Pezzi

Da dove sono seduto, a destra del parroco, vedo attraverso la porta laterale della chiesa. Rimane aperta per far entrare l’aria e le persone troppo vecchie, che non riescono a fare i gradini, e fuori c’è la stradina e poi il muro della villa.
È basso e tutto intorno ha un’inferriata su cui si appoggia la siepe di pitosforo, che è fitta e piena di foglie e bacche che sembrano melograni verdi piccolissimi, che hanno dentro dei semi rossi appiccicosi che se li mangi muori. Io me la ricordavo così, ma adesso ci sono rimasti solo i rami perché nessuno l’ha più annaffiata. Un po’ mi dispiace, ma così, anche da dentro la chiesa, posso vedere attraverso la siepe, dentro il giardino e fino alla finestra del salone. Oltre la finestra non vedo, ma so che dentro c’è un tappeto persiano, una cassettiera fatta da un falegname, un divano e due poltrone di velluto verde e una scala di legno, che sale con una curva verso la mansarda. Anche se non ci entro da un po’ e non la potrò più vedere so com’è fatta la casa, e so anche che dentro ci hanno girato un film di Nanni Moretti che non è piaciuto a nessuno, La messa è finita.
Quel film non è piaciuto neanche a me. Me l’ha fatto vedere mamma, parla di un prete che viene assegnato alla nostra parrocchia di periferia, ma non riesce ad aiutare nessuno e alla fine se ne va in una missione, dove si sente di nuovo utile e ritrova la fede.
Il parroco si alza e ci fa alzare tutti, perché c’è l’offertorio.
Nella prima panca della fila di sinistra ci sono gli scout, tutti con la camicia azzurra e i pantaloncini blu, che fanno inchinare i loro bastoni, gli alpenstock. Le bandierine appese ai bastoni penzolano solenni, salutano le formule del parroco coi loro simboli di animali: falco, pantera, aquila, leone. Gli scout fanno cose strane e danno nomi strani alle cose, persino a se stessi. Hanno nomi segreti che si danno l’un l’altro e usano solo tra di loro. Assomigliano a quelli degli indiani e a volte sono fiumi, alberi o stelle, ma più spesso animali. Il mio capo scout, per esempio, si chiama Castoro Orgoglioso, perché gli piace lavorare il legno e non cambia mai idea. Noi della squadriglia dei falchi lo chiamiamo Papà Castoro, ma solo tra di noi, perché è un nome supersegreto.
Nella prima panca della fila di destra, accanto a mia madre, c’è mio padre. Ci sono anche mio fratello, mio zio e mia zia, che sarebbe la sorella di papà, ed è strano vederli tutti in piedi, uno accanto all’altro, con mia madre che canta la preghiera di san Damiano.
Il prete si mette davanti all’altare con la pisside in mano e aspetta che i fedeli si facciano avanti per la comunione. La pisside è quella coppa col coperchio dentro cui stanno le ostie, ed è una parola che fa ridere tutti, anche noi chierichetti, che però ci sforziamo di non ridere e di non dire un sacco di cose che invece pensiamo. Questo prete polacco, per esempio, fa la messa male, è gonfio, ha le guance cascanti, odora d’aglio e il suo cognome, Porcynskij, sembra fatto apposta per farti ridere, ma non si può, perché lui è polacco come il papa, che da anni sta morendo. Padre Porcynskij è l’unico prete di cui i fedeli hanno imparato anche il cognome oltre al nome, che è Fabian, perché si sentono in dovere di conoscerlo bene, ma davanti a lui storcono il naso e gli chiedono di ripetere quello che dice. Non hanno la reverenza che avevano per Arcangelo, che non era solo prete ma anche missionario, e mio padre dice che lo hanno cacciato perché era comunista. Papà si sentiva in dovere di fargli un sacco di domande su Dio e sulla Chiesa e sulla fratellanza, perché padre Arcangelo non aveva figli ma chiamava tutti fratello, era scuro di pelle e riccio e rispondeva a tutte le domande fino a tarda sera, in estate, quando si faceva ospitare nei giardini di chi lo invitava. Con lui, una volta, mio padre salì sul tetto della chiesa con mio zio e altri uomini e stesero fogli di catrame e li sciolsero con una specie di lanciafiamme, nell’aria già calda d’agosto, perché il tetto perdeva e pioveva sul sagrato, proprio davanti al portale. Mio padre non va molto d’accordo con mio zio, ma siccome è il marito di sua sorella allora si trattano bene lo stesso. Sua sorella, invece, papà non la sopporta proprio.
Mio zio e mia zia si mettono in fila e prendono la comunione dalle mani di padre Fabian, che è tutto cerimonioso e solleva l’ostia in alto e la guarda prima di appoggiartela sulla lingua. I miei genitori non prendono la comunione, ma tutti quelli del quartiere sanno che non vanno mai in chiesa, a meno che non ci sia un motivo importante, quindi non è un problema.

Quando usciamo dalla chiesa, ci mettiamo tutti ad aspettare lungo la stradina che è proprio accanto al muro della villa, perché sta passando la bara.
La portano mio padre, mio zio, Papà Castoro e un altro signore che non so come si chiama. Subito dietro alla bara ci siamo io e mio fratello, che ha smesso di fare lo scout e quindi è vestito normale, mentre io sono ancora vestito di bianco quando mi giro e vedo l’agente immobiliare e l’architetto e la moglie dai cinque figli nel giardino della villa.
Li ho incontrati l’ultima volta che ho visto la casa, anche se papà mi ha fatto uscire quasi subito e mi ha detto di andare a giocare. Per fortuna, in giardino c’era ancora il mio trattore blu a pedali col rimorchio, che uso per girare intorno alla villa con mio fratello, ma adesso non c’è più. L’agente e i due signori si sono proprio fermati, tutti davanti alla porta d’ingresso aperta della casa dei miei nonni.
Tutte le bare di tutta la gente morta in quel quartiere sono passate lì, davanti alla villa dei miei nonni, ma mio nonno era sempre da qualche altra parte. Mia nonna ci andava in chiesa, ogni tanto, mentre mio nonno solo d’estate, per il fresco. Il resto del tempo, specie la domenica mattina, stava a curare l’orto sul retro della casa, dove le bare non si vedevano. Si era fatto l’orto per far crescere i semi portati dal suo paese, perché potesse mangiare di nuovo i pomodori delle sue colazioni da bambino, quando all’alba andava in spiaggia col padre, sfregava uno spicchio d’aglio su un pezzo di pane, lo inzuppava nell’acqua di mare e poi se lo mangiava con un pomodoro. Suo padre faceva lo stesso, poi andavano insieme nei campi. Se gli veniva sete, per l’acqua di mare, facevano qualche metro e in alcuni punti l’acqua affiorava dalla sabbia, scavava dei piccoli crateri, ribolliva sul bagnasciuga e finiva a mescolarsi a quella del mare, ma se si mettevano in ginocchio, chinavano la testa e appoggiavano con attenzione le labbra, potevano bere acqua dolce, fresca. Erano i fiumi sotterranei a portarla fino al mare, scorrendo al buio sulla roccia, ma i paesani la chiamavano l’acqua di Cristo.
Se non era all’orto, la domenica mio nonno andava a distribuire i pasti alla Caritas, che è dove morì una mattina all’improvviso. È morto molto meglio della nonna, che adesso è nella bara senza un pezzo di stomaco e senza una gamba. Mio nonno era scappato dal suo paese sul tetto di un treno e aveva comprato la villa vendendo vino e amaro Averna a tutti i ristoranti d’Italia. Ci teneva dentro la moglie e due figli, mio padre e mia zia, e ognuno di loro aveva una cameretta e dentro a quella di mio padre c’era il pupazzo di un orso, grande come mio padre da bambino, e c’era il giardino con una fontana con dentro i pesci e persino un albero di albicocche. Era l’ideale per i bambini, ma a quanto pare i figli quando crescono vogliono andare via da casa, anche se papà e zia non sono andati tanto lontano, visto che sono rimasti nello stesso quartiere.
Il primo ad andare via è stato papà, anche se mia mamma mi ha raccontato che nonna, quando l’ha vista per la prima volta, ha dato la colpa a lei e ha detto che quella ragazza non andava bene per suo figlio, perché non era all’altezza. Quando se ne andò anche mia zia, l’unico rimasto a giocare in giardino era Nero, un cane grande e grosso che dopo la morte di mio nonno prese a correre come un pazzo per giorni, malgrado fosse già vecchio, e correndo fece cadere mia nonna, che annaffiava le piante. Per miracolo, mia nonna non si era fatta niente. Il cane poi è morto e poco dopo è morta anche mia nonna, che una mattina, risvegliandosi, è rimasta impigliata nelle coperte ed è caduta dal letto, rompendosi un femore.
Verso la fine, per non stare da sola, mia nonna aveva una badante peruviana bassa, rotonda e coi capelli da indio che si chiamava Luz, che significa luce ed era un bel nome per una donna così brutta. Una mattina squillò il telefono di casa nostra e quando mia madre rispose, Luz le disse che la gamba della siniora Marisa era piena di animaletti. Nella gamba rotta e fasciata di mia nonna era comparsa la cancrena e con essa gli animaletti, piccoli vermetti bianchi lasciati dalle mosche, che si davano da fare per ingrassare e poi cadere, imbozzolarsi e diventare, anche loro, mosche. Fu così che mia nonna perse la gamba, gliela tagliarono pur di non darla vinta alle mosche.
Qualche tempo dopo, dato che di notte il fantasma della gamba faceva i dispetti a mia nonna, io e papà la andammo a trovare. Mentre io fissavo il punto in cui il lenzuolo si sgonfiava e si appiattiva sul letto e avevo paura del fantasma, mio padre le chiese «Come stai?», anche se era chiaro che non stava bene. «Me sento morì», disse lei, e aveva ragione, perché mia nonna diceva sempre quello che pensava e spesso era la verità, anche se su mia mamma si sbagliava.

Il carro funebre sopra ha una croce d’acciaio tutta lucida e curva che sembra piegata all’indietro dal vento, come se la macchina stesse andando velocissima, ma in realtà è ferma e mentre ci caricano sopra la bara io mi giro un’altra volta. L’agente e l’architetto e la moglie dai cinque figli sono ancora lì e si vede che ci guardano e che l’agente è in difficoltà, perché magari i signori non vogliono comprare una casa da cui si vedono le bare, ma la moglie ci guarda, sta seguendo tutta la processione. Quando la bara inizia a scivolare dentro alla macchina si fa il segno della croce, con cura, poi rientra in casa e i due uomini la seguono. Penso che non sia giusto che comprino la casa dei miei nonni, perché non sanno niente di quello che ci è successo dentro, ma poi penso che neanche io so cosa è successo dentro casa mia, quando non era casa mia, e quindi forse è giusto non sapere cosa succede nelle case prima di noi, altrimenti non potremmo abitarci.
Mentre i due signori coi vestiti da men in black appoggiano le corone di fiori sopra la bara, padre Fabian si mette in mezzo e vuole dire l’ultima cosa a tutti, che è sempre la stessa in tutti i funerali e io la so già perché ho fatto tante messe. Dice che i nostri cari si sono addormentati nella speranza della resurrezione dei corpi, che arriverà alla fine perché ce l’ha promesso Gesù e vivremo tutti nella Sua casa. Secondo me non gli crede nessuno, ma per non offenderlo si fanno il segno della croce e dicono amen e lo guardano mentre si allontana e torna in chiesa, da solo. Poi, tutti salutano papà e mia zia e gli danno due baci e vanno verso le macchine, per andarsene a casa o per venire con noi al cimitero, che è dove abiti dopo morto, finché Gesù non ti ospita. Mentre io penso alla casa di Gesù, mia mamma si accorge che ho ancora addosso la tunica bianca e padre Fabian non se l’è ricordato ed è già andato via.
La bara parte per prima e tutti gli vanno dietro mentre torno verso la chiesa e penso a quello che ha detto padre Fabian. Io non lo so se è vero, perché se mia nonna resuscita che fine fa il fantasma della gamba? E poi di sicuro la casa di Gesù è molto bella, ma penso che tutti vogliano tornare alla casa in cui stavano quando erano bambini ed essere sempre bambini, quando resuscitano, così mio nonno sarà per sempre chinato sulla spiaggia all’ombra di suo padre, a bere l’acqua di Cristo, mio padre avrà ancora un orso grande come lui, mia nonna avrà ancora lo stomaco e le gambe e io starò per sempre in questo momento, in piedi davanti al portale della chiesa, perché c’è un vento fresco che soffia dall’interno e odora di marmo e incenso, mentre l’architetto con la moglie dai cinque figli compra la villa, la messa è finita e padre Fabian è inginocchiato per terra, davanti all’altare. È di spalle e prega a bassa voce, forse per se stesso, e a me dispiace di pensar male di lui e non ho il coraggio di interromperlo. Mi sfilo la tunica e la butto sull’ultima fila di panche, poi faccio una corsetta fino alla macchina di papà.

Mentre camminiamo tra le tombe con papà, mamma e mio fratello, che ancora non ha detto niente e forse non lo farà, dato che lui non spreca le parole, io dico che secondo me dovevamo tenerci per un po’ la casa dei nonni, perché adesso non ci possiamo tornare più. Papà non dice niente e cerca di capire dove sta andando, ma la mamma mi spiega che il fatto è che la casa era in vendita già da tempo, perché mio padre e mia zia non si parlano molto, ma sembra sempre che abbiano appena litigato quando si incontrano, quindi mia zia voleva dare via subito la casa, così da non avere più un motivo per parlare con papà. Mia zia ha ereditato tutte le cose spiacevoli di nonna. Ha i denti grossi sporgenti, i capelli fini e stopposi, è spaccona e aggressiva e se glielo fai notare, lei dice che è perché dice quello che pensa, come nonna, ed è magra com’era lei.
Nonna però era magra per via dello stomaco. Aveva il volto scavato e la pelle gialla e tutti i vestiti gli stavano troppo larghi, come quando io per scherzare mi metto le scarpe di papà. Nelle foto in cui mio papà è piccolo mia nonna ha ancora tutti i pezzi, è una signora alta e rotonda, ha dei preziosi vestitoni azzurri col colletto ricamato, qualche gioiello e una permanente minacciosa, come una corona. Però siccome i figli non si volevano bene il male le mangiava lo stomaco, e quando si bucò furono costretti a tagliarlo via e a ricucire quello che restava, che era più o meno lo spazio di una mela e si riempiva subito, perciò non mangiava molto. Lo stomaco allora digerì in fretta tutta la carne che aveva intorno e ora, nelle foto, nonna è quasi vuota.
Alla fine, arriviamo tutti davanti alla fossa dove abita la parte morta della nostra famiglia, che è una specie di armadio sotterraneo o una cantina con tante mensole in cui non si va mai, come il garage della casa al mare. I men in black sono scesi dentro la fossa con una scala superbella, che si muove da sola e porta le bare senza fatica su e giù e le mette sulle mensole giuste. Mia nonna sta nella mensola sotto a mio nonno e per fortuna la bara è chiusa, così i men in black non si accorgono che le mancano dei pezzi. Quando tornano su, si mettono a parlare con papà e io spero che gli chiedano di entrare nei men in black, perché sarebbe fichissimo.
Mia mamma guarda dentro la tomba, poi si allontana e dice a me e a mio fratello di seguirla. Sotto un cipresso, all’ombra, io e mio fratello restiamo a guardare da lontano i men in black che rimettono la lastra di pietra sulla fossa, perché la superscala è davvero incredibile e riesce a fare anche questo. Papà è rimasto lì vicino e sta parlando con zio e zia e noi ce ne stiamo con mamma, che segue anche lei la scena e forse sta pensando alla nonna, perché mamma è una che si capisce cosa pensa, però non lo dice, un po’ come i chierichetti con padre Fabian. Mia mamma ha una scatola con dentro una collana e degli orecchini, che sono fatti di fili d’argento e sembrano quelli della regina dei ghiacci. Non li mette mai, ma ogni tanto li tira fuori e li pulisce, perché l’argento diventa nero e brutto se non ti prendi cura di lui, e secondo me con la nonna andava un po’ così. C’erano delle cose che mamma voleva dire ma a lei non le diceva, però ogni tanto le tirava fuori e le diceva a noi perché altrimenti sarebbero diventate brutte e nere. Penso che sia per quello che adesso mamma guarda i men in black da lontano e sembra così concentrata: sta cercando di dire a nonna che si sbagliava, vuole rimettere a posto l’ultimo gioiello e abbassare il coperchio, prima che la pietra si chiuda sulla fossa.