Le splendide creature della galassia

Intorno a questo pianeta, che si chiama ZEW-L-804, orbitano due lune. Entrambe, stanotte, sono invisibili, transitano sull’emisfero opposto. È un evento raro.
Immersa nel Cellulex della mia navicella come in un liquido amniotico, so che la temperatura, sorvegliata da un sensibilissimo sistema di sensori superficiali, non cambia mai. Eppure sento freddo. Sarà il nero dello spazio, stanotte così intenso senza lune, che irradia un vuoto totale prima di fondersi col violetto profondo della bassa atmosfera, giù giù fino alla vallata coperta di lichenoidi gialli che crescono sul lato freddo di ogni roccia, opposto alla stella morente che ci fa da sole. La mia navicella senza nome è morbida e quasi completamente trasparente. Assomiglia a una medusa. A chi guardasse da fuori, apparirei come un corpo estraneo intrappolato al suo interno, un pesciolino ingoiato, prossimo a essere digerito. La medusa ha la forma di un pallone da calcio un po’ sgonfio, di una trentina di metri di diametro. Si muove sul terreno spinto da una raggiera di peduncoli che aderiscono a tutto. All’interno il Cellulex, appena più denso dell’aria, molto meno denso dell’acqua, che posso respirare e di cui mi nutro. I pochi oggetti che devo manovrare, la seduta anatomica in cui passo il tempo adagiata come in una conchiglia, sono appena distinguibili in questo mare gelatinoso, giusto un po’ più dens. La loro relativa rigidezza li fa appena più scuri. Io, qui dentro, sono la cosa meno fluida.
La distinzione tra animato e inanimato è inadeguata. Gli insetti, col loro scheletro esterno, rivelano le articolazioni di una ruspa, o di quei rigidi robot primitivi che usavamo costruire solo qualche decennio fa. Basta una telecamera lenta a rivelare come le piante si muovano, e quanto di proposito. Questa catena rocciosa, se fosse possibile osservarla con un occhio durevole milioni di anni, apparirebbe altrettanto mobile, intenzionata, tesa a un qualche scopo che ci sfugge a causa della durata effimera della nostra povera vita. Tutta la galassia si muove frenetica a tessere chissà quale disegno. Ciò che guardiamo dipende da dimensione, distanza, velocità, durata.
È viva la mia navicella? Forse. Un po’. Ha un sistema di gangli metabolico-motori simili a neuroni, digerisce, riassorbe i miei rifiuti, riesce ad avere uno scambio chimico con questa mefitica atmosfera intrisa di metano che per me è mortale, la respira e se ne nutre. È sensibile ai cambiamenti, può ripararsi e rigenerarsi. Prende decisioni autonome. Le dico dove andare, dei dettagli del percorso si occupa lei. Sceglie campioni e li cataloga.
Che cosa è, senza di me? In un certo senso io ne sono l’anima – un’anima di carne, la sostanza più evanescente di tutte. O la mente, che è come una banderuola che si agita a ogni vento, incapace di moto proprio. Il padrone inaffidabile. O, forse, il demone che la possiede e di tanto in tanto ne turba il pacifico procedere.
La mia missione è terminata oggi. Non esiste più alcun programma previsto per me. Ho infinito tempo libero a disposizione.
Volteggio fuori dalla seduta con le movenze subacquee di chi vive nel Cellulex, fino a raggiungere il lato opposto della navicella, un locale separato da una sorta di parete in cui mi sono abituata a dormire. Rovisto nella mia cassetta. Cerco l’unico libro che ho portato con me, una bibbia. Voglio cercare quella vecchia preghiera.
Eccola. Ne volto le pagine consunte. Nel Cellulex gli oggetti non si irrigidiscono, non si macchiano. Sembrano sempre nuovi. Ma questa Bibbia era già vecchia quando mi fu regalata.
Non riesco a leggere. Gli occhi mi bruciano. Ho passato le ultime trentasei ore a fissare il Quadrante Nord, in attesa. Il bagliore l’ho visto qualche minuto fa. Un luccichio tenue, quasi impercettibile, un niente nell’angolo estremo della galassia. Mi sarebbe certamente sfuggito se non lo avessi cercato con tanta ostinazione, conoscendo con esattezza le coordinate.
Mi massaggio gli occhi così come sta scritto nei vecchi manuali del Dottor Cobb. Il tempo di aprirli, e con la coda dell’occhio vedo apparire qualcosa che pochissimi uomini hanno potuto vedere mai: una processione di Ovularii di Vigh.
Prima di me, soltanto Laszlo Vigh e la sua spedizione. Il Professor Vigh riuscì a estrarne una foto sfuocata, quella che tutti abbiamo visto nei libri di scuola. Tutto quello che l’umanità ne ha conosciuto.
Forse quaranta, cinquanta esemplari. Maestosi, procedono in fila indiana come elefanti. Ne hanno lo stesso lento dondolio, il toccarsi l’uno con l’altro mantenendo ininterrotta la linea. Soltanto, sono molto più grandi.
L’animale terrestre a cui somigliano di più è la seppia. La stessa forma di palla da Rugby. Lo stesso ciuffo di tentacoli sulla parte anteriore. La stessa pelle cangiante che emana bande di luce psichedelica, come un corteo di apocalittiche sirene della polizia, che illumina la vallata con un meraviglioso arcobaleno spettrale.
Uno dopo l’altro, dondolando, passano davanti alla mia navicella e guardano. Si fermano, voltandosi appena perché il disco del loro enorme occhio si trovi davanti a me. Uno, due, tre, poi proseguono. Si fanno un’idea di quello che devo essere, un’escrescenza piccola e opaca all’interno di una medusa sgonfia, io la femmina umana col suo minuscolo gracile endoscheletro e il suo miserabile velo di pelle biancastra, col ridicolo ciuffo di peli pubici che continuo a radere ogni settimana, e le ascelle e le gambe che mi depilo tutte le mattine, come mi hanno insegnato a fare, per piacere agli uomini, anche se non vedo un uomo da trentaquattro anni.
Quegli occhi che mi sfilano davanti sono molto intelligenti, senza dubbio. Più che intelligenti. Invariati da più anni di quanti ne sia durata tutta la vita sulla Terra. Non hanno proliferato. Vigh ne stimò poche migliaia di esemplari. Non hanno tecnologia visibile. Forse queste sequenze di luci sono un linguaggio, chissà. Forse. Si sono tenuti fuori dall’incubo della storia.
Mentre mi sfilano davanti non posso evitare l’insensato gesto di tenere una mano sul cuore e un’altra sollevata in segno di saluto, come se potessero percepirmi come altro che una briciola di sporco. Sorrido, persino; io che certamente ho dimenticato come si sorride davanti a un umano e che solo una stanca smorfia, posso offrire. Sono loro, adesso, gli esseri più affini a me in questa galassia. Ho ragione di credere di essere l’ultimo esemplare della specie umana, ora che come da missione ho osservato il minuscolo bagliore con cui abbiamo posto termine ai nostri miserabili affari.