Il salto

Tutto si poteva dire di Bernard tranne che avesse un corpo atletico e abituato agli sforzi dello sport. La sua muscolatura era il calcolato risultato della sedentarietà, di anni trascorsi alla ricerca di poltrone accoglienti, di giacigli comodi e appartati. Bernard era alto, con pochi capelli e occhiali da miope che non toglieva nemmeno per dormire, giacché dormire, per Bernard, era un modo come un altro per distendere la sua sottile e liscia muscolatura da rettile. Tuttavia Bernard anelava di saltare, desiderava, cioè, compiere balzi improvvisi, movimenti repentini in quel modo non comune, diceva, di spostarsi da un posto all’altro staccando completamente i piedi dal suolo. Eppure Bernard non lo aveva mai fatto, non aveva mai spiccato un salto deciso e imponente. Egli, come la maggior parte degli uomini, aveva elaborato soltanto una comune camminata da passeggio o, al massimo, aveva compiuto passi lunghi per superare pozzanghere, per evitare scalini imperfetti, per scendere dal bordo alto dei marciapiedi, azioni, insomma, che rientrano nei naturali e umani processi di adattamento all’ambiente e che persino un bambino deve imparare il più presto possibile per farsi strada nel mondo.
La moglie di Bernard, Sofie, capiva bene cosa diceva Bernard quando le parlava della sua voglia di saltare perché sapeva che Bernard in cuor suo era sincero e che saltare era quello che desiderava da tutta una vita. Non solo Sofie capiva Bernard ma lo incoraggiava anche, e lo aiutava a trovare il modo per poter finalmente cominciare a vivere saltando in ogni direzione in piena libertà. E questo perché Sofie, sebbene fosse fisicamente esile e minuta, era una donna coraggiosa, dotata di una grande forza d’animo e di un preciso senso delle cose che tuttavia Bernard non mancava mai di riconoscerle. Il “senso delle cose” di Sofie consisteva essenzialmente nell’attuazione di un principio piuttosto elementare ma che più di una volta, sosteneva lei, aveva dato i risultati migliori. Il principio di Sofie era quello dell’applicazione. «Bisogna applicarsi per ottenere il meglio da sé stessi e dagli altri», diceva. Così Bernard intuì che se voleva cominciare a saltare come un vero atleta, avrebbe dovuto applicarsi, e applicarsi significava che avrebbe dovuto allenarsi con metodo e costanza, due elementi del suo carattere che però risentivano fortemente di un cronico disinteresse per gli aspetti pratici e attivi della vita. Una vita che tuttavia Bernard continuava a trascorrere nell’inedia e nell’assoluto conformismo ai dettami di un’esistenza tutto sommato discretamente felice e appagante. Ma un giorno, mentre era disteso a letto circondato da un’inutile quantità di cuscini, Bernard si alzò di scatto e pronunciò una frase che Sofie non seppe mai ripetere con precisione, qualcosa simile a “credo sia giunto il momento”. Dopo quella frase che alle orecchie di Sofie suonò come un sinistro avvertimento, Bernard indossò una tuta da ginnastica e uscì di corsa per andare a fare esercizi ginnici nei viali alberati del parco che fino ad allora aveva soltanto osservato stando seduto in balcone a uno dei piani alti dell’edificio condominiale in cui abitava. Da lì aveva sempre guardato, più infastidito che incuriosito, persone sudate correre tra gli alberi, fare ginnastica oppure, senza troppa convinzione, saltare siepi allineate e muretti di mattoni. Quando verso sera rientrò a casa completamente sudato, chiese a Sofie di aiutarlo ad asciugarsi, e Sofie, mentre lo faceva, disse a Bernard queste esatte parole: «Caro Bernard, gli sforzi atletici producono sudore e tu, il sudore, devi imparare ad asciugarlo anche senza di me, come quando non ci sarò più», ma Bernard non diede peso alle parole di Sofie e continuò a sudare e ad andare al parco per allenarsi anche il giorno successivo e quello dopo ancora, per mesi, come se sudare e allenarsi fossero diventate di colpo le sue ragioni di vita. Ormai Bernard si allenava da tempo e aveva messo a punto una particolare tecnica atletica che lo rendeva capace di compiere salti lunghissimi che qualcuno, lì nel parco, già gli invidiava. Cosicché, dopo qualche anno in cui aveva sudato parecchio, corso, saltato siepi e muretti di mattoni, Bernard decise di iscriversi a una competizione di atletica leggera nella specialità del salto in lungo.
Il giorno della gara Bernard si svegliò presto, a quell’ora in cui il sole illumina il cielo con la prevedibile consuetudine delle giornate estive. Fece una doccia, indossò la maglia con il numero undici stampato sul petto e sulla schiena e uscì di casa senza fare colazione. Sofie lo accompagnò in macchina fino allo stadio dove si svolgevano le gare. Durante il tragitto Bernard e Sofie non parlarono di nulla. Soltanto quando fermò l’auto al rosso del semaforo lei disse a Bernard: «Hai una stringa sciolta, non dimenticare di legarla. E se dovessi perderti, ricordati che puoi sempre telefonarmi», ma Bernard disse soltanto: «È verde. Andiamo».
Quando arrivarono allo stadio, alcuni concorrenti sulla pista erano già alle prese con gli esercizi di riscaldamento, altri, invece, provavano schemi di salto che Bernard reputava completamente sbagliati, inutili e inefficaci. La sua tecnica era di certo superiore alla loro e l’avrebbe dimostrato a tutti, anche a Sofie, appena il giudice di gara lo avrebbe convocato per il salto. Intanto il cielo si era fatto grigio e il sole della mattina si era nascosto tra le nuvole come se la vergogna di chissà cosa lo avesse assalito all’improvviso. Anche Bernard guardò il cielo e quando lo guardò non fu contento di vedere che dalle nuvole filtrava soltanto una luce accecante che si rifletteva sulle strisce bianche che delimitano le corsie della pista. Bernard fece una smorfia di rassegnazione poi abbassò la testa, incrociò le braccia dietro la schiena e si mise a camminare lentamente sull’erba poco distante dalla pista di salto. In realtà Bernard contava i passi e, con i passi, la lunghezza del lungo salto che avrebbe voluto realizzare.
I primi atleti chiamati a saltare non ottennero risultati soddisfacenti. Uno di loro accusò del suo insuccesso la leggera brezza di vento che in quel momento si era levata; un secondo scappò via dal campo per andare a piangere nello spogliatoio dove nessuno lo avrebbe visto, e un terzo dovettero portarlo via con la forza perché si era ostinatamente convinto che era suo diritto ripetere il salto ancora una volta. Dall’altoparlante finalmente chiamarono il numero e il nome di Bernard scandendoli a ripetizione: «Undici, Bernard… Undici, Bernard… Undici, Bernard…» ma non si erano accorti che Bernard era già in posizione sulla linea di partenza e che Sofie dagli spalti agitava le braccia per salutarlo. Quando il giudice di gara diede il segnale del via, Bernard ruotò gli occhi per cercare gli occhi di Sofie che invece non aveva mai smesso di guardarlo. Si commosse a vederla lì, in piedi per lui sulla gradinata degli spalti, che aspettava soltanto di assistere al suo prodigioso salto. Ingoiò saliva per diluire un grumo di dolore che gli stringeva la gola, poi oscillò sulle gambe per preparare lo scatto e infine partì. La rincorsa si sviluppò gradualmente. Via via che acquistava velocità Bernard sentiva che il compatto terriccio rosso sotto le sue scarpette di gomma diventava sempre più morbido e poroso, flessibile, elastico. I muscoli delle gambe spingevano in avanti il suo corpo a una tale velocità che qualche anno prima non avrebbe neppure immaginato di raggiungere. Quando fu il momento, Bernard si preparò per i tre consueti appoggi che anticipano lo stacco dal suolo e la cosiddetta fase di volo. Il primo fu debole, la luce fredda riflessa dalle bianche delimitazioni della pista colpì i suoi occhi e gli fece perdere un grado di concentrazione; al secondo, invece, avvertì un dolore al polpaccio causato dalla frustata della stringa che non aveva allacciato, e fu allora che pensò che Sofie non dava consigli ma anticipava il futuro. Così Bernard strinse i denti e preparò il terzo e ultimo appoggio, quello con il quale poté finalmente esibire la forma completa, perfetta e inimitabile della sua straordinaria tecnica di atleta. Piegò leggermente il busto in avanti sincronizzando il movimento del bacino, aggiustò l’angolo di flessione del ginocchio e la posizione del piede prima del salto vero e proprio, spinse con tutte le sue forze i muscoli della gamba destra e finalmente si staccò dal suolo con un balzo potente e straordinario. Le sue gambe ormai libere si muovevano nell’aria con movimenti frenetici ma eleganti. Bernard si sentiva sempre più leggero e il vento veloce che gli sbatteva in faccia sapeva di fresco. A quel punto pensò che doveva cominciare a prepararsi per la fase dell’atterraggio, ma guardando in basso vide la pista sotto di lui ancora molto lontana. Allora indugiò con il ricordo degli allenamenti nel parco, delle corse, del salto delle siepi e di quello dei muretti di mattoni; ricordò anche tutto il sudore che aveva sudato e che Sofie gli aveva asciugato strofinandogli un telo di spugna sulla schiena mentre gli diceva quelle parole che lui, Bernard, quella volta non aveva capito.
“Da quanto tempo conosco Sofie?”, si chiese. Ne era passato di tempo da quando si erano conosciuti e poi avevano deciso di sposarsi. Sì, ma quanto tempo era trascorso? Tre, cinque, dieci, venti anni? Mio dio, non lo ricordava più. Bernard non ricordava affatto da quanto tempo conosceva la sua Sofie e questo gli procurò un nuovo dolore ma diverso e più intenso di quello che può scaturire dalla sferzata di una stringa sciolta che colpisce il polpaccio. Pianse un po’ ma il vento gli asciugò le lacrime che solitamente tirava via dagli occhi con il dorso della mano. E allora Bernard, per scacciare la tristezza, pensò che dopotutto aveva tanti bei ricordi da ricordare e che forse poteva ancora chiedere a Sofie di ricordarli insieme, uno per uno.
Ma adesso era il giunto il momento di tornare a terra. Bernard stese le gambe, irrigidì i muscoli e si preparò ad affondare i talloni nella pozza di sabbia che avrebbe frenato la discesa. Venne giù rapidamente come un rapace che è pronto a ghermire la sua preda, ma quando toccò il suolo si accorse che sotto i piedi non c’era il letto di sabbia che aveva accolto gli altri atleti prima di lui. Bernard cadde su una dura striscia di asfalto rovente che correva in mezzo a due enormi distese di terra incolta e abbandonata. Qua e là cumuli di rifiuti e repellenti carcasse di animali morti offrivano uno scenario davvero deprimente. Non c’era nulla che Bernard ricordasse di aver già visto e stranamente non c’erano più gli spalti, non sentiva più le urla del pubblico e nemmeno il gracchiare dell’altoparlante dello stadio dal quale venivano urlati il numero di maglia e il nome dei concorrenti in gara. Con i suoi occhi cercò quelli di Sofie, il suo volto, ma nemmeno lei era là con lui. Tentò di alzarsi ma vi rinunciò immediatamente perché un dolore profondo e sordo si allungò da una caviglia fin sopra il ginocchio. “Mi si è rotto un osso”, pensò Bernard. Allora rimase seduto sotto il sole infuocato di quella torbida estate a riflettere un po’ sulla sua vita e ad ammettere, dopotutto, che là non avrebbe trovato neppure un telefono.