73

Allora, non è niente di che, va detto. È un gioco, per passare il tempo. Un giorno è arrivato uno dalle Isole Fiji e mi aveva colpito, parlava un inglese che faticavo a digerire, aveva un viso sorridente e uno sguardo che andava oltre. Osservai il numero ed era il 73. Tutto qui. Decisi così che il 73 era il mio numero e da quel giorno il 73 era il mio numero. Non so se altri che fanno il mio lavoro abbiano dei numeri prediletti, molto probabile che esistano forme più nobili per combattere le nevrosi. Un giorno con il 73 arrivò una ragazza molto bella proveniente da Israele. Si muoveva e parlava cercando di aggrappare le parole una all’altra: i suoi occhi erano una calamita, verdi e affusolati, il destro era più socchiuso del sinistro, e aspirava continuamente dalle labbra strette e chiuse, producendo un sibilo come quello che fanno i bambini.
La mia giornata trascorre in attesa del 73 e quando non riesco a chiamarlo, non ci sono solo io qui, lo considero un brutto presagio. Un giorno è arrivato un ragazzo molto giovane con un foglio e sul foglio c’erano scritti dei numeri che, presi da soli di fatto non ti dicono niente, ma quando li combini secondo una determinata sequenza, diventano una condanna per la vita. Patologie brutte ne arrivano in quantità tutti i giorni, va detto. Portate da giovani mi fanno ancora male. Ma non aveva il 73, bensì il 72 e quando ho guardato in faccia il ragazzo, con quella faccia preoccupata e piagnosa allora ho capito che non potevo fare troppo alla svelta. Per fare alla svelta devi essere sicuro del fatto tuo. Non puoi di fronte a uno al quale hanno appena smontato la vita, fare e in trenta secondi lasciarlo andare via. Non ci puoi mica fare molto, se lo compatisci lo stronchi, se fai il preoccupato lo violi, allora ci impieghi del tempo: fai e rifai la stessa cosa più volte, così che le pratiche assumano un contorno un po’ più spesso di quello che di solito basta per schiacciare un timbro sopra un foglio. Così facendo però ho perso il 73.
I numeri sono ombre! Un numero è un numero, va detto, nel mio caso dirige un afflusso. I miei numeri non hanno pretese matematiche né velleità algebriche, sono solo strumenti. Ma i numeri sono ombre perché sono il prolungamento di chi li possiede. La prima parte della mattinata ci sono gli ansiosi gentili, quelli che è meglio andare “un po’ prima che aprano” e “un po’ prima del prima che aprano” è ancora meglio del solo “un po’ prima che aprano”. I loro numeri sono perfetti, la carta non viene nemmeno piegata, quasi te li porgono con delicatezza. Nell’ultima parte dell’orario arrivano gli ansiosi indaffarati, veri o presunti, a ogni modo sono quelli che hanno talmente tanto da fare che si sono presi per il collo e non ce l’hanno fatta ad arrivare prima e i loro numeri sono sempre bistrattati, sbiaditi, nelle loro mani sfreganti perdono perfino il colore. In mezzo un po’ di tutto.
Tre mesi fa, per due giorni di seguito ho beccato il 73. Il primo, di martedì, una signora del mio quartiere, il quartiere è meno grande di quanto ci piaccia pensare, alla fin fine. A ogni modo una piacevole coincidenza, per altro pratiche per niente preoccupanti. Il giorno dopo invece una croata non più giovane e grassa smobilitata dal divano per prolungare l’assistenza. Il suo numero era unto in due punti come unti erano i suoi capelli, lunghi fino alle spalle, castani e a ciocche grumose lucide e lise. Non era truccata e nemmeno lavata credo, il suo odore misto di aglio e cipolla, fumo e sudore rappreso invadeva il terreno comune dell’aria da respirare. Viso foderato di brufoli e labbra secche, mani rosse e gonfie. Un cardigan verde con smerigli giallo-sole al tramonto ne completava una sagoma disgustosa.
«Rifare tesfera» disse. Iniziai le procedure, sono sempre le stesse e se i documenti ci sono tutti non serve nemmeno interagire, va detto. I documenti c’erano. I suoi occhi guardavano verso la mia tastiera ma non seguivano le mie digitazioni, non seguivano nulla che potessi vedere. Non le rivolsi mai la parola e lei non la rivolse a me, mi guardò solo per qualche istante, a un certo punto mi dedicò un lieve sorriso, più di zigomo che di labbra. Mi fece paura. Sembrava lo sguardo di chi non ha nulla da perdere, di chi non ha più paura di nulla, nemmeno del giorno in cui dovremmo lasciare il conosciuto sapendo che non torneremo, nemmeno per vedere come vanno le cose, che ne so per vedere la storia del riscaldamento globale; che ne so, per vedere se i figli si sono sistemati; che ne so, per vedere ancora una volta il colore delle foglie per terra in autunno. Come si fa a non aver paura di quel giorno? Fatte le pratiche se ne andò senza salutare o forse aveva anche salutato.
Per due settimane mancai il 73, in compenso mi ero imbattuto in una bolgia di discriminatori che sputavano sentenze contro il governo, contro il governo regionale, contro il governo comunale, contro il rione, contro il quartiere, contro il condominio, contro la parrocchia, contro la pubblica amministrazione, ma soprattutto contro, in ordine di importanza: la burocrazia, anche quando si esaurisce solo nello scrivere il proprio nome e cognome, contro “il paese” entità complessiva e astratta ma in particolare, contro gli extracomunitari, termine usato per indicare tutti quelli che hanno un colore della pelle non candido. Quelli “contro” i numeri li trattano bene ma te li porgono di solito sbattendoli sopra la scrivania, a mano aperta e tonfo nitido.
Parlando con la gente del più e del meno si scoprono un sacco di cose, notizie della città, lavori nuovi, giri e raggiri, abitudini ed esigenze: i figli degli stranieri marinano la scuola per accompagnare i parenti negli uffici pubblici, fanno da traduttori e accompagnatori. Le lingue che utilizziamo si imbastardiscono e le regole grammaticali non necessarie perdono la loro vita. L’emigrazione dal sud dell’Italia è ancora in atto, lavoro e salute la spingono.
Dopo un mese, ma dico un mese solo perché non ho la più pallida idea di quanto fosse realmente trascorso, va detto, chiamai un 73. Una donna rotondetta mi si parò davanti. «Tesfera per mio compagno» mi disse. Era la croata. Non la riconobbi subito ma appena aprì bocca lo capii. Mi porse gentilmente il suo numero 73, così come mi allungò una carta di identità di un cittadino italiano, un po’ lisa. Iniziò a parlare, non senza difficoltà, mi accorsi che emanava un leggero ma piacevole odore, un profumo. Allora la guardai con più attenzione. Era lei senza essere più lei. I capelli erano puliti e colorati con dei colpi di sole rossastri, gli occhi erano truccati e la forma risultava allungata, rossetto non troppo evidente, guance color terra. Anche le mani portavano degli anelli, di bigiotteria, ma non risultavano più gonfie o rosse, aveva un braccialetto per polso, i vestiti erano dignitosi. Mi disse che il suo compagno non poteva essere presente perché stava male, le aveva chiesto di procedere con le pratiche al suo posto, aveva una delega. Tutto ok, dissi. Mi disse che lavoro faceva il suo compagno, non ci capii nulla, l’unica cosa che riuscii a capire era che lavorava duro. Si erano conosciuti da un paio di settimane, una cosa improvvisa, lo disse guardando il soffitto, si augurava che potesse andare tutto bene. Cosa doveva andare bene, le chiesi? La vita, rispose, “l’Amore” aggiunse. Finché non pronunciò quella parola mica lo avevo capito. È una parola alla quale tendo a dare poca rilevanza, questo va detto. Io non riesco a vivere senza sogni e quella parola mi sembra quanto di più opposto possa esserci: i sogni hanno bisogno di calma e non costano, l’amore va di fretta e il conto te lo prepara sempre. A ogni modo se ne andò, anche abbastanza presto per la verità. Sorrisi tra me e me perché mi sembrava, o forse interpretai, che sculettasse in modo ridicolo.
Alla fin fine si tratta di aspettare che finisca, un fuoco di prima fila garantisce rispetto. Così capita a noi, siamo front office pieno, usufrutto legittimo sia che chi gli si rivolge sia un abbiente oppure abbia trascorso la notte su un marciapiede. Cambia nulla, le carte giuste mi accendono la mancanza dei presupposti burocratici mi spengne. Nell’attesa che il turno finisca la vita di queste persone incrocia la mia in scambi del tutto interessati e perlopiù asettici. La bravura consisterebbe nel non emergere. Ma non è quasi mai così. Quasi niente può essere cosi, mi sa.
Per tre giorni di seguito presi il 72. Nelle stessa settimana presi una multa per eccesso di velocità con l’auto e bucai una ruota della bici, poi dici che non ci sono legami tra le due cose. L’ultimo 72 però fu carino, davvero. Dopo le pratiche e i saluti lo vedo tornare con un pacco di cioccolatini che mi deposita sul desk e se ne va correndo. Un ragazzotto dallo sguardo pieno di domande. Uno studente fuori sede dal sud, piangeva nostalgia a ogni gesto ma non implorava e questo lo trovai meritevole. Ricordo solo questo in realtà, perché di fatto se non fosse tornato indietro con i cioccolatini, che mai prima in vita mia avevo ricevuto, sarebbe stato per me solo un altro 73 mancato, a dirla tutta.
Poi mi stanco anche di aspettare il 73 che a volte proprio non arriva mai.
La croata invece arrivò nuovamente in un giorno in cui pioveva, ma uno di quei giorni nei quali la pioggia scende con fatica senza mai smettere. In mano non aveva il 73, quello era già passato da un bel po’, aveva invece un insulso 106, un numero insopportabile come tutti i numeri a tre cifre. I capelli erano del tutto colorati di un bel rosso ombroso, profumava e mi sembrò di più dell’ultima volta, sostanzialmente era molto migliorata, pareva più giovane, forse anche dimagrita, nonostante non fosse proprio caldo indossava solo una camicia bianca, sbottonata quel tanto. Sembrava graziosa, di sicuro era radiosa. Mi disse che il compagno non riusciva ad usare la “tesfera”. Servirebbe una delega, sussurrai, e non mi permisi altro che un sussurro. Finché controllavo mi chiese come stessi. Alzai un po’ le spalle, non capivo cosa potesse importarle. Dondolai un po’ con la testa. I primi controlli erano già chiari, avevo capito il problema. Allora mi chiese se ero stanco, le dissi un po’, allora mi chiese se ogni giorno vediamo sempre tutte quelle persone e risposi che si, di solito vengono tanti numeri da noi. Disse che avevamo tanta pazienza. E lì decisi di tagliare corto. Allora il problema del suo compagno non è con la “tesfera” dissi, e usai proprio quel termine, il problema era con la residenza, perché il suo compagno aveva perso la residenza e senza residenza al comune non poteva usare la tessera. Non era un problema da poco, andava risolto perché bloccava tutto. Lei mi guardò con lo stesso sguardo senza paura che forse era l’unica cosa che le era rimasta dalla prima volta che l’avevo vista. Disse così: sarebbe meglio venisse lui. E poi allungò un po’ le sillabe finali intonando un punto di domanda. Perché secondo me non era proprio sicura di volerlo chiedere. Cioè la frase non era una domanda, pareva più che altro un’ombra, una incrinatura, una soglia. Allora le dissi che sì, sarebbe stato meglio si fosse interessato lui di persona, ad ogni modo cambiava poco, lui doveva andare prima in comune e poi tornare da noi, lui o lei con una delega però. Lei nemmeno mi aveva ascoltato e ripeteva un movimento in avanti con il corpo, deve venire lui ripeteva. Adesso era una affermazione. Deve venire lui ma lui non vuole, disse. E se ne andò trattenendo il numero. Quelli che si portano a casa i numeri sono rari ma sarebbero da studiare. Potrei anche sbagliare ma nemmeno stavolta mi salutò andandosene.
Ci sono periodi durante i quali il cervello vola alto sopra la mia testa, nei giorni di intasamento e aumento della confusione, riesco a vedere dall’alto la ressa: c’è sempre un bambino che corre da una parte all’altra sbattendo addosso a chi sta in piedi; c’è sempre una donna che urla dentro un telefono in modalità viva voce, c’è sempre quello che sbuffa e recrimina, c’è sempre una che cerca di passare avanti, una che ha sbagliato ufficio, uno che incontra qualcuno che non vedeva da anni, uno che accompagna un altro. Ruoli prestabiliti, va detto. Un uomo sulla sessantina stava raccontando ad un altro, di aver ritrovato piacere nell’aver ripreso a correre una volta a settimana, al parco, aveva sottolineato che correva al parco, si sentiva più tonico, diceva, respirava meglio. Mentre parlava gesticolava con armonia, il numero svolazzava tenuto dalle dita. Il 73 era già stato chiamato da un pezzo e non era venuto da me. Finchè terminavo una pratica per niente piacevole, una sagoma rotondetta mi si parò davanti. La croata appariva stazionaria proprio di fronte al mio desk, mi guardava ma non parlava e in mano non aveva numeri. Guardò alla sua destra e alla sua sinistra come quando si deve attraversare la strada o lo si insegna ai bambini e poi se ne andò. C’era parecchia gente in attesa. Se ne andò senza salutare, però stavolta ci stava. Si presentò dopo una mezz’ora, diretta verso di me con un numero in mano, era un numero insulso, a tre cifre, già ampiamente uscito nella ruota delle chiamate. Disse che preferiva venire da me perché conoscevo la sua situazione. Non appariva molto in forma, i capelli non erano più colorati e aveva di nuovo indossato il cardigan della prima volta, non si era truccata, sembrava ingrassata, di sicuro aveva le spalle ricurve. Al momento non c’era nessuno in attesa. Mi chiese se poteva venire nonostante il fatto che il suo numero era già passato. Va detta una cosa, questa cosa va detta proprio: se hai del potere lo eserciti, questa secondo me è una legge. Se hai potere, anche poco, lo eserciti. E così le dissi di riprendere un altro numero. Andò, prese, tornò. Disse che il suo compagno non voleva andare in comune. Caspita, dissi, sarà passato, che ne so, un mese, ma dissi un mese solo perché non avevo idea di quanto fosse passato, va detto. Lei disse che lui non voleva andare e che costringeva lei ad andare, ma era una cosa che doveva fare lui, disse due volte che era una cosa che doveva fare lui. Osservava le mie mani che non digitavano nulla, con quello sguardo privo di paura ma così vuoto da apparire profondo. Disse che lui non usciva più di casa, che non si sentiva bene, non andava più nemmeno al lavoro, lei doveva fare tutto. Non disse che lei non sapeva cosa fare, ma non servì. Lui il pane lo voleva caldo e quindi lei usciva presto, lui la pasta la voleva con il sugo appena fatto e allora lei glielo faceva, lui aveva bisogno della “tesfera” e allora lei andava a fargliela. Ma in comune doveva andare lui. E lui non voleva andare. Le tremarono gli occhi e mi sembrarono interessanti, molto meglio che quando erano truccati. Non potevo fare nulla né per lui né per lei, tutto bloccato. Se ne andò, senza salutare, ovvio, scuotendo un po’ la testa. Bella storia, davvero. Ma che bravo l’Amore, eh? Bravo proprio. Lo vedi come fa? L’Amore ci sguazza in queste cose, ci si infila e poi manovra vite e magari quelli come la croata ci rimangono incastrati. E adesso? Chi ci va in comune? Chi ama o chi si fa amare?
Mentre tutto gira senza fretta tutto evolve velocemente, il 73 latita, ma è un periodo di gente nervosa, i numeri li stropicciano un po’ tutti, sono aumentati quelli che li trattengono che a me verrebbe voglia di studiarli, quelli che si portano a casa il numero.
La croata non è più passata, potrebbe essere una buona notizia per lei, d’altronde non era lei ad aver bisogno di passare di qua, lei aveva bisogno di qualcuno che la facesse passare di qua. Poi il fatto è che ogni cosa dovrebbe avere la sua misura, va detto. Ogni tanto sopra la mia testa vedo gente affannata che crede di avere bisogno di questo o di quello e su questa tiritera alcuni bambini sono diventati adolescenti e ancora portano i loro numeri, i numeri i bambini li amano, loro si li amano, sul mio desk e così, come si dice, avanti sempre.