La parete

Quando Renato Messeni salì in valle a inizio estate era all’apice della popolarità e aveva scalato ogni grande montagna che si alza su questa terra. Era un eroe e pregustava il sapore della leggenda.
Si era portato appresso una carovana di giornalisti sportivi, di ammiratori, di rappresentanti d’articoli per alpinismo, di scrittori in cerca d’ispirazione, di innamorate, di curiosi. Ogni albergo era al completo, ogni affittacamere era stipato e gli ultimi arrivati si accontentavano dei fienili.
La valle, sospettosa e impreparata, divenne il fulcro di un’attenzione globale.
Messeni passeggiava per le viuzze vecchie tra le catapecchie di legno scuro; era raggiante e uno che sappia cos’è la gioia gliel’avrebbe certamente riconosciuta in viso.
Appena qualche mese addietro invece, al ritorno dall’ultima spedizione nelle lontananze di lande deserte dai nomi impronunciabili, viveva nella placida staticità di chi ha fatto davvero tutto quel che doveva fare. Era stato proprio lui, da solo, con le sue dita nervose ad aver scalato tutto. Eppure, come il suono di un sasso che si smuove in una pietraia lontana, sentiva una voce ripetergli che era un uomo finito. Non gli erano venuti troppi gli anni, non gli era venuta meno la forza né la fame delle cime; gli erano venute meno le montagne, le aveva scalate tutte.
Così, quando si imbatté in una fotografia sgranata della parete Sud-Ovest della Poietta e realizzò che la roccia di quella fotografia non l’aveva mai stretta in mano gli si rischiararono il sorriso e l’anima. Voleva quella parete, voleva studiarla e attaccarla il prima possibile.
Schizzato in valle, con entusiasmo da bambino aveva cominciato a fare domande ai valligiani, ai pastori che portavano le bestie all’alpeggio nei prati di lassù, alle guide. Si stupì quando nessuno gli seppe dire nulla di tecnicamente rilevante.
La parete c’era, su questo non si posavano dubbi. Pochi l’avevano però vista e nessuno certo l’aveva mai scalata. Il versante esposto a Sud-Ovest era perennemente fasciato da uno schermo nuvoloso e biancastro. Immersa in quel costante catino di nubi che ne bloccavano sempre la visuale doveva per forza esserci la grande parete: un rettangolo di pietra alto un paio di chilometri e lungo quattro o cinque, un’unica placca gialla e grigia, verticale e liscia, levigata dai ghiacci, dall’acqua e dalle nubi dei secoli. Giù in valle, tra la gente superstiziosa, si diceva che per ogni persona quelle nubi si diradano una volta soltanto, che ogni uomo quella parete la può vedere nella vita una volta in tutto. La Poietta, d’altra parte, non destava più alcun interesse alpinistico; la cima aveva perduto da tempo il fascino dell’inviolabilità e assidue frotte di escursionisti amatoriali ascendevano, attraverso il pendio ghiacciato del lato Nord, per la turistica e semplice Via Normale.
Messeni diede peso irrilevante a queste testimonianze: in una vita fra le montagne, lui che fra le montagne non c’era nato, aveva imparato a tralasciare le assurdità che nascono, si raccontano e si tramandano nel fondo delle valli.

In una giornata di sole si fece accompagnare nella stretta Valle del Mulo, a quattro ore di buon cammino dal fondovalle. Da lì, secondo le carte, avrebbe goduto di una visuale agevolata della parete. Tutto l’entourage lo accompagnò, trepidante quanto lui. Una volta giunti dove si sarebbe dovuto vedere tutto, alzarono il collo e non videro niente: solo venti sferzanti e nubi che sbattevano con la montagna. Si poteva capire dove la muraglia di pietra iniziasse e dove finisse, e sulla cresta di cima, affiorante dalla nuvolaglia come uno scoglio dal mare, si indovinavano con il cannocchiale minuscoli turisti saliti dal versante Nord-Est.
Nemmeno Messeni poteva sfidare una parete come quella così, al buio: doveva ipotizzare un tracciato, studiarsi una via, capire come e quando avrebbe affrontato i punti chiave. Partire in quelle condizioni sarebbe stata solo una rovinosa pazzia. Messeni pensò che sarebbe tornato il giorno dopo a dare un’occhiata, senza allarmarsi per una situazione meteorologica sicuramente passeggera.
Il giorno dopo, in paese, il cielo era chiaro e terso come il cristallo; Messeni camminò per quattro ore assieme a tutti quanti. Davanti alla parete sollevarono il collo e niente: solo nuvole bianco-grigiastre e sibili di vento. «Tornerò domani a fare il sopralluogo» disse Messeni senza turbamento, col sorriso. Tornò il giorno dopo, quello dopo ancora e niente; ancora quello dopo e niente.
Tornò tutta la settimana, tutto il mese.
Tutti i giorni di tutta l’estate Messeni fece su e giù dal fondovalle alla Valle del Mulo, col temporale o col sole e tutte le volte era: niente.
Si era spinto a toccare la roccia, a palpare l’inizio della parete. Poi guardava in alto e a riempirgli gli occhi solo lanugine grigio-biancastra. La notizia cominciò a perdere d’importanza e al sopravvenire dell’autunno erano rimasti pochi giornalisti e pochi ammiratori. Nessun romanziere e nessun curioso.
Messeni decise di passare l’inverno in valle e di tornare alla carica in primavera. Caddero le nevi, venne il gelo, se ne andò il gelo e si sciolsero le nevi. Per tutta l’estate che seguì Messeni continuava a salire ogni giorno per la Valle del Mulo e tornava dicendo «Niente», fino a che non disse più nemmeno quello.
Tornò l’inverno e poi la primavera, e poi ancora l’inverno e poi ancora la primavera, chissà quante volte. I giornalisti calavano, tra gli ammiratori solo i più irriducibili erano rimasti.
Messeni ormai si era abituato alla valle e la valle a lui.
Una scura sera di novembre, quando le ragazze hanno la dolcezza del mosto, una giovane si accorse del fascino maturo di Renato. Alla taverna, quando fuori il primo bianco cadeva a coprire gli altri colori, gli portò una tazza di vino speziato e, tutta rossa di timidezza e del calore della stufa, gli si sedette di fianco. Si innamorò di lui e Renato imparò a volerle bene. Si sposarono e nacque un figlio che il parroco battezzò Piero.
Messeni era ricco per le sue imprese di gioventù e in quegli anni non fece altro lavoro che andare su in Valle del Mulo ogni giorno in cui il sole sorgeva da dietro il confine dei boschi. Pensava sempre alla parete, se l’era immaginata mille volte e così la raccontava al figlio, portandoselo dietro non appena questi ebbe le gambe per farlo. Arrivò a convincersi che l’avrebbe potuta vedere solo una volta prima di morire e per poter cogliere quell’unica occasione iniziò a salire ogni giorno con tutta l’attrezzatura.
Nel frattempo invecchiava e il mito della sua leggenda sfioriva. Nessun giornale scriveva più di lui al presente; solo qualche articolo, qualche volta e sempre al passato remoto. L’eroe divenne una barzelletta di senile ostinazione.
Aveva le rughe e i capelli bianchi Renato Messeni e un giorno di settembre, col figlio partito per il servizio di leva, alla fine del solito sentiero alzò il collo e spalancò la bocca: vedeva la parete. Magnifica, lucida e nitida, sembrava infinita.
Corrugò le sopracciglia in cerca di un punto adatto per iniziare la via ma s’accorse d’essere diventato miope. Nemmeno un minuto era sacrificabile: corse verso la roccia ma avvertì di avere il fiatone. Con le dite nodose aprì il sacco, preparò corda e rinvii ma sentì che le mani tremavano. Cominciò lo stesso a scalare: primo tiro di corda, secondo. Terzo tiro, quarto: la valle si faceva piccola sotto di lui. Quinto e sesto tiro: gli abeti sembravano macchie verdi. Settimo tiro. Ottavo tiro. Le forze stavano finendo.

Piero Messeni tornò in licenza dal servizio militare per assistere al funerale del padre. Il corpo sfracellato di Renato era stato trovato ai primi di ottobre, immerso nelle nubi, alle pendici della parete Sud-Ovest della Poietta. Durante la cerimonia, tra le lacrime della madre, promise a se stesso e alle nutrite squadre di giornalisti che presenziavano alle esequie che l’estate successiva, finita la naja, sarebbe riuscito dove il padre era caduto. Da lui aveva imparato a scalare e sentiva di non essergli inferiore.

Con la primavera si riattizò un poco il focolaio di notizie che era stata la valle ai tempi dell’arrivo del primo Messeni. Di nuovo i cronisti parlavano della Poietta e con sfoggio di retorica raccontavano epicamente il gesto di sfida del figlio alla montagna, il desiderio di vendicare il padre. Di nuovo gli alberghi e gli affittacamere fecero buoni affari, però bastava chiedere due o tre volte per rimediare un letto e nessuno ricorse ai fienili. Di nuovo un Messeni prese a salire i ripidi tornantini nei boschi che erano l’accesso alla Valle del Mulo e ogni giorno con l’attrezzatura in spalla per non lasciarsi sorprendere dall’occasione di una vita. Sempre le nubi coprivano e rendevano invisibile la muraglia verticale e ancora i venti le sbattevano addosso.
All’inizio ci furono trepidazione e attesa, anche se più pallide e prima che per il padre, scemò per il figlio l’attenzione del mondo; all’incombere dell’autunno Piero si trovò solo, ogni mattina, a calpestare le pigne sui pendii della Valle del Mulo.

Qualcuno potrebbe accorgersi che il tempo è monotono e forse avrebbe ragione a lamentarsene. Eppure continuava a passare allo stesso modo: veniva l’inverno, poi il disgelo con le rotte lastre di ghiaccio a navigare sui torrenti, poi i prati verdi, le piogge e infine, quando i larici ocra rimanevano senz’aghi, ricominciava a nevicare.
Ogni volta si era daccapo e Piero Messeni saliva e scendeva sempre dalla vale del Mulo, per controllare se si fosse affacciato il giorno della sua vita in cui avrebbe scalato.
Alla grande festa di fine estate, quando le ragazze profumano come il fieno, una giovane del posto si accorse che Piero era bello, gli portò una birra schiumosa e ballò tutta rossa di timidezza e fiatone. Si innamorò di lui e Piero seppe volerle bene.
Gli partorì un figlio che fu battezzato col nome di Ludovico e non appena ebbe le gambe per farlo seguì su per la Valle del Mulo il padre che gli raccontava della parete, di come l’immaginava, delle storie del nonno. Gli insegnava a scalare.
Renato aveva lasciato una buona eredità al figlio Piero che poté permettersi di non fare altro lavoro che salire ogni giorno a controllare se non fosse arrivata la sua occasione, quell’unica che spetta a tutti di diritto, almeno una volta nell’arco tra la nascita e la morte.
Un giorno, a inizio giugno, con Ludovico lontano per il servizio di leva, vide la parete. Era alta e bianca, controluce nel sole del mattino. Si stropicciò gli occhi per riprenderli dal riverbero ma si accorse che erano usurati dagli anni. Prese corda, moschettoni e imbrago e corse al primo punto buono per iniziare. Primo, secondo e terzo tiro: la schiena non era elastica. Quarto, quinto e sesto: le braccia avevano perduto la forza d’un tempo. Settimo tiro, ottavo e nono: trovò una piccola cengia su cui fermare a riposarsi un poco.

A Ludovico Messeni venne concessa una licenza per assistere al rito di sepoltura del padre, che misero a riposare accanto al nonno nel piccolo cimitero di fianco alla piccola chiesa di quel piccolo paese.
I resti del corpo erano stati trovati sfracellati fra le ghiaie, dove comincia e si slancia verticale, fino a celarsi nella nebbia, la parete della Poietta.
Al funerale, a rappresentare il mondo, solo un giornalista di una rotativa locale che guardava spesso l’orologio e se ne andò prima della fine dell’orazione funebre e prima di sentire che Ludovico, tra i singhiozzi della madre, aveva deciso di tentare la scalata della Sud-Ovest della Poietta.

Non appena Ludovico terminò la leva militare e iniziò a salire da solo ogni giorno per il sentiero della Valle del Mulo, il tempo poté finalmente ricominciare a scorrere come aveva sempre fatto.
Il vento sbatteva la nebbia sulla parete, e questa era tutta oscurata da uno strato confusamente bianco. Così la vedeva ogni giorno Ludovico Messeni aspettando che arrivasse anche per lui l’opportunità, niente più dell’occasione che gli spettava, a lui come a tutti gli altri.
Ludovico vide la parete in un giorno di luglio quando il sole a lungo indugia nel cielo: era interminabile, chiara con i suoi pilastri ingialliti e le guglie della frastagliata cresta di cima.
La sorpresa gli strappò l’aria dai polmoni ma lo stesso corse fino a dove finiscono i prati e le ghiaie e comincia la roccia. Si imbragò e senza perdere un attimo iniziò a scalare.
Cinque tiri, dieci: tutto sotto di lui divenne piccolezza indistinguibile.
Poi trenta, quaranta tiri di corda: si chiese se la parete sarebbe mai finita, era stanco, gli mancavano l’aria e la luce del sole già tramontato. Cinquanta tiri: le mani erano graffiate e non facevano più presa sugli appigli. Sessanta tiri: la luce pian piano riappariva, ma era schermata dalle nuvole. Ludovico non avrebbe sopportato il brutto tempo.
Al settantesimo tiro di corda Ludovico si trovò catapultato all’improvviso sulla cima, fuori dalle nuvole.
Davanti a lui si apriva scintillante il vasto piano di ghiaccio inclinato del versante Nord-Est, mentre il sole del mattino lasciava nascosto un muro levigato di migliaia di metri.
Poco più avanti incontrò un gruppo di turisti che erano saliti per la facile ascesa del ghiacciaio.
Gli chiesero chi fosse, da dove venisse.
Ludovico disse il suo nome che non suscitò nessun clamore.
Poi disse che aveva scalato la parete Sud-Ovest e neppure questo destò meraviglia.
Gli escursionisti risposero solo bravo.
Scesero a valle insieme, per la via normale del lato Nord-Est.