Sacranon


Mia nonna diceva «Sacranòn» mentre saliva le scale con la borsa della spesa, e io che lo sentivo capivo di non essere stata abbastanza rapida nell’andare ad aiutarla. Entrava dal giardino, col sole che a quell’ora batteva solo di rimbalzo dall’acqua e le dava fastidio. Arrivavo in terrazza in tempo per l’ultimo gradino, le prendevo i sacchetti e li portavo in cucina. Lei non si curava di chiudere il cancelletto del giardino, né di spostare la bici oltre il riparo: all’epoca non era mai successo che rubassero una bici appoggiata alla nostra cancellata.
Mio nonno arrivava poco dopo, non so da dove. Parcheggiava l’auto il più possibile davanti a casa e camminava con la schiena dritta, da bravo militare, che lui ci teneva e si faceva riconoscere col grado di quand’era andato in congedo. Spostava la bici e la metteva in giardino, chiudeva la porta del cancello, saliva le scale lamentandosi del fatto che l’avesse dovuta chiudere. Io in quel momento di solito stavo finendo di mettere via la spesa, la frutta, il pane, i formaggi.
Due volte alla settimana c’era il mercato e allora si andava in auto per riempirla di roba, spesso guidava mio padre, e arrivavamo dopo diversi ponti. Invece quella di mia nonna era la spesa normale, quella di tutti i giorni, che fai anche se sai che domani c’è il mercato, in casa per l’estate eravamo in tanti e non bisognava correre il rischio di svivandare con burro e alici. Che è un pasto eccellente, ma è effettivamente sintomo di una dispensa svuotata.
La nonna teneva sempre in freezer qualcosa di pronto, qualcosa che potesse essere preparato alla bisogna. Quando comprava il petto di pollo lo sbatteva a lungo con il pestello, finché le fette non si erano fatte sottili e lunghe, e poi riponeva in freezer. Alla peggio, qualche tocco di carne di pollo, magari alla pizzaiola, si sarebbe ottenuto anche all’ultimo momento.
Il petto di pollo alla pizzaiola di mia nonna non l’ho più ritrovato, mai.
Esigeva di mangiare all’una, mio nonno: che la lancetta lunga non fosse prima, o dopo. Aveva pazienza cinque minuti, al più, ma poi sbottava e iniziava le operazioni del pranzo. Quando ci attardavamo in spiaggia e arrivavamo trafelate era sempre un bisticciare – breve, canonico, niente di grave. Avevamo provato a dirglielo, in tanti modi, di iniziare anche senza di noi, che avremmo mangiato con qualcosa non appena fossimo tornate, ma non ci badava, non lo concepiva.
Non ho mai capito se fosse un residuo dell’esercito, oppure una maniera di instillare in noi più piccole un senso di famiglia. Condividere per forza, finché non diventa un gesto normale e naturale, spontaneo, al che lo ripeti senza neanche pensarci. Forse era il suo scopo ultimo. Oppure era solo una gran voglia di imporsi, ora che il grado contava meno di niente al di fuori delle mura di casa.
La casa era grande, mi ci perdevo quasi. Non un maniero, non una reggia: una casa signorile, di quelle che oggi non mi posso permettere. Una casa che aveva visto e di cui si era innamorato, che ancora la stavano tirando su. Aveva firmato le carte preliminari ancora prima di dirlo alla nonna: me lo immagino, il suo «Sacranòn», quella volta. Io non sono mai entrata nella casa vecchia, quella in cui è cresciuta mia mamma, ma l’ho vista, passandoci accanto in bici.
Ogni tanto la usavo, la bici di mia nonna, ma solo quando c’era da andare a prendere il pane, o le sigarette per mia mamma, o insomma: il tragitto non prevedesse lunghi spostamenti o manovre azzardate. Prendevo quello che dovevo prendere e lo lanciavo nel cestino in vimini, o finto vimini, rosso come il telaio. Non è che non volessero che mi muovessi: anzi, l’isola in quegli anni era tutta per me, e non mi era vietato niente. Ma alla bici mia nonna teneva, di quell’orgoglio scemo di quando i tuoi figli ti hanno regalato un mezzo a pedali e tu ci vai fiera, tutti i giorni (a parte d’inverno).
In quelle settimane estive la casa era aperta a tutti, e c’erano sempre i miei zii. Non proprio tutti i giorni, ma era raro che passassero più di trentasei ore prima che qualcuno sbucasse, a salutare o a mangiare. Di quelle cene improvvisate la cosa che ricordo di più sono i pomodori. Insalate di pomodori deliziosi, buonissime macedonie rosse di polpa e buccia. Non penso che sull’isola siano mai stati coltivati pomodori in grandi quantità: probabilmente venivano dalla Terraferma.
A cena in terrazza c’erano due rumori costanti: la sedia di chi si alzava a prendere quello che mancava (eccomi, è il mio lavoro) e lo schiocco delle zanzare sulla griglia elettrica che prima le attirava, color azzurro fluorescente, e poi le abbatteva. Sfrigolava come di carne sopra a un barbecue, ma con un retrogusto elettrico: per ogni zanzara uno “zap!”, e la scarica elettrica durava tanto quanto la povera malcapitata. Uno “zzzzzzzap!” era una zanzara che aveva finito di vivere arsa e consumata, uno “zap!” quasi inesistente prevedeva una bestia a malapena abbrustolita.
Ogni tanto facevamo dei barbecue, ma solo a pranzo. Prevedevano diversi invitati, che fossero parenti di sangue o amici con cui i miei nonni o i miei zii avevano condiviso i decenni. Veniva sempre la migliore amica di mia mamma, una che davvero da quand’erano piccole. Le manovre iniziavano a metà mattina, perché la brace fosse pronta all’ora giusta. In questo momento non riesco a ricordare una grigliata con anche mio nonno, però. Forse sono state tutte successive. Non lo so dire.
Mio nonno iniziò ad avere problemi con la memoria che io entravo alle superiori. Una volta mi prendeva da parte, mi dava ventimila lire e mi diceva che quei soldi erano per comprare una penna che scrivesse solo voti ottimi: ma quand’ero a metà del liceo a volte non si ricordava dove aveva parcheggiato l’auto, se non era nei soliti posti davanti a casa.
Però lo trovai lucido, preciso, perfetto, quando morì una mia prozia e mia nonna si fece male al piede solo pochi giorni prima. Rimase costretta a letto per un paio di settimane, e nel frattempo la sorella morì. Attraversammo il Nord-Est per il funerale e mi accorsi che all’altra sorella non era stato detto, a quella più vecchia, ma non vecchia quanto la defunta. Mia nonna lo sapeva, ma aveva preferito soprassedere: d’altro canto era successo all’improvviso e la sorella rimasta non era proprio tutta in bolla.
Allora, tra l’altro, non si parlava di Nord-Est con l’insistenza con cui finimmo su tutti i giornali al tramonto del secolo. Si iniziava, ma niente che mi facesse pensare a quello che successe dopo, dalle nostre parti. Andavi in giro per le campagne e non ti sembrava di stare dentro al motore del paese. Neanche dopo, a dire il vero, ma dopo era diventato insostenibile, parlavano tutti di noi.
Il funerale fu sobrio, ricordo, con un prete in cordoglio che superava, in certi casi, anche il decoro talare. Ma fu una cerimonia rapida e dopo traslammo in casa, e fu l’ultima volta che sentii scricchiolare quel parquet, e mi sedetti sul divano. La casa non mi era mai piaciuta, i miei ricordi di quelle mura iniziano con la mia prozia già vecchia, stravecchia – d’altro canto morì centenaria – e poco consona alla voglia di giocare di una bambina. Non che fosse una di quelle decrepite prozie che ti impongono di pranzare coi dizionari sotto alle ascelle perché imparassi a non allargare le braccia come una villica. Ma solo: era vecchia, ci separavano un’ottantina d’anni. Aveva gli occhi buoni, me lo ricordo: si vedeva che mi voleva bene. Ma non era il posto più divertente dove passare le domeniche, e dopo quel funerale non fu più un posto, a prescindere.
Quando tornammo indietro andammo subito all’isola, e il ricordo che ho, e nemmeno so quanto sia vero, ma: il ricordo che ho è di mia nonna a letto, col piede gonfio, che sbuffa perché non sopporta stare ferma, e mio nonno seduto accanto al letto. Fermo: schiena dritta, tutto in regola. Le mani conserte sulla curva del bastone che usava da qualche anno. Ci dicemmo qualcosa, chissà, ogni tanto gli venivano anche delle belle battute. Almeno, con noi nipoti. E allora pensai che va bene, magari ogni tanto la memoria s’oscurava, ma quando c’era bisogno era sempre lui. Che a stroncarlo non ci era riuscita la prigionia, figurati la memoria.
È che non lo sapevo.
Non lo sapevo che non è mai qualcosa di grosso, specie se son passati quarant’anni dalla guerra. Niente di particolare, solo un’operazione a qualche osso di una gamba. Lo portammo in ospedale, gli diedero una bella stanza, un’operazione fatta abbastanza in fretta e bene, e poi niente. Anni dopo ho scoperto che è una costante, che quando si entra per le gambe è difficile uscirne in piedi. È difficile, dopo che hai i capelli davvero bianchi.
Ho sempre pensato che avere un lutto da adolescente sia un vantaggio, perché sei grande abbastanza per renderti conto di moltissime cose e ancora piccola, per farti male per sempre. Non ho mai capito se fosse un pensiero idiota, però.
Facemmo il funerale tre mesi, quasi precisi, magari qualche giorno in più, dall’altro, quello nel cuore del Nord-Est. Ormai la nonna poteva anche saltare, ma non penso ne avesse voglia. Io ero a metà navata, grossomodo, con le altre cugine e gli altri cugini. Vedevo in prima fila uno dei miei zii, una camicia bianchissima imperlata di sudore, nonostante il tetto alto entrava un’afa lenta e appiccicosa. Più tardi scoprimmo che aveva dimenticato la giacca nera in auto. Forse aveva pensato che non fosse importante.
Al cimitero ero un po’ defilata, ai margini della congrega. Gli uomini in completo nero stavano alzando la bara fino all’altezza del loculo, mia nonna e mia mamma diverse file più avanti e in quel momento la sua migliore amica mi prese sottobraccio e rimase con me fino a che non si fermò anche l’ultimo colpo di spatola. Venne da me e non mi lasciò sola, davanti a noi la malta fresca a sgocciolare.
Non ricordo cosa mangiammo quel giorno. C’era il sole, faceva caldo ma non troppo. La terrazza era affollata, e tutti ridevamo. Una cosa che ho imparato: a ritrovarsi per i lutti vengon su le risate, è una lotta irresistibile tra chi rimane e l’ombra che ci porta via le cose e le persone.
A volte ci ripenso, a quel pranzo di un giugno brutto. Al sole che lentamente girava la casa e arrivava a prenderci in faccia, non solo più dall’acqua. All’acciottolio dei piatti, i bicchieri. La bicicletta di mia nonna in giardino, legata. Il telaio rosso, il cestino di finto vimini, spesso, grosso, anche lui rosso.