Il tempo dello sfavorito

Martina mi guarda negli occhi. A tratti mi sorride con una rughetta che le crea malizia sopra la gota, poi prova vergogna e svaga lo sguardo. Mira altrove, il vino, i coltelli, le candele, guarda le proprie mani stressare la clip fermatovaglie, ma la curiosità la governa e, pochi secondi dopo, è ancora lì a fissarmi. Sa che me ne accorgo, che faccio finta di niente, e per lei è meglio così: può osservarmi senza trovarsi troppo in soggezione. Quando, poi, mi fermo ad affrontare il suo sguardo mi fa una smorfia garbata, alza le spalle e vi incastona la testa. L’interesse che le suscito la rende audace.
A mezzanotte raggiungerà la mia stessa età. In tutti i miei anni io non ho mai imparato a entrare in relazione con una persona sconosciuta così velocemente, senza neanche dire nulla. Sua madre le è seduta accanto, poi c’è Livia e ci sono altre persone che mi sembra non sembrarle esserci. Martina ci ha raggiunti in ritardo dalla sua stanza, quando già tutti eravamo seduti a tavola, quindi non ci siamo presentati e non ha mangiato molto, in cambio è stata quasi tutto il tempo con il cellulare in mano. Finché non mi ha individuato. Da allora ha posato il cellulare e impiega le mani in tanti diversificati atti che le debilitino la tensione. Quando decide, smette di guardarmi negli occhi e «E tu cosa fai nella vita?» mi chiede con un tono di voce quasi inascoltabile, così basso che attira l’attenzione di tutti e mi mette nella situazione di dover rispondere a tutti. Rispondo che lavoro in un locale che fa degli ottimi aperitivi e che si trova nel quartiere della città dove il sabato c’è quel famoso mercato delle pulci. La risposta alletta il tavolo. Che bohémien!, ci sarà chi pensa. A Martina non ha interessato quello che ho detto, ma che l’abbia detto a lei sì, l’ha eccitata. È talmente stimolata che, mentre qualcuno esprime un parere pallido sulla qualità dei 33 giri usati acquistati al mercatino, lei accorre in difesa del rapporto esclusivo che ormai ha creato con me, rendendo stravagante la conversazione: «Certo i tuoi occhi sono proprio belli, ma tu sei di origine araba?». Sì Martina, brava, così mi metti proprio in imbarazzo. Rispondo che non si vedono molti arabi con i capelli chiari; qualcuno sogghigna ma non Martina, che non capisce cosa ci sia di strano e si chiede se tra gli zii e i cugini ci sia qualcuno che la stia prendendo in giro. «Tuttavia, forse nei geni qualcosa c’è, chi può dirlo?» aggiungo, informando che le mie origini sono siciliane. «Sì sì, hai proprio dei begli occhi, vorrei avere un fidanzato con i tuoi occhi.» incalza lei. Sua madre non si scompone. Noto che quando Martina sta per scoccare un’affermazione coraggiosa ruota leggermente la testa verso destra e la china verso il basso, guardando, oltre di fronte a sé, un obiettivo di distanza siderale. Lo fa anche quando il suo interlocutore la spazia di soli pochi metri. Credo che il suo occhio dominante sia quello destro. «Possiamo uscire insieme qualche volta se ti va.» mi dice. Io guardo Martina sconfinare con tranquillità, poi mi volto verso Livia, che mi siede vicino. Livia alza le sopracciglia e annuisce, lasciandomi intendere che a lei va bene e che rimette a me la scelta. Dico a Martina che non è molto elegante da parte sua chiedermi un appuntamento in presenza di sua cugina, sapendo che siamo fidanzati. Martina coglie la mia ironia e risponde che se è tanto possessiva, può anche venire con noi. «Che ne dici – chiedo a Livia – se la portiamo al campo?». «Ti piacerebbe Martina?». Sì, le piacerebbe, dice, schiacciando i gusci di due noci con il palmo di una mano. Ci invita a finire di mangiare: si sta facendo tardi e adesso bisogna proprio scartare i regali.
Martina è portatrice di un handicap. Ha una sindrome rara che è stata individuata molto tardi; fino ai vent’anni, mi dicono, non ha avuto una diagnosi. I sintomi principali della sua patologia sono l’autolesionismo e l’incapacità di controllare la sua forza fisica a conseguenza delle emozioni che prova. Sua madre l’ha predisposta all’impegno quotidiano e all’emancipazione: svolge sempre un’attività o un’altra, accompagnata dalla sua educatrice. È la prima volta che la trovo in casa della zia di Livia, ma mi era già stato annunciato che questa sera l’avrei conosciuta. Quando sua madre ci ha accolti verso le sette di sera ci ha fatto visitare la sala dove avremo mangiato e ci ha invitato a notare com’era stata pulita con cura. E difatti mi è apparsa spolverata, ordinata, orientata alla generosità, portatrice di vanità, predisposta all’accoglimento: opera di Martina, ha fatto tutto da sola. Mentre termino di mangiare quello che ho nel piatto, mi cade l’attenzione sulle fotografie incorniciate appese ai muri. Tutta la parte della casa visibile a un ospite se ne fa vanto. C’è Martina che abbraccia un’amica, forse la sua educatrice, c’è Martina che si affaccia sul mare e c’è Martina che si ciuccia il dito appena passato nelle pareti della tortiera. Martina mi ricorda un gorilla. Ha i capelli corti corvini, la mandibola più capiente della fronte e le braccia chilometriche. Adesso ha smesso di giocare al cellulare, di mangiare, di fissarmi, si sta strofinando le mani come le mosche le zampe. Ha voglia di scartare i regali del suo festeggiamento. L’impazienza si è fatta padrona e Martina si è alzata. Cammina nella sala creando traiettorie nervose. Vedo una sua ciocca di capelli indomati spuntare da dietro i suoi parenti che mi siedono davanti, la vedo fare destra sinistra. Datele i suoi regali, per carità, prima del dolce. Mentre il tavolo dispiega conversazioni insapore, posso sentire la tesatura provenire dai denti di Martina. Si è fermata, ora. Promette una carica violenta allo zio che non si è curato di terminare il pasto e che sembra continuare a chiacchierare per vezzo. Temo per lui e vorrei dirgli qualcosa, ma non ho confidenza né tempo. Martina appare dietro di lui: alza le braccia atticciate e le sue grinfie picchiano sulle spalle dell’uomo. Lui tace, d’improvviso. Con le sue mani piccole dalle dita mangiucchiate, Martina ha afferrato il muscolo deltoide accanto al collo e ha iniziato a massaggiare con decisione, con dedizione. A guardare gli occhi dello zio avvolgersi, sembra che la ragazza ci sappia fare. Meno di un minuto e Martina abbandona l’uomo per passare a chi è seduto di fianco. Un minuto e cambio al prossimo. Sua madre sa già tutto. È il turno di Livia che dal godimento afferra il mio braccio: «Oddio!». Dopo toccherà a me. Sono emozionato, ho l’ansia della sua prestazione. Che pratica esotica sarà mai un massaggio alla schiena inferto da un oligofrenico? Mi rilasso e sto al gioco, chiudo gli occhi. Non credo che mi abbia toccato, ma la sto già sentendo. Martina in questi momenti è un pranoterapeuta, la sua foga e il suo caos interiori diventano disciplina. Ti tocca, ti ascolta, tu cadi in una particolare forma di estasi e anche lei cade in trance, sciogliendo ogni tuo nodo in un’azione simbiotica tra la tua e la sua carne. Il ramo del cromosoma che le è troppo corto le permette un deciso slancio empatico. Chiunque provi una sensazione tanto tersa non può fare a meno di immaginare la bellezza di colei che opera alle proprie spalle.
Ecco i regali. Spero che ti piacciano, Martina. Ci siamo fermati in una cremeria nel pomeriggio per prendere delle paste e abbiamo visto questa scatola di latta cilindrica contenente dei biscotti. Ha tutta la superficie illustrata in stile démodé e abbiamo pensato che, finiti i biscotti, potesse essere utilizzata come contenitore da esposizione, è carina. Non è costata molto, ma fa una bella figura. È un regalo per adulti con un richiamo all’infanzia. Difatti, quando Martina la scopre dalla carta, sento le sue cugine quarantenni emettere una serie di sospiri sognanti, conformi l’un l’altro. Purtroppo l’euforia di Martina si infrange amareggiata e lei corre a scartare il prossimo pacchetto, che possa rianimarla. Sarebbe stato meglio un regalo per bambini che avesse contenuto un accenno di pensiero adulto, ma tant’è. Una luce stroboscopica con tanti colori che reagiscono a intermittenza quando giungono segnali acustici, questo le piace. Così può ballare nella sua cameretta discoteca. Ora è felice. Sfoglia il libricino delle istruzioni e ci annuncia che c’è anche l’app che può scaricare per controllare il ritmo luminoso. Lo controllerai mangiando biscotti, Martina. Se c’è una cosa che mi stupisce dei tempi moderni è che la ragazza ha nel suo cellulare trentaquattro app attive che usa regolarmente pur non sapendo leggere. I diavoli della grande industria hanno mosso i fili giusti: handicap o meno, il consumatore migliore è l’analfabeta. Indossiamo il cappotto, Livia mette anche i guanti, salutiamo tutti e usciamo. Martina ci accompagna fino a fuori e ci abbraccia, con molta forza nella stretta. «Allora passiamo a prenderti il prossimo weekend per andare al campo» le ricorda Livia. «Io non ce le ho le frecce» si preoccupa Martina. «Non hai neanche l’arco, ma per adesso non sarà un problema.»
In auto, al ritorno, Livia mi chiede come mi sono sentito durante la cena e cosa ne penso di Martina. Le rispondo che è un’ottima massaggiatrice. «Sì, vero?».

La corporatura bieca di Martina, la sua postura convessa, le sue proporzioni difformi, non le permettono di impugnare e tendere l’arco come vorrebbe la tecnica canonica. L’aria elegante, slanciata e strafottente di un arciere modello non ha nulla a che fare con l’atteggiamento che ha adottato lei. Piega, piuttosto, le ginocchia e porta il corpo in avanti, che sembra quasi stia esitando a gettarsi da una guglia. Per poter tendere l’arco ne inclina l’asse, creando un angolo di quarantacinque gradi con il suolo. Non utilizza mai un parabraccio e la faretra alla cintura le dà fastidio; preferisce, quando siamo in esterno, piantare le frecce nel terreno o, nell’indoor, inserirle in un cono. La sua intelligenza motoria le ha indicato una strategia di tiro personalissima che si adatta alle diversità del suo corpo e le permette di sfruttare al meglio la muscolatura laddove sia più sviluppata. Se un altro arciere tende il proprio arco sfruttando le leve della schiena, il lavoro che fa lei è invece del tutto pettorale.
Ci alleniamo da mesi, ma fin da subito l’abbiamo scoperta essere talentuosa. Le ho chiesto diverse volte se volesse provare un arco compound, ma ha trovato la sua comodità nell’arco olimpico e non è curiosa di sperimentare altro. Al termine di ogni volée la accompagno fino al paglione per aiutarla a segnare il punteggio ed estrarre le frecce. Abbiamo dovuto presto incrementare la distanza del bersaglio, non tanto per la sua precisione, ma perché con il suo allungo notevole le frecce si conficcano a grande profondità tra le maglie e nessuno riesce più a estrarle. Scherzo su questo, dicendole che se tirasse sul cemento armato non ci sarebbe nessun problema, nessuna differenza. Lei ride incastonando la testa tra le spalle, posa a cui sa avermi affezionato.
Stare con Martina, portarla al campo o a passeggiare o a prendere un tè, non è mai cosa semplice. Si adusa con grande attitudine alle situazioni nuove e con altrettanta facilità se ne annoia. Quando un’attività, un luogo, una compagnia non le vanno più a genio, le viene in mente di diventare capricciosa per poter essere portata, da chi l’accompagna, verso una situazione che meglio sposi il suo estro. Tira la coda a un cane nel parco stimolando l’apprensione del proprietario; raccoglie le briciole delle brioches dal tavolo del bar e le sparge sul pavimento; picchia i pugni su qualsiasi superficie che possa creare un rumore robusto; urla; pizzica; sputa. Tutte le tecniche che possano farti diventare una iena lei le conosce, e le utilizza. Quando, poi, il suo non è più un ticchio, ma un vero disagio, manomette ogni relazione con l’altro, si racchiude in un arco fetale e si morde il dorso dei polsi fino a farlo sanguinare. Livia mi ha consigliato più volte di non intervenire in situazioni come quest’ultima: se ostacolata nella sua ritualità autolesionista, Martina reagisce con crisi conversive ancora più turpi. Perciò, quando succede, mi limito a guardarla, facendomi sentire vicino senza proporre un contatto fisico; il respiro mi si spezza e mi scopro vergognosamente compassionevole. Ma per lo più, quando io, Livia e Martina usciamo insieme, si chiacchiera e si ride.

Oggi è una giornata di aria trasparente, te ne accorgi guardando verso le montagne. Sono seduto con Livia a bordo campo e guardo Martina fare pratica. Ha sincronizzato gli appuntamenti con una ragazzina dal volto orientale che ha conosciuto da qualche settimana, molto più giovane di lei. Si mettono vicine e, mentre tirano, ascoltano musica commerciale dal cellulare che la ragazzina custodisce nella faretra. Mi sembrano un gorilla e una volpe. Da quando si fanno compagnia, Martina non vuole più essere aiutata da noi e a raccogliere le frecce, ci pensa la sua amica. Così io e Livia, quando non abbiamo gli archi in mano, ci sediamo all’ombra di un’aghifoglie e ci rilassiamo bevendo un’aranciata, guardando Martina.
Livia ha indagato a fondo il mio interesse nei confronti di sua cugina, chiedendomi per quale motivo mi sia messo in condizione di affezionarmi a lei e, irreversibilmente, di affezionarla a me. Non sento di produrre assistenzialismo, anzi. Le voglio bene, non ho molto altro con cui rispondere: quando siamo insieme, noi tre, mi sento sereno e inoltre la sua presenza mi stimola pensiero in modo nuovo nei confronti di cosa ci circonda. Per esempio, il mio approccio al tiro con l’arco è sempre stato molto istintivo. Ho appreso la tecnica a mezzo della mia memoria muscolare, ma non ho mai riflettuto la dialettica tra tensione e rilassamento. Ripenso alla smania di Martina quando deve scartare i regali, alla sua agitazione e al suo inaspettato massaggio. Penso alla sua abilità di trasformare energia, convertire una forza dissennata in un flusso ligio e bilanciato, proprio così, come un arciere converte forza muscolare in energia cinetica. Ecco, da quando la conosco ho una consapevolezza soggiacente che si accoppia alle mie scoccate. Non mi modifica l’esito al bersaglio, ma tutta l’azione sportiva mi risulta più meditativa e, in qualche modo, più gustosa. Inoltre, le nostre uscite non sottraggono tempo alle altre attività di Martina o alla vita di coppia tra me e Livia. È una situazione virtuosa, per tutti, credo.
Martina e l’amica stanno facendo una pausa, lontano da noi. La loro intesa vuole che, per ripagarla dell’aiuto, ora Martina stia massaggiando la schiena della ragazzina. Mi fa male notare che quest’ultima non sembri godere a sufficienza dell’atto meraviglioso concesso alle sue spalle. Non si sente fortunata? Perché non chiude gli occhi e non si stacca da quello schermino touch da quattro punto sette pollici? Forse la sua muscolatura da ragazzina è troppo acerba per beneficiare davvero di una manipolazione ben eseguita. Martina vieni qua, applicati su di me e Livia, due onesti appassionati della tua arte, e lascia quella ragazza alle sue canzoncine, alle sue stories, ai suoi Telegram, Instagram, e a tutte le colorazioni di una viralità Gram-negativa.
Da qualche mese si viene al campo più di frequente, tre volte a settimana. Martina vuole provare a gareggiare in una competizione di categoria adeguata che si terrà non lontano da qui, non lontano da oggi. Livia è perplessa, non sa se la cugina riesca a prefigurarsi l’agitazione che le provocherà il tiro agonistico in quello specifico momento in cui sarà osservata da tutti, quando l’azione sportiva non sarà più dedicata al suo bilanciamento intimo segreto, ma al dover pubblicamente primeggiare su altri atleti, alcuni dei quali meno compromessi dalla disabilità rispetto alla cugina. Tuttavia Martina sembra serena. Ogni volta che le si chiede se vuole davvero fare questa gara non ha ripensamenti, per cui glielo si è chiesto sempre meno e, ora, quasi non più. Livia mi invita a utilizzare l’ascendente che ho su Martina per parlarle e poter poi capire, in prossimità della gara, se sarà davvero tranquilla o se sarà necessario sventagliare il fazzoletto bianco. Va bene, per adesso non preoccupiamoci più del necessario. Cerchiamo piuttosto di prepararci bene, tramite un allenamento assistito da un criterio pensoso che ripercorra la tecnica e individui il difetto, che apra a una crescita, che se anche questa gara andasse male, la prossima sarebbe migliore. Che poi, l’atto arcieristico eccellente si fonda sui tre tempi: l’immaginazione, la concentrazione e la valutazione, ovvero il futuro, il presente e il passato. L’immaginazione è l’opera di ricordare la postura e i micromovimenti, di proiettare l’esperienza acquisita finora nel gesto che avverrà nei secondi a venire, di vedere la prossima freccia scoccata in virtù delle migliaia di frecce già scagliate. La concentrazione è quel punto isotropico del tempo in cui non ti è concesso avere pensieri complessi: alzi l’arco, tendi la corda e prendi la mira. La valutazione è il raccolto. Cammini verso il bersaglio, verso la scoperta della tua prestazione e capisci se c’è stata una buona resa, se il movimento si è realizzato correttamente, se sei troppo stanco per continuare a tirare. Racconto a Martina che secondo me questo terzo passaggio ha poca utilità: negli istanti che seguono la concentrazione, quando la cocca della freccia si è appena separata dalla corda, sai già tutto, puoi già aver valutato. Anche se non hai ancora colpito il bersaglio puoi già vedere nel futuro e avere un’immagine precisa del punto in cui colpirai. In fondo, la valutazione si associa al tempo passato, per cui non c’è niente di strano a conoscere quel ch’è già successo dalla relatività del presente, anche se non è ancora successo. Martina dice di capire, ma non può capire perché non so spiegarlo meglio di così. Quando mi sentono filosofeggiare Martina sorride, Livia sbuffa.
Sono diversi giorni che l’amica di Martina non viene al campo di tiro. Non sono sicuro che mi piaccia questa ragazzina. In quello che potrebbe essere un curioso e bel rapporto tra una giovane adolescente e una donna disabile intravedo un interesse strategico, quasi come se la volpe, accompagnandosi alla scimmia, volesse esaltare la propria raffinatezza, la propria presunta posizione dominante. Certo, è apparentemente gentile, ogni tanto le ha fatto scegliere la musica da ascoltare, ma qualcosa proprio non mi convince e desidero, per il bene della scimmia, essermi fatto un’opinione imprecisa. Martina ha provato a contattarla tramite Whatsapp inviandole dei messaggi vocali in cui chiedeva se si fosse ammalata o come mai non fosse più venuta, ma dice di non avere ricevuto risposta. Le ho chiesto di non rattristarsi e di cercare di mantenere la concentrazione sul suo allenamento in vista della gara, ma è evidente che pratichi senza voglia e con disattenzione. Spesso scocca la freccia senza neanche aver raggiunto l’allungo completo. Che in questi giorni sia distratta non è bene, non sarà positivo per la sua gara e ho timore che un risultato scabro la metterebbe in condizione di non voler più concorrere.

Equilibrio, concentrazione, respirazione.
Oggi Livia non è venuta al campo e io me ne sto in piedi due passi dietro Martina, mentre si allena, in una giornata fresca di cielo bianco fermo, pregandole parole che possano ancorarla ad un raccoglimento, che possano renderla lucida, rilassata, padrona dell’azione che conduce. Le bruisco il mio mantra, poi le dico che il merito di un arciere non è tanto la precisione di un colpo singolo, quanto la continuità netta e regolare, il gesto corretto ripetuto. Per ottenere questa condizione, l’arciere deve controllare, in tempi limitati, l’esecuzione e inibire del tutto i movimenti parassiti. Martina è taciturna, oggi mi sembra particolarmente riservata, quasi impenetrabile. Dire ad un individuo con una tale disfunzione fisica di limitare i movimenti parassiti può risultare quasi irrisorio, tuttavia conosco i suoi miglioramenti raggiunti per mezzo della sua riscoperta disciplina, li ho visti. Pertanto insisto: «Martina, mi ascolti? Dobbiamo cercare di limitare l’errore. Anche solo una freccia sbagliata può guastare tutta la gara.». Martina non mi risponde, anzi, tende l’arco e scocca con maggiore frenesia, spezzando la respirazione, quasi come se nelle piccole mani dalla pelle spizzicata vicino le unghie impugnasse un randello e, con esso, picchiasse forte su una sorta di scatola di biscotti cilindrica illustrata con tante faccine di ragazzine orientali dentro la quale ci sono io che, solo nel mio mondo, do fiato alle trombe, autoeletto modello di arcieria, istruttore di fisica quantistica, insegnante di vita. Martina scocca l’ultima freccia e la corda le incide l’avambraccio, lesionandole la pelle lattea. Ha un’espressione incredula, non so se da qui a breve darà spazio al dolore o alla rabbia e non so cosa possa essere meglio gestibile. Poi, semplicemente, lascia cadere l’arco nella terra e si allontana. Mi lascio lì, stagnante, qualche secondo. Il suo arco è vicino, lei è sempre più lontana. La vedo salire in auto dal lato passeggero. Possibilmente, sono stato io il suo movimento parassita, oggi. Raccolgo i suoi strumenti, la riaccompagnerò a casa.

Nella postazione vicina alla mia ci sono tre ragazzi. Sono tumultuosi e sembra che abbiano trovato la propria vocazione sportiva nel chiasso che emettono. Sto tirando da novanta minuti e la mia muscolatura inizia a essere dura di affaticamento. Tra poco mi raggiungeranno Livia e Martina. Sono preoccupato, continuo a chiedermi di che umore potrà essere oggi la ragazza. Il mio corpo ride in faccia alla concentrazione, e pure alla respirazione. Quando le vedo arrivare fingo di essere assorto nella mia volée, ma mi accorgo che Livia marcia con la mano posata sulla spalla di Martina, nel tentativo di esorcizzare un’aura abulica. Le saluto e chiedo a che punto sia la guarigione del braccio. Martina mi guarda negli occhi con il suo occhio destro. Guarda oltre i miei occhi, guarda dentro il nucleo della mia pupilla, guarda a lunga distanza dentro le mie sensazioni e devo affrettarmi a mascherare la mia inquietudine prima che, fissandomi, la scopra. Livia le monta l’arco e glielo consegna, poi ci sediamo mentre Martina si avvicina alla linea di tiro. Mi viene detto che non devo preoccuparmi troppo, che capita di farsi male ogni tanto, ma io non sono preoccupato per le sue escoriazioni superficiali. Il mio assillo è l’atmosfera interna di Martina, che non sia tormentata, burrascosa, che i suoi tiranti emotivi siano sempre integri. La guardo, la vedo immobile fare gli esercizi di respiro preparatori, tuttavia la sento fibrillare. Mi viene detto di rilassarmi, adesso. Martina impugna l’arco. Mi viene detto di lasciare che il pensiero si depositi. Rispondo che c’è qualcosa che non va. Martina sta guardando i tre ragazzi che tirano più in là, ai sessanta metri. Li si sente ridere. Livia mi chiede che cosa ci sia che non va. Niente Livia, è la mia ansietà, lasciala stare. So già che Martina oggi non tirerà. Ce ne andiamo via silenziosi, lasciando al campo il rinfresco di un temporale.

Sono solito sottostimare il tempo della valutazione, ma oggi mi risulta particolarmente urgente guardare alla mia resa e conteggiare. Sto camminando su un marciapiede della domenica con Livia e noto la vetrina del negozio di un liutaio. C’è un microfono dalla verniciatura dorata, con tutto il kit e l’asta. Costa centocinquanta euro e dico a Livia che potremmo regalarlo a Martina, così che lo possa aggiungere ai suoi strumenti della cameretta, per quando vuole giocare a fare il concerto o la discoteca. Livia mi dice che per il momento è meglio di no. Mi ostino, spiegandole che tra poco avrà compiuto un altro anno, che per i soldi non è un problema, che mi fa piacere. Livia mi prende una mano e me la accarezza. Qualche settimana fa, la madre di Martina le ha detto al telefono che si scusava perché sa che siamo sempre stati molto gentili e disponibili, ma che la figlia non ha molta voglia di stare con noi, in questi giorni. Io so che non è del tutto vero, so che Livia è andata diverse volte a trovare Martina, in questi giorni. Forse sono io a non andarle più a genio. Forse ho scoccato un comportamento sbagliato che mi ha pregiudicato l’esito del rapporto con lei.
Non chiederò spiegazioni. Aspetterò un po’ di tempo e sarò triste, poi proverò a sentirmi meglio. Forse tra qualche tempo Martina vorrà di nuovo uscire con noi o forse dimenticherò com’è fatto il suo volto, quello di sua madre, quello di Livia. Dimenticherò come si immagina, come ci si coordina, come si respira. E lo farò più volte, in modo preciso e regolare, fino a inibire ogni movimento che possa produrre ricordo, finché l’energia cinetica che potenzialmente potrò creare non sarà esaurita del tutto e mi troverò arso, ignavo e perenne. Forse l’ha visto, Martina, nei miei occhi.