Sucre glace

Si chiama sclera, la parte bianca dell’occhio. Da quando lo so, ogni volta che sento la parola torno con la mente a una cena della mia infanzia. Allo sguardo sfibrato di mia sorella Maddi.
La scrutavo cauta, era seduta di fronte a me. Teneva le pupille scure così girate verso l’alto da farmi provare orrore di tutto quel bianco vischioso.
Papà, alla sua destra, continuava a mangiare. Come se niente fosse – questo glielo disse mamma poco dopo, velenosa, con la brutta faccia che le veniva quando palesava il suo astio. Ma non era vero, che papà mangiava come se niente fosse. Io lo vedevo bene, che la bocca dello stomaco gli si era chiusa come a noi, perché io e lui siamo uguali: riservati e pavidi, ci manca la prontezza del gesto e della parola. Non abbiamo fiato per le emozioni, noi le coviamo e basta.
«Viola, stiamo già mangiando, vieni a tavola, Viola» gridò la mamma al mio fianco.
Ma io captai una lunga nota isterica – un lamento gutturale sotterraneo – dietro a quel tono di voce. Più che una voce, mi sembrò uno stridore di nervi.
Non accadde nulla. Nessun rumore ci raggiunse dalle altre stanze della casa, e io tornai al mio piatto con buona volontà.
«Viola? Viola?»
La mamma non voleva cedere. A Maddi squillò il cellulare, si alzò da tavola per rispondere. Mentre attraversava i corridoi in direzione della sua stanza, pestando i piedi a terra senza grazia, la sentii bofonchiare concitata; capii solo: “in questa casa di pazzi”, “quell’anoressica di mia sorella”.
Io cominciai ad avvertire in pancia il fastidio che mi prendeva ogni volta che girava quell’aria funesta in casa – uno sfarfallio brutale, a ritmo incalzante, come dei piccoli strappi interni.
E poi, inaspettatamente, Viola. Nessuno di noi l’aveva sentita avvicinarsi fino a quando il fruscio di una vestaglia ci segnalò la sua presenza, sull’uscio della porta. La sua pelle era di un bianco malato che sul viso volgeva al giallo. Le sue iridi chiare, di ghiaccio, si notavano appena, disperse nel rossore generale dei capillari scoppiati tutt’intorno. Senza pronunciare parola scivolò verso il cesto della frutta, proprio alle mie spalle, poi si sedette al posto di Maddi e, con grande calma, prese a sbucciare un mandarino.
Mamma e papà tornarono di colpo a mangiare con molto gusto. Per finta, naturalmente.

Io la sera prima avevo trovato aperta sul desktop del computer la cartella dei suoi scritti. Fu penoso il mio tradirla: era Maddi quella che curiosava nelle cose degli altri, non io. Una volta l’avevo sorpresa con il mio diario segreto tra le mani, accovacciata sul bordo del letto. Mi sorrideva. A me prese la smania di spingerle la fronte contro gli spigoli dei cassetti della scrivania che aveva violato, ancora tutti aperti. Scossa dalla violenza dell’immagine evocata, ero rimasta sospesa ai piedi del letto. Del resto, non avrei mai saputo difendermi da lei. Uno sguardo di bestia ferita fu tutto quello che seppi fare, prima di scappare in bagno a piangere.
L’ultimo scritto di Viola spiegava il proposito dietetico fissato per tutto il mese: una mela un giorno sì e uno no. Non ricordo altro, a parte un grande accumulo di punti esclamativi – ce n’era uno ogni due o tre parole.
Portai a termine il mio piatto di pasta a fatica, quella sera. Che io fingessi non era di nessuna utilità, per Viola; le sarebbe parso, forse, persino buffo. I miei pensieri erano i suoi. Per tutta l’infanzia abbiamo vissuto in questa simbiosi: il mio corpo prendeva forma al riparo del suo calore protettivo; se si spostava di un passo, io la seguivo.
Ogni tanto alzavo gli occhi verso le sue mani scarne, tutte prese a torturare il mandarino: osservavo le piccole ossa muoversi sotto il rivestimento sottile della pelle. Mi fecero pensare alle zampette frenetiche di una falena, di quelle che trovavo a sbattere sulla mia lampada le sere d’estate, quando leggevo fino a tardi per rimandare l’ansia del dover dormire. Non potevo soffrire di abbandonarmi al sonno.
Sfilava con cura la pellicina bianca da ogni spicchio del frutto prima di portarlo alla bocca. Certo quel mandarino mi metteva paura – ha meno calorie di una mela, un mandarino da niente – eppure non riuscivo a distogliere gli occhi dai gesti – sempre più lenti, più faticosi. Dal suo dolore, io, mi scostavo con prudenza. Non lo capivo, quel suo dolore, lo accettavo come un dato, come un quadro sulla stessa mensola da sempre, e così facendo lo ignoravo, per averne meno male. Eppure c’era bellezza, dentro a quel pozzo vivente che Viola era diventata. Il suo struggimento faceva ammalare l’aria quando passava.
Al penultimo spicchio Viola si irrigidì tutta. La bocca serrata in una smorfia, lo lasciò cadere sulla tovaglia, in mezzo alle briciole di pane. Alla mamma, come sempre, mancò la forza di sostenere oltre la propria finzione e sbraitò esasperata: “Tu devi mangiare, hai capito? Devi mangiare!”
Ma Viola era già in piedi, schifata, e un attimo dopo fuori dalla cucina, diretta in bagno.
La mamma le volò dietro strillando. La sentii battere i palmi con furia contro la porta del bagno. Non so quanto durò quel frastuono, quanto tempo impiegò papà a calmarla e a convincerla, pazientemente, a lasciar stare Viola per quella sera. Io, ancora seduta al mio posto in cucina, rimasi a lungo sulla sedia immobilizzata da questa percezione assoluta che mi era presa appena mi ero trovata sola intorno al tavolo: di zucchero a velo. Non sentivo altro, di colpo, nelle narici. Annusai la tovaglia, le mie mani, l’aria sopra e intorno a me, per individuare l’origine del profumo. Niente: era come se l’ossigeno avesse preso all’improvviso quell’odore, nel mondo intero.
Mi seguì per tutta casa fino alla mia camera. Superando il bagno in cui Viola stava ancora rinchiusa ebbi il timore di sentire il puzzo acido del suo vomito, come qualche volta era capitato, quando mi appostavo in silenzio con l’orecchio poggiato alla porta, il naso a pochi centimetri dalla serratura. Invece no, anche lì: zucchero a velo. E poi nel mio letto: zucchero a velo. La casa era muta e io ero sola nella stanza. Io, che senza Viola nel letto accanto, non resistevo al buio per più di qualche minuto; mi rapprendevo come un gomitolo per farmi forza ma presto cedevo, in ansia cercavo l’interruttore della luce a tastoni contro la parete e afferravo un libro sul comodino. Leggevo fino a quando mi riusciva di tenere gli occhi aperti, poi sgusciavo fuori dalle coperte e camminando sulle punte attraversavo il corridoio pesto e mi infilavo nel letto dei miei, dal lato di papà.
Quella sera invece caddi nel sonno molto in fretta, intontita dal profumo.
Al risveglio, più niente. Viola respirava debolmente a qualche metro da me. Intravidi la bocca spalancata tra le ciocche scure che le coprivano il viso. In cucina trovai la mamma che asciugava i piatti della sera precedente. Mi gettò uno sguardo livido, poi mormorò: «Siediti» e scaldò il latte per me.

Una settimana dopo, la decisione: il ricovero di Viola. A parlarne con risolutezza per la prima volta fu Maddi. Discuteva a bassa voce con papà, in cucina. Io origliai dietro la porta fino a quando gli strappi nella pancia diventarono insopportabili, poi mi allontanai, nauseata. Viola, chiusa in bagno, forse vomitava. La mamma, nell’altro bagno, digiunava da giorni. Aveva detto: «Se lei non mangia, io non mangio.» Bussai piano alla porta, la invitai ad uscire.
«No, non esco. Non esco più.»
E io non mi muovo da qui. Lo pensai soltanto. Rannicchiata ai piedi della porta piansi sulle mie cosce. All’improvviso, poi, di nuovo: zucchero a velo. Zucchero a velo sulle mie gambe, nel sale delle mie lacrime, in ogni angolo della casa.

Per circa dieci anni non ho più sentito quell’aroma di zucchero a velo. Non mi sono informata, non ho dato parole scientifiche a quegli episodi. Che cos’erano, in fondo? Distorsioni, allucinazioni dell’olfatto.
Qualche mese fa, nel pieno della notte, mi sono presentata a casa di Drago, ubriaca. Ci eravamo lasciati da poco, in modo brusco, senza chiarimenti. Credevo che l’avrei svegliato e invece si presentò alla porta con una lattina di birra in mano e gli occhi cerchiati. In salotto, in un vapore nauseante di fumo, osservai il tavolo di fronte alla televisione ricoperto di bottiglie stappate; sul pavimento, pozze di vino. Mi fece cenno con la mano di fare silenzio: sul divano, coperto dalla testa ai piedi, un suo amico russava. Mi guidò in camera stringendomi il polso.
Buttata sul letto, mentre Drago mi svestiva sentii l’ebbrezza salirmi in gola, dallo stomaco; con disgusto vedevo il suo capo sdoppiarsi e oscillare nello spazio d’aria tra il suo corpo e il mio. Non ricordo altro del seguito, a parte la voracità delle mie mani protese verso il suo petto sopra di me, un calore ardente sulle guance e il suo sguardo fisso sul pube.
All’alba lasciai casa sua. Passando accanto al salotto, trovai l’amico di Drago seduto in terra, gli occhi semichiusi. Lo salutai con un cenno, non ricambiò.
Nel pomeriggio accompagnai mamma a fare la spesa. A causa della sbornia avevo queste botte sorde in fronte, questa secchezza acida in bocca, questo sopore languido negli occhi. La notte con Drago mi aveva lasciato un coagulo gelato in mezzo al cuore, le anche dolenti, mi spostavo con passo cedevole tra le file del supermercato ostruite dai corpi caldi della gente. Natale era vicino. L’oro acceso degli addobbi, riflesso sopra e sotto, mi spaccava la vista. Mi venne voglia di accasciarmi al suolo, farmi spettro dentro al mio cappotto. Il mio corpo era una periferia. Persi di vista la mamma. Feci avanti e indietro in mezzo alle corsie più volte, spostando come un automa la testa da destra a sinistra. Quando la avvistai già sorridevo di gratitudine al mio segreto. Zucchero a velo, in fila alla cassa. Zucchero a velo, per tornare a casa.