L’aura

L’aura si presentò un lunedì di gennaio ancora prima che facesse giorno.
Come un casco baluginante dello spessore di una decina di centimetri che avvolgeva la testa di ciascuno, l’aura cambiava colore ogni minuto. C’era chi diceva fosse per gli ormoni della carne, chi per il gas serra; qualcuno arrivò persino a sostenere che fossero i parabeni contenuti negli shampoo che avevano alterato il cuoio capelluto.
Ci vollero tre settimane per ricondurre l’aura al grado della tristezza delle persone.
Il meccanismo che traduceva la tristezza in colore si aggiornava ogni sessanta secondi. L’aura poteva assumere tre tonalità differenti. La decodifica fu presto chiara. Al blu corrispondeva il massimo della tristezza; al giallo il massimo della felicità; le situazioni intermedie si coloravano di magenta. Per ciascun colore si distinguevano almeno una decina di sfumature di diversa intensità. E siccome l’aura non era visibile negli specchi o nelle foto, nessuno poteva conoscere il colore esatto della propria aura se non tramite lo sguardo degli altri.

I rischi sociali erano elevati: i casi di dissonanza tra colore e contesto potevano provocare malessere e disagio, persino disordini politici.
Sposi tristi nel giorno del matrimonio, parenti allegri in occasione di funerali, amanti che si rabbuiavano dopo un bacio, colleghi che si rallegravano dopo la rampognata subita del pari grado, calciatori che non si incupivano al goal della squadra avversaria, manager del petrolio che gongolavano dopo gli attentati in Medio Oriente.

Il Garante della Privacy aveva frettolosamente confezionato un regolamento che vietasse di raccogliere informazioni sulla tristezza degli individui e tanto meno di utilizzarle a scopi promozionali. Il Ministero del lavoro e quello delle pari opportunità avevano emanato una nota congiunta contenente un esplicito divieto di discriminare i lavoratori sulla base della loro tristezza. Il codice penale era stato emendato con decreto legge per includere una norma che vietasse l’uso dell’aura in sede processuale. La Società nazionale di psichiatria si era espressa con toni severi e paternalistici sulle differenze tra tristezza, sofferenza e depressione, riconducendo la prima a uno stato d’animo di circostanza, la seconda a fattori ambientali, la terza a patologia clinica.

* * *

Federico prendeva il tram tutte le mattine alle 7:30 alla fermata sotto casa, per cominciare il turno delle 8. Quando saliva, Silvia era già in tram, intenta a leggere qualche romanzo voluminoso. Dal rapido assottigliamento dello spessore del lato destro in favore del sinistro, Federico intuiva che doveva essere una lettrice molto vorace. Silvia saliva al capolinea alle 7:15 e trovava sempre posto a sedere.

Un mese dopo l’arrivo dell’aura, il quotidiano titolava «Emergenza tristezza: pronto il dissimulation kit messo a punto al MIT di Boston». Silvia era di un magenta intermedio; Federico era decisamente bluastro: sentiva freddo e aveva dormito male. Per via della pioggia il tram era affollato; alla fermata successiva alla sua salirono diverse persone e, spinto in avanti nel rimescolamento degli spazi, Federico urtò il ginocchio di Silvia.
«Scusa tanto, ma mi spingono».
Silvia alzò gli occhi, «Figurati, oggi sembra che tutti vogliano prendere il tram». Sorrise. Coincidenza felice, nel secondo successivo al sorriso di Silvia scattò l’aggiornamento del colore di Federico, che virò subito verso il blu più pallido. Silvia sorrise ancora di più, con un’espressione che mescolava complicità (allora ti piaccio!) e tenerezza (ma tu non lo sai che lo so!).
Il giorno successivo c’era il sole e, salito sul tram semi-vuoto alle 7:32 di magenta intermedio, Federico trovò posto esattamente di fronte a Silvia. Lei, giallo scura, era intenta a leggere e si accorse della presenza di Federico solo quando una brusca frenata la indusse ad alzare lo sguardo. Gli sorrise; il magenta di lui virò verso il giallo, il giallo di lei si schiarì ulteriormente.
Al venerdì, quando ormai salivano sul tram entrambi di un giallo acceso, lei lasciò deliberatamente il romanzo nella borsa per assecondare la conversazione da subito. Lui, colta la sua disponibilità, chiamò a raccolta il suo coraggio e la invitò a prendere un caffè.

Federico si trasferì a casa di Silvia tre mesi dopo. Tre mesi intensamente gialli, passati insieme pressoché ogni giorno e ogni notte, scoprendo ogni centimetro del corpo dell’altro, ogni consuetudine domestica e idiosincrasia verbale.
Al mattino prendevano il tram assieme e lei continuava a leggere i suoi romanzi voluminosi. Lui, anziché sederle di fronte, le sedeva a fianco, e, tenendo gli occhi socchiusi oppure fissando le punte delle scarpe, le appoggiava la mano sulla nuca, con un gesto automatico, come pronto ad afferrare la collottola del gatto.
Silvia spesso leggeva anche la sera, mentre lui guardava tutorial di scacchi al computer. Quando lei cominciava a scivolare verso il sonno, e il libro le cadeva a fianco del cuscino o a terra, e la mano si allungava per spegnere la luce sul comodino, lui la abbracciava da dietro e la accarezzava e, questione di qualche minuto, lui era dentro di lei. Facevano l’amore in modo pastoso, le parole e i suoni emessi come spezzoni di frasi senza senso del dormiveglia.

Passarono altri tre mesi, prevalentemente gialli anch’essi. Ai fisiologici momenti di impasse quotidiana, riuscivano a reagire connettendosi l’uno con l’altra. Un sabato, Federico era diretto a una parete rocciosa vicino al mare per un’arrampicata e la macchina si ruppe sull’autostrada. Riuscì ad accostare sulla corsia di emergenza e a mettere le quattro frecce. Chiamò l’assistenza stradale. Era di un blu profondo e cupo.
Poi chiamò Silvia: «Credo sia arrivata al capolinea ormai, se si tratta di cambiare il motore non conviene». Lei dribblò il nodo meccanico-finanziario. «Fatti portare dal carro-attrezzi a casa e andiamo in campagna. Ti amo Fede». Bum, giallo pieno.

Si sposarono in un pomeriggio di fine estate.
Scelsero una cerimonia intima, la sorella di lei e il migliore amico di lui come testimoni e una manciata di parenti come invitati. Silvia voleva risparmiare alla schiera delle sue amiche zitelle il timore di tingersi di blu alla vista del suo ingresso nella navata della chiesa romanica, abito semplice sul suo fisico da ballerina. Federico voleva risparmiare e basta.

Andarono in viaggio di nozze in Grecia. Silvia aveva accarezzato il desiderio di andare in Sudamerica – in Argentina a vedere il Perito Moreno, in Peru a visitare Cuzco e Machu Picchu – ma preferirono una vacanza più economica, tenendo a mente le rate della macchina nuova e l’ipotesi di una casa con una stanza in più.
Parlarono pochissimo, dormirono con il respiro sincronizzato, fecero bagni alternati, Federico nuotando per decine di minuti, Silvia spingendosi lentissimamente, passettini, fino a dove non toccava. Spesso ancora con gli occhiali da sole sul naso univa i piedi e si lasciava sprofondare finché l’acqua non le copriva la bocca. Nel momento in cui le lambiva le narici faceva un gesto economico – un colpo di piedi, uno schiaffo subacqueo con le mani – che la mantenesse a galla.
Mangiarono fuori due volte soltanto; il resto delle loro serate si svolgevano secondo una liturgia che si assestò subito. Mentre lei faceva la doccia, lui allestiva la cena con olive, feta, melanzane e yogurt con il miele, e nel frattempo si beveva una birra. Dopo cena, lui si alzava e si andava a fare la doccia, a Silvia l’incombenza di sparecchiare e sistemare la cucina. Sistematicamente lasciava qualche traccia della loro cena, gli involucri di plastica delle olive o un bicchiere con ancora due dita di birra. Toccava a Federico sbarazzarsene e lo faceva sorridendo e scuotendo un poco la testa, quando, dopo aver fatto l’amore, mentre Silvia era già addormentata abbracciata a un cuscino, usciva sulla veranda per fumare una canna.

Rientrando in città la presenza dell’aura li colse quasi di sorpresa, tanto si erano abituati al giallo costante l’uno dell’altra. Alla biglietteria della stazione, Federico trovò innaturale non guardare il commesso in volto; gli ci volle qualche secondo, e lo sguardo di riprovazione di diverse persone, per riabituarsi a parlare rivolgendosi all’immagine dell’interlocutore riflessa negli specchi dei quali gli spazi pubblici erano ormai tappezzati. Silvia, dal finestrino del treno, si soffermò sui cartelli che campeggiavano lungo la strada – «Three colors, one race: human. #fightcromofobia» – e si stupì della diffusa presenza di poliziotti a ogni angolo della strada, coperti dal casco, unico schermo contro l’aura dopo i ripetuti fallimenti del mondo scientifico. Si commosse quando, in metro, vide la consueta polarizzazione delle persone in base ai colori, i blu tutti assieme in un angolo del vagone, il ghetto delle persone tristi.

In settembre Federico cominciò ad andare per lavoro fuori città una volta alla settimana, con la macchina nuova. L’abitacolo profumava ancora di plastica, ma già debordava del disordine di Silvia: bottigliette d’acqua mezze piene, un asciugamano, degli stivaletti, ricevute del parcheggio, auricolari, carica-batterie.
«Tu non dai peso alle cose, le trascuri. Le cose, gli oggetti, la avvertono la trascuratezza. E anche il resto del mondo lo vede, come tratti le cose, che hai questa strafottenza verso gli oggetti.»
«Ma sono cose, appunto, io voglio dare peso alle persone, ai sentimenti, alle cose con la vita, non agli oggetti inanimati. Non è che la macchina e il frigorifero o il piatto doccia soffrono se li tratto male».
«E invece sbagli, si può essere strafottenti anche con gli oggetti. E tu lo sei»
Rientrando, la sera, aveva raccolto tutta l’immondizia che aveva trovato nella macchina, l’ aveva buttata in un cestino per strada e il suo senso di fastidio si era rinnovato.
«Cosa hai?» gli chiese Silvia. «Sei blu».
«Non ho niente; sono solo stanco»
«Ma il colore non dipende dalla stanchezza».
«Non ho niente, ora torno giallo» rispose Federico e il blu si intensificò.
Anche Silvia virò verso l’azzurro, nel corso della cena; e più cercava di avere una conversazione spontanea, più si imbarazzava ogni volta che scorgeva la perseveranza del blu sulla testa di Federico.

L’autunno era mite e Silvia voleva comprare qualche nuovo romanzo. Decise di dedicare a un giro in centro un sabato pomeriggio che Federico era andato ad arrampicare. Era appena uscita dalla libreria quando sentì la sua voce. «Silvia?». Non fu solo che la riconobbe immediatamente, era che bastava il timbro di una singola consonante per riprodurre i loro tre anni assieme, tramite ogni percezione: la vista (la camera con una parete blu della casa sull’isola), l’olfatto (l’odore del caffè che arrivava sul soppalco mentre lei rimaneva sotto il piumone), l’udito (la bossa nova e il fado), il tatto (una mano sulla sua pancia, un’altra che le passa tra i capelli). Avvampò di giallo.
Le varie volte in cui aveva immaginato un incontro casuale indugiava sulle possibili differenze che avrebbe visto in lui, sugli eventuali cambiamenti impressi dal tempo sulla sua fisionomia negli anni in cui si erano persi di vista. Questo aggiunse trasalimento al trasalimento: tutto le rimandava a quello che il tempo non aveva modificato.
Accettò il caffè che gli offriva, e la sigaretta e la complicità. «Lucia Berlin, quella delle donne delle pulizie?». Prese le misure al grumo di risentimento e familiarità che aveva nello stomaco: era intatto. Avvampò di blu.

Nella passeggiata verso casa si chiese di che colore la vedessero i passanti.
Mentre aspettava Federico si versò un bicchiere di vino. E poi un altro.
«Hey, che ti prende? Sei blu».
«Niente, oggi sono triste senza motivo».
Le prese il volto tra le mani.
A lei arrivò l’odore acre del suo sudore, attraverso la maglia della palestra che ancora non si era tolto, provò disgusto.
«Ti faccio un po’ di coccole e passa ok?».
La mano di lui scese dal viso verso la pancia. Lei si divincolò, come percorsa da una scossa elettrica. Il blu si fece cupissimo.
«Non sono in vena di coccole».
«Pensavo che…»
«Sì, non so, dormo male in questi giorni, sono nervosa, senza motivo».
Federico si alzò per prendere un bicchier d’acqua, blu notte anche lui.

* * *

In un lunedì di marzo, 14 mesi dopo la sua comparsa, l’aura se ne andò, sempre prima che facesse giorno.
Se ne accorse per prima la signora Rosetta che, svegliatasi per fare la pipì, vide che Enzo, il marito, era improvvisamente privo di aura.
Spaventata, temendo che potesse essere morto, lo scosse ripetendo «Enzo? Enzo? Enzo?». Enzo aprì gli occhi e ci mise una manciata di secondi a rendersi conto che sua moglie non aveva più l’aura.

Quella mattina Silvia decise che una settimana di ritardo la autorizzava a fare il test di gravidanza. Passò dalla farmacia in pausa pranzo, prese un caffè e verificò che aspettava un bambino nel bagno del suo ufficio. Fu pervasa da un’indifferenza strana: come se vedesse se stessa dall’alto, dal bocchettone del riscaldamento, mentre era seduta sulla tazza con gli slip ancora a mezza gamba.

«Sono incinta».
Un misto tra un sorriso di imbarazzo (perché imbarazzo?) e gioia e, ancora, indifferenza («sto parlando di me stessa come se descrivessi un fatto di cronaca»). Sciolse i capelli e fu sollevata al pensiero che l’aura fosse sparita – non aveva la più pallida idea del colore nel quale si sarebbe tradotto tutto questo trambusto interiore.
Lui sentì un senso di smarrimento; riusciva solo a pensare a una parete rocciosa e agli spazi della loro camera, e la sua pancia sarebbe cresciuta e poi che cosa incredibile che un giorno non c’è niente e poi basta un abbraccio tra due elementi organici così piccoli e poi c’è una persona, una persona con tutti gli attributi delle persone, le dita, il cervello, la lingua, la voce, lo sguardo. Chissà che colore sarebbero state tutte quelle cose per l’aura.

Ma l’aura non c’era più, forse si era trasferita in un altro pianeta, forse era solo andata in letargo.
E intanto loro potevano vivere felici e contenti. Almeno per un po’.