23-17

Qualcuno che si trovi a guidare davanti a quella fermata del bus non farebbe caso a loro. Un passeggero, in quella stessa automobile, registrerebbe solo distrattamente la loro presenza. Probabilmente l’unico modo per vederli sul serio sarebbe attraversare la strada e guardare dritto nella loro direzione, e anche in quel caso ci vorrebbe attenzione.

Non c’è nessun altro lungo quella strada, ma se ci fosse, e se l’attraversasse, e se guardasse, e se prestasse davvero attenzione, ecco cosa vedrebbe: un duo molto improbabile che aspetta il bus alla fermata, entrambi seduti sulla stessa panchina a leggere un libro. Due ragazzini, vestiti in modo diverso, con qualche anno di differenza, che coesistono tranquillamente nello stesso spazio fisico.

Nessuno dei due saprebbe dire da quanto tempo esattamente è lì. Probabilmente nessuno dei due troverebbe l’informazione rilevante.

La ragazzina è più minuta, ha una coda di cavallo sghemba, i suoi piedi non arrivano a terra, penzolano avanti e indietro senza un vero scopo. Le sue gambe sono troppo corte per stare seduta composta ed è probabilmente convinta che sia colpa della panchina, che è troppo alta.

Il ragazzo è più alto e ha i capelli nero pece, ritti sulla testa in un centinaio di direzioni diverse. Sono capelli che hanno bisogno di tempo e allenamento per essere ammaestrati: a quanto pare per il momento lui non ha trovato né l’uno né l’altro. Tiene un piede piantato per terra, come se stesse mettendo radici, l’altro gli riposa sul ginocchio.

Davvero una coppia spaiata.

Stanno aspettando che arrivi il bus, nessuno dei due ha idea di quando sarà. Pare non abbiano fretta di arrivare, ovunque siano diretti, e questa è una buona notizia, perché, a giudicare dalla scritta «Nessuna informazione disponibile» sul tabellone elettronico, non ci sarà nessun bus.

Sono seduti lì da un po’, ogni tanto voltano una pagina, occasionalmente levano la testa per controllare se qualcosa stia per arrivare dal fondo della strada. Fino a questo momento si sono ignorati.

Ma la situazione sta per cambiare.

«Non credo che il bus arriverà» cinguetta la ragazzina, gli occhi incollati a terra. «Credo che ci abbia dimenticati.»

Il ragazzo la guarda, per un secondo appena, e dice «Mmm» poi torna al libro.

«Sto aspettando da così tanto tempo», continua lei. «È insolito.»

«Mmm», concorda il ragazzo con un cenno del capo, questa volta non alza nemmeno gli occhi.

Passano altri quindici minuti, il bus ancora non arriva. Il pannello continua a non offrire informazioni, nessuno passa nei paraggi, non a piedi e nemmeno in auto.

«Il mio bus sarebbe dovuto arrivare già da un po’» dice la ragazzina. Non sembra innervosita, solo un po’ confusa. «È davvero strano.»

Il ragazzo non risponde, ma la guarda di nuovo.

«Di solito è preciso, non capisco.»

Lui annuisce pensieroso. Chiude il libro e lo mette da parte, voltandosi verso di lei, in parte rassegnato, in parte curioso. «Che bus stai aspettando?» chiede con un sospiro.

«Il 23. È quello che mi porta a casa.»

Lui annuisce. «Io sto aspettando il 17, anche lui non è mai in ritardo, eppure oggi sembra esserlo.»

«Lo prendi spesso?» chiede Ventitré.

«Ogni giorno alla stessa stessa ora» risponde Diciassette, «e non è mai stato in ritardo prima di oggi.»

I due si osservano per la prima volta da quando sono arrivati alla fermata. Non potrebbero essere più diversi, l’unica cosa che li accomuna è che, a quanto pare, sanno entrambi leggere. Col giorno che muore la luce si riduce, i lampioni non sono abbastanza luminosi per riconoscere il testo e distinguere caratteri così minuti: tanto vale continuare la conversazione.

«Non ti ho mai visto qui, prima» dice Ventitré. «In realtà non credo nemmeno di aver mai visto il tuo bus.»

«E io non ho mai notato il tuo. O te, se è per questo». La guarda di nuovo e per bene: indossa una salopette corta piena di macchie colorate, ha due cerotti sulle ginocchia, le scarpe sono di un bianco anonimo e sporche di fango. Da come sono spettinati i capelli, sembra che abbia perso la pazienza con loro più di una volta oggi. È sicuro di non conoscerla, di non averla mai vista prima, eppure qualcosa in lei gli evoca una familiarità indecifrabile.

«Eppure mi dici qualcosa.» È lei a parlare, ma lui giurerebbe che stava per dire la stessa cosa.

«Sì? Sono sicuro di non sapere chi sei» risponde Diciassette.

«Lo so, nemmeno io so chi sei. Ma questo non significa che io non ti conosca.»

Quello che sta dicendo la ragazzina non ha senso, ma lui annuisce come se fosse d’accordo. In uno strano modo deve ammettere che in effetti non è in disaccordo. «Forse hai ragione» si arrischia a dire, «Non significa questo.»

Altri minuti trascorrono in silenzio. Ventitré e Diciassette non sono più estranei. Non conoscono ancora i propri nomi, ma la cosa non sembra importare, ora che stanno condividendo lo stesso spazio, in attesa di un bus che non arriva.

«Quanti anni hai?» È curioso, è sicuramente più piccola e vuole sapere di quanto, esattamente.

«Non lo so. Dieci, credo?»

«Credi?»

«Contavo i compleanni ma ora non lo faccio più.» Lo dice come se fosse una decisione con cui ha avuto il tempo di fare pace. «Quanti anni hai tu?»

«Quattordici. E ne sono sicuro.»

«Bravo.» Gli spazi tra i pezzi della conversazione rimangono vuoti, ma non spiacevoli. «Credi che questa fermata sia davvero stata dimenticata?»

«No, non credo. Sei preoccupata?»

«No.»

«Devi andare da qualche parte?»

«Forse sì, non lo so.» Sembra che Ventitré stia riflettendo sulla risposta, gli occhi corrugati, il naso corrucciato. «Non credo, no. In ogni caso posso essere dove voglio, quando voglio.»

Diciassette ora è curioso. Con le gambe incrociate sulla panchina, le si accomoda di fronte. Lei lo osserva come se fosse la guardiana di una verità universale che non vede l’ora di condividere con lui. «In che senso?»

«Beh. Non è che posso essere dove voglio quando voglio, sul serio, ma so che mentre sono qui con te sono anche da qualche altra parte, in un altro momento.»

La conversazione si sta trasformando in qualcosa di inaspettato. Il tabellone elettronico è ancora silenzioso, continuano a non esserci macchine o passanti.

«Vuoi dire che mentre noi siamo qui ad aspettare che il bus arrivi per portarci a casa, siamo anche altrove, a fare qualcosa di completamente diverso?»

«Esatto!» Ventitré si volta e prende lo zainetto poggiato al suo fianco. Lo apre e ci rovista dentro, finché non trova un quaderno e una matita. «Guarda, noi siamo qui, oggi e ora» e li disegna entrambi come figurine sotto la tettoia della fermata, e aggiunge un cartello con una linea che dice: 17; 23. Poi comincia a tracciare un cerchio approssimativo, con degli anelli intorno. «Ma sono sicura che contemporaneamente siamo anche qui, che la strada su cui siamo è l’anello intorno Saturno, e che forse il nostro bus è la navicella numero 40.»

«Quindi noi siamo sulla Terra ad aspettare, e allo stesso tempo siamo su Saturno, ancora ad aspettare.»

Ventitré mugugna pensierosa, poi fa una smorfia. «Forse avrei potuto rendere la cosa più divertente.»

«No, no, ho capito!» Diciassette si alza in piedi e si mette di fronte a lei. Pensa davvero di aver capito. «Vuoi dire che se volessimo, potremmo essere ovunque pur essendo bloccati qui per il momento.»

«Sì!»

«Per esempio ora sto parlando con te, ma in un altro momento, altrove, sto viaggiando in giro per il mondo facendo qualcosa.»

«Esatto! Questa è la nostra Terra-52 e tutte le nostre possibilità sono i nostri multiversi.»

Diciassette sorride. «Mi piace.»

«Sapevo che ti sarebbe piaciuto.»

«E come lo sapevi?»

«Te l’ho detto, da qualche parte io ti conosco.» Ventitré salta giù dalla panchina e gli si para di fronte, guardandolo dall’alto in basso. È ancora più bassa di quel che sembrasse. «Forse ci siamo davvero già incontrati su Saturno.»

«O forse ci siamo già incontrati anche da qualche altra parte?»

«Ci credo, sì.» Più Ventitré guarda Diciassette, più le piace. Ha quel modo tranquillo che non ha nulla a che vedere con lei, vorrebbe scuoterlo, ma allo stesso tempo vorrebbe che lui l’aiutasse a stare più ferma. «Forse abbiamo già vissuto più di un’avventura insieme.» È un pensiero che le fa venir voglia di saltare dalla gioia. «Forse insieme abbiamo scoperto la sorgente del Nilo!»

«Oppure forse siamo riusciti a prendere il bus?»

«Già.» Ed è come se si sgonfiasse, sedendosi sulla panchina con un sospiro di delusione. «Non sono così sicura di volerlo prendere, sai.»

«Non vuoi più andare a casa?» chiede lui, e le si risiede un po’ più vicino. «Vuoi restare ancora un po’ qui?»

«Credo di sì. Non ho fretta di andare. Mi piacerebbe pensare ancora ai multiversi.» Chiude gli occhi, sospira, poi li riapre, mette via il quaderno e la matita.

Diciassette annuisce e con il piede le dà un colpetto comprensivo alla caviglia. Il suo libro è ancora lì sulla panchina accanto a lui, lo mette via nel suo zaino e tira fuori un vecchio walkman. «Tieni» dice a Ventitré mentre le porge un auricolare. Lei sorride grata, lo prende e lo infila nell’orecchio. «Credo che abbiamo almeno altri sessanta minuti qui.»

«Sì?»

«Sì, e ho anche un’altra cassetta nel caso.»

«Nel caso cosa?»

«Non lo so. Nel caso i multiversi ci piacessero più di quel che abbiamo qui? Non lo so.»

Ventitré lo sfiora appena, spalla a spalla. «Mi piace, è un bel piano. Premi play, per favore.»

Ora qualcuno che si trovasse a guidare davanti a quella fermata del bus continuerebbe a non fare caso a loro. Per farlo dovrebbe sempre prestare attenzione, attraversare e guardare dritto verso di loro. Questa cosa non è cambiata.

Ma se lo facesse, e se guardasse, e se prestasse attenzione, vedrebbe un duo sempre spaiato che ora però invade lo spazio l’uno dell’altra. In un altro momento, altrove, in un altro multiverso, si stanno incontrando di nuovo per la prima volta, oggi. Da qualche parte e in un altro momento ancora, Diciassette e Ventitré sono amici già da un anno e si stanno attrezzando per pattinare sugli anelli di Saturno. In un altro posto e in un altro tempo ancora non sanno nulla l’uno dell’altra e forse lo sapranno dopo o forse no, non lo sapranno mai.

Ora, adesso, nessun bus arriverà ancora per un po’, di certo molto di più che sessanta minuti e una cassetta.

E loro aspettano, con pazienza.