Acqua sulla luna

La signora Anita è grossa e tonda come una balena. Vive e lavora all’ultimo piano del palazzo. È una sarta: taglia la stoffa, confeziona abiti per le donne e cuce l’orlo ai pantaloni dei mariti. Stira. Rammenda. Ha sempre il centimetro al collo e due spilli in mano. Piega tutto per bene e ripone i vestiti nella carta velina che sa di lavanda. Lei invece odora di candeggina.
L’ultimo piano è una mansarda col soffitto alto. Voglio sempre salire io a portarle il lavoro, mi piace la casa della signora Anita: i piccioni tubano, vedo i tetti della città, la luna è più vicina. La casa della signora Anita non ha pareti divisorie. È una stanza unica, separata in tre parti da trapunte stese su corde agganciate mezzo metro sotto la volta; d’estate le sostituisce con lenzuola grandi come vele, le correnti d’aria le gonfiano e io salpo sulla nave volante da dove mi sembra di vedere la signora Anita spruzzare acqua dalla nuca. Ha i capelli corti, neri e grigi, diritti, non hanno la forma dei capelli delle altre donne, sono fiori avvizziti. Quando le guardo la nuca mi sboccia un nodo in gola, trattengo la tristezza, sono abituato così. La signora Anita porta occhiali con la montatura spessa e lenti color caffèlatte. I suoi occhi sono piccoli e si perdono dentro quel viso tondo; sono occhi colmi d’una malinconia sconfinata e sono incapaci di riflettere cattiveria: le servono per cucire. Coi fanoni, invece, la signora Anita mangia plancton e nessuna persona. Quando salgo a portarle una gonna da orlare, o i calzoni da accomodare, o la giacca coi bottoni strappati e lei mi dà le spalle, dal nodo mi esce una spina acuminata e devo fare in fretta; la signora Anita mi domanda sempre della scuola o del calcio o del catechismo e a me non va che mi tremi la voce nel risponderle. Nella stanza sembra esserci già tanto castigo e non voglio contribuire a nutrirlo, io vorrei portare luce e spensieratezza: Dio perché mi hai costruito di pane e di vino?
In una porzione della casa che trapunte o lenzuola separano dalle altre, ci sono cucinino e bagno, in un’altra il letto e nell’ultima, quella più grande, c’è la sartoria. La macchina per cucire è qua, anzi sono due; ci sono l’asse e il ferro da stiro; ci sono i tavoli sommersi di stoffe e fodere di seta, di tessuti arrotolati e pezze d’ogni forma, di drappi arabescati e tele, puntaspilli e rocchetti, e c’è un odore che somiglia a quello di chiuso ma è buono, ricorda la casa in collina il giorno che arriviamo, prima che mamma apra le finestre per cambiare l’aria.
La nonna m’ha detto che la signora Anita non si è mai sposata, non ha genitori né sorelle o fratelli, non so perché, ma è strano pensare che a un certo momento si possa restare orfani, anche se, facendo la sarta, ci sono sempre tante persone che vengono a trovarla. Poi ha le campane. Da casa della signora Anita quelle di Santa Maria del Suffragio si sentono forte, così immagino possano tenerle compagnia; la portafinestra del cucinino è distesa nel vuoto e tra la portafinestra e il campanile non ci sono ostacoli, c’è solo il cielo. Anche se non si è mai vista una balena che si consola al suono delle campane, mi piace inventarle spiragli di musica.
Un giorno salgo dalla signora Anita con la nonna perché la nonna deve spiegarle con scrupolo il lavoro da fare su un vestito. È pomeriggio da un po’, la luce ha un colore che pare la carta di una caramella: è rosa e viola, trasparente, livida. Fuori è autunno, finisce novembre e io ho dentro la pancia una felicità inutile, quella dei bambini affacciati al dicembre, una gioia che le tinte del cielo fanno più grande, perché la gioia ha bisogno di tanta malinconia per funzionare bene. Poi la nonna e la signora Anita, mentre s’intendono sul lavoro da fare, iniziano a parlare d’altro e io le ascolto. Le mille e una stoffa attutiscono le parole e me le consegnano morbide. Le posso toccare, modellare, sono le caramelle gommose scivolate via dalla carta.
«Signora Anita, vada a trovarla. Non è lontana Piacenza».
«Cosa vuole che le dica, eravamo ragazzine l’ultima volta».
«Appunto. È tempo di rivedersi, non crede?»
«Non so».
«Non capisco cosa ci sia da decidere».
«Non sono abituata».
«Abituata a cosa? Sua cugina la vuole vedere».
«La lettera è lì, se vuole».
«Dove?»
«Lì, sulla credenza. Sono passati trent’anni, che senso avrebbe?»
«Ma è bella questa cosa, non trova?»
«Ci ha separate la guerra, la sua famiglia da Milano è scappata a Lodi, noi a Varese».
«Certo, capisco. E quindi è la volta buona di ritrovarsi».
«Sì, ma col lavoro come faccio?»
«Per qualche giorno di ferie, che sarà mai?»
«Quando siamo tornati in città, dopo l’estate del quarantatre, passava questo aereo, lo chiamavamo Pippo, ma non bombardavano più tanto, controllavano e basta».
«Signora Anita non cambi discorso, me lo ricordo Pippo».
«Gli zii, e mia cugina, non sono più tornati a Milano».
«E questa sua cugina è a Piacenza, bene, insomma, adesso le ha scritto e lei ci deve andare, anche per gentilezza».
«Legga, legga anche lei la lettera e mi dica».
La nonna prende la busta, sfila la lettera e legge. Sono curioso e vorrei sfogliarle pure io quelle parole da Piacenza, ma la nonna tiene la lettera vicino a sé e non riesco. Alla fine, rimette la lettera sulla credenza, di fianco a uno scrigno adagiato sul centrino coi pizzi. Lo scrigno è d’argento e ai lati del coperchio sono cesellati gli angeli. Attorno, la signora Anita ha sistemato tanti piccoli soprammobili, sentinelle di guardia ai tesori dello scrigno. È naturale non possa andare a Piacenza, penso, come può una balena viaggiare in treno? Sarebbe necessario un trasporto eccezionale.
«È molto simpatica questa sua cugina» dice la nonna «le ha scritto delle parole bellissime» sorride «eravate molto legate».
«Sì, me la ricordo proprio così» dice la signora Anita mentre con le mani stende la stoffa del vestito «simpatica. Eravamo amiche».
«Che gioia».
«Mi ha fatto davvero piacere ricevere la lettera».
«In poco più di un’ora, col treno, sarà a Piacenza».
«Non so».
«Mi ha chiesto un parere e io le dico di andare».
«Sarà imbarazzante».
«Lei è una persona gentile ed educata, sua cugina sarà ben felice di ospitarla qualche giorno, magari per Natale».
«No, no. Non parla di Natale».
«Le risponda e glielo proponga. Così avrà meno pensieri per i lavori. A Natale si fa festa».
«Dovrei essere così inopportuna?»
«Perché inopportuna? È stata sua cugina a scriverle».
«Per il Natale no, mia cugina avrà altro da fare».
«Se non glielo chiede non può saperlo, può darsi che non glielo abbia detto perché pensa lo stesso di lei».
«Non so, sono così abituata a stare da sola».
«Ancora con questo non so e non sono abituata».
«Ma è vero».
«No invece, qui a casa sua viene tutto il rione».
«Per lavoro».
«Signora Anita, ci vada, risponda oggi stesso e la faccia finita».
«Ci penserò».
«Prenda carta e penna, le dica che sarebbe felice di arrivare per le feste di Natale. Sono certa che sua cugina non aspetta altro».
Poi io e la nonna torniamo giù, a casa nostra, tre piani più sotto e succede che in una di quelle notti inizio a sognare d’essere a casa della signora Anita. Nel sogno la casa è più grande. Io cammino e c’è poca luce e ogni tanto le stoffe appese mi toccano il viso e mi fanno il solletico. La signora Anita, nel sogno, non c’è. Col treno è andata a Piacenza. Le hanno prenotato un vagone tutto per lei e lo hanno riempito d’acqua, così può rinfrescarsi e far zampillare flutti verso il cielo: la carrozza è scoperta e l’acqua crea arcobaleni che cingono il treno e si dissolvono. Nel sogno sposto una delle tende e i vestiti che la signora Anita ha cucito danzano al suono delle campane e s’impacchettano da soli. Mi affaccio dalla portafinestra, fa freddo, e c’è una pianura di campi arati. Da Milano fino a Piacenza ci sono solo i binari, c’è la campagna e un treno di stoffa che porta la signora Anita dalla cugina simpatica.
Non ho mai saputo se la signora Anita fosse poi andata a trovare la cugina di Piacenza per quel Natale. Adesso, come allora, c’è solo il cielo e sotto, nel grande oceano circolare, c’è la balena che dalla nuca spruzza acqua contro la luna.