Sotto i portici

Nonostante Giuditta, invitandolo a raggiungerla a Torino, gli avesse anticipato delle tenebre che lo avrebbero inghiottito, una volta fuori dalla stazione di Porta Nuova, Anselmo non immaginava che i portici si allungassero così neri nel ventre della città. Infatti, che si trattasse di portici, e non di una galleria scavata nella roccia, per esempio, lo deduceva solo per i raggi plumbei che filtravano tra le colonne, allumando di smorte chiazze il pavimento lastricato: perché non si vedevano né serie di arcate, se alzava il mento, né boutique, caffetterie, cinema, ristoranti se si voltava di lato; soprattutto, perché non scorgeva non già la calca, essendo comunque un pomeriggio di pioggia sottile, echeggiante di un tintinnio di sistri, ma nemmeno un’anima che fosse una.
Vigile, con postura arcuata, le spalle contratte, Anselmo procedeva nell’ombra che tutto ammorzava, quando si rese conto con orrore di non conoscere né il nome della via, né il numero del palazzo in cui era atteso. Come fosse potuto accadere non lo sapeva, dal momento che era piuttosto scrupoloso, di solito, nel raccogliere informazioni sul percorso e sulla destinazione di ogni sortita fuori di casa, si fosse anche trattato di andare in una libreria poco conosciuta dall’altra parte della città, così da non farsi cogliere impreparato dai giochi del destino. Eppure erano importanti, la via e il numero civico, fondamentali anzi per la buona riuscita del viaggio. Forse, il motivo della dimenticanza, concluse in un momento di intuizione, era che quando il nome di Giuditta gli svolava per la testa, la mente si riempiva di un’oscurità fitta fitta, come quella in cui andava vagando.
La chiamò. Lei rispose dopo una decina di interminabili squilli.
«Spero di non averti svegliata», le disse. «Dormivi?»
«Sì. Ieri notte sono tornata tardi».
«Scusa. Se vuoi ti richiamo tra un quarto d’ora. Quando sei comoda tu».
«Ormai sono sveglia. Dimmi».
«Intanto, sono arrivato a Torino».
«Bene».
«E poi, l’altro giorno, al telefono, mi sono dimenticato di chiederti un paio di cose».
«Ossia? Dai, non farti fare mille domande».
«La via in cui abiti. E il numero. So che stai in centro, ok, ma non dove».
«Ah».
«Inoltre penso di essermi perso. I portici sono così bui… E non finiscono mai. Sembrano un tunnel per l’inferno».
«Un tunnel per l’inferno?» ridacchiò lei. «Addirittura».
«Forse esagero. Però mi sono perso per davvero».
«Ti avevo detto dei portici, no?»
«In effetti sì. Me lo avevi detto».
«E non ti avevo detto anche di quest’altra cosa? Mi sono appena svegliata, sai, non connetto».
«No. Che cosa avresti dovuto dirmi?»
«In centro, a Torino, non ci sono i nomi delle vie, e nemmeno i numeri civici».
«Non è vero. Mi prendi in giro».
«Non ti prendo in giro. Vedi forse nomi di vie o numeri, nei tuoi paraggi?»
«Non c’è che ombra, dove sono io. Da Porta Nuova fino a qui, non ho trovato che ombra».
«Appunto».
«Ma come faccio a trovarti?»
«Perdonami, questo non mi riguarda. Tu stavi da cani a rimanermi lontano, e così ti ho invitato qui. Ma adesso sta a te trovarmi».
«Ok» disse lui, dopo qualche secondo di silenzio.
«Però fai in fretta. Se mi annoio esco» disse lei, e terminò la chiamata.
Seppur controvoglia, Anselmo ammise a se stesso che Giuditta non doveva averci pensato troppo, a lui, nelle ultime ore, né tantomeno alla sua imminente visita: non altrimenti si poteva giustificare che avesse scordato di propalargli il curioso costume dei torinesi di aborrire nomi delle vie e numeri civici. Nonostante ciò, sarebbe riuscito a vincere le tenebre, se lo sentiva, e in men che non si dica sarebbe stato da lei. Poco gli importava che Giuditta rimanesse tiepida, per usare un eufemismo, alle sue effusioni sentimentali: perché lui abbondava d’amore, e il suo bastava per entrambi.
Intanto che proseguiva nei foschi portici, tuttavia, l’amore non gli permetteva di vedersi i piedi, poiché tra le colonne non facevano più capolino gli aloni del pomeriggio d’autunno, che prima disegnavano un poco il lastricato, né gli evitava, l’amore, di avere la pelle d’oca al contatto col buio, che era diventato solido, e che lui trapassava come un fantasma. Doveva essere scesa la sera, o forse era già notte, e ovunque Anselmo stornasse lo sguardo, camminando con le braccia protese, non scovava che un’aria fetida ad avvolgerlo, che sapeva di fogna e che forse, chissà, lo avrebbe condotto da Giuditta.
Il pavimento digradava di sguancio, divenendo un sentiero di sassi e pietrine che scricchiolavano sotto le suole; la larghezza del passaggio si restringeva a imbuto, obbligandolo a procedere per passetti laterali; e frattanto l’aria, di un lezzo umido, fiaccava la volontà, inducendogli un qual certo sopore.
Anselmo respirava male ormai, schiacciato tra le pareti di roccia calde e fredde insieme. Avrebbe quasi recitato una preghiera o urlato una bestemmia, nel tenebrore assoluto, se ne avesse avuto le energie, ma la prospettiva più allettante consisteva nell’abbandonarsi a terra e addormentarsi lì, incastrato nell’uligine. Non poteva farlo, no: perché non appena si fosse ripreso, e sarebbe successo a breve, certamente, Anselmo avrebbe squarciato il nero di quei maledetti portici e, dopo aver trovato Giuditta, in qualche modo, l’avrebbe baciata con sitibondo ardore, come il loro travagliato incontro, dentro al più grande destino sidereo, meritava pur di essere celebrato.
Andò avanti, o meglio andò di lato, e poi cadde chissà dove nel sottosuolo, scivolando in una gola interminata.