meno e non stai mai zitta. Detto fatto.
E il terzo anno non andavamo più in macchina, ma stavamo in una casa nuova. Allora le ho detto: basta con le cose lì, i desideri, i capricci, le ambizioni, i ghiribizzi, gli uzzoli, i pizzicori, le ubbie, i pallini. Io e te siamo adulti fatti. Ci serve un tavolo. E lei: un tavolo? E io: un tavolo. Però da centodieci, anzi, meglio se da ottanta, di quelli dell’Ikea che si montano e si smontano in un attimo. E siccome lei già si portava le mani alla gola, e si sentiva montare l’asma al pensiero della diminuzione del nostro amore, le ho spiegato che con un un tavolo da centodieci o da ottanta si stava solo tra noi due, mentre a comprare roba da duecento toccava poi invitare altra gente, per inaugurare un tavolo da quattro o da sei invece che un tavolo da due. E lei allora ha detto d’accordo. E io invece, siccome non ne potevo più di vedere il fosso della sua bocca aperta, ma da un po’ di tempo ormai anche il declivio del suo naso, e le rientranze degli occhi, e le distese della fronte, e la preferivo quando mi dava il culo, o quando mi dava la schiena, girata sui fornelli, le ho preso due padelle e un cucchiaio in legno, e siamo apposto.
E al quarto anno le ho detto: basta, basta davvero con queste cose qui, la materialità, la vacuità, la mondanità, la frivolezza, la speranza sessuale, il moto circolare dei giorni, l’ateismo, l’assenza, la mancanza, il vuoto, il pieno. Non voglio gli oggetti, voglio le sensazioni, le emozioni, le esperienze, anzi, non voglio niente, non regalarmi niente, adesso però devo andare, che mi aspettano, cicciolina mia, le ho detto mentre aprivo la porta. E lei, che con gli occhi mi assegnava il fardello della sua esistenza, e sulla collina delle guance già le prime gocce: dove vai? Se te ne vai mi suicido. E suicidati, le ho detto uscendo, e quando torno fatti trovare morta e riversa per terra, o meglio, sul tavolo, che non sono mica responsabile della tua esistenza.