La coinquilina della nonna Clara


Poi la terra tremò e qualcosa si distese dentro di me. Accadde subito dopo il terremoto, nelle ore successive alla scossa che aveva distrutto la casa della mia famiglia. Precisamente, la notte del 29 maggio 2012, mentre dormivo in una tenda Quechua da due con mia sorella Paola nel giardino di quella che era stata la mia casa, ebbi la percezione fisica di un allungamento della colonna vertebrale. Nei giorni seguenti la cosa continuò portandomi un notevole sollievo, come quando esci da una lezione di yoga e senti di avere qualche centimetro in più, solo che l’effetto fu prolungato nel tempo.
Quello che aspettavo da ventinove anni era accaduto. La spada di Damocle si era abbattuta con fragore sulla mia famiglia e ci aveva lasciati frastornati, metaforicamente feriti, ma vivi. Il dramma che ci aveva colpiti – il crollo della nostra casa causato da un terremoto, in un’area non sismica – era da un punto di vista statistico molto più raro degli eventi che avevo aspettato per anni, e pertanto ancor più significativo. Tumori, infarti, aneurismi, incidenti stradali, incidenti domestici mortali: statisticamente erano eventi quotidiani e il fatto che non si fossero ancora verificati metteva me e la mia famiglia in una posizione privilegiata quanto precaria. Ma un evento così eccezionale aveva una portata tale da poter dire: grazie a tutti, mi chiamo pari.

A chi lo avrei detto? Questo non lo avevo ancora stabilito. Il mio rapporto con dio era conflittuale. Venivo da una famiglia profondamente cattolica ma di origine ebraica, un’origine perlopiù ignorata, se non da me che ne facevo un vanto da un punto di vista esclusivamente intellettuale. In entrambi i casi, che fossimo cattolici o fossimo stati ebrei, il signore era una presenza ingombrante. Io tendevo a non crederci ma non ne ero così certa da rinnegarlo apertamente o addirittura offenderlo. Un mio amico aveva una sorta di prova scientifica della non esistenza di dio. Aveva passato tutta la sua vita a bestemmiare per qualunque sfiga, da un gol sbagliato a calcetto al non trovare le chiavi di casa, e alla soglia dei trent’anni gli era successo di tutto: il padre morto prematuramente, convivenze finite male, auto che lo lasciavano a piedi in autostrada, un numero considerevole di iPhone caduti nel cesso. Ne aveva dedotto che, nella remotissima possibilità che dio esistesse, doveva essere un tipo vendicativo. Aveva quindi smesso di bestemmiare, gestendo quella fase della sua vita con il metodo rigoroso che lo contraddistingueva. Proprio in quei mesi aveva perso il concorso da ricercatore, regalando a uno di Roma un posto che la sua università aveva creato su misura per lui. Gli era sembrato un valido motivo per ricominciare a bestemmiare con più serenità di prima, anche se con meno soddisfazione, perché ora ne era certo che lui non esistesse. Io diciamo che ero più prudente: non era una risorsa per me, ma in ogni caso lo lasciavo stare. Dopo il terremoto quindi, quando decisi che mi potevo chiamare pari con le disgrazie, non mi rivolsi a nessuno in particolare. Diciamo che per un po’ ebbi la certezza che, statisticamente, la famiglia Modena avesse dato.

Il resto della famiglia non la prese nello stesso modo. In maniera più pragmatica si limitarono a constatare i danni subiti e cercare di superare la paura. I miei vissero per mesi in una roulotte in giardino, finché non fu evidente che la decisione di trasferirsi dai genitori di mia madre non era più rimandabile. Mia sorella girò per giorni con degli occhiali da sole che impedivano il contatto visivo con amici e conoscenti – il contatto visivo scatenava il pianto. Il nostro gatto rimase lontano da casa per settimane. I miei zii dormirono in macchina per alcune notti, perché nonostante il loro appartamento non avesse subito danni, farsi trovare a tre piani di distanza da terra durante la notte sembrava una cattiva idea. L’unica che reagì in modo simile a me, seppure per motivi molto diversi, fu la nonna Clara. Grazie alla sua tempra e all’età avanzata, la nonna non aveva paura di niente. Ancora oggi, durante le riunioni familiari, si racconta che la notte della prima scossa mio padre dovette correre in casa, non vedendola uscire, e la trovò al telefono intenta a tranquillizzare il suo nipote preferito sul fatto che lei stava bene e la casa era ancora in piedi. Una volta recuperate, nei giorni successivi, la sua borsa con portafoglio e occhiali e una busta di gioielli di famiglia, la nonna si tranquillizzò e si godette il via vai di amici e parenti tipico di momenti eccezionali come quello che stavamo vivendo. Fu subito evidente a tutti che il problema non era gestire il trauma della povera nonna, ma tenerla lontana da casa. La mattina del 29 maggio 2012, alle 9, nel momento della seconda scossa, quella più distruttiva per la nostra casa, la nonna fece l’errore di farsi sorprendere in cucina intenta a prepararsi un caffelatte. Fu troppo, anche per lei. L’allontanammo da San Felice, mandandola prima a Modena a casa di sua figlia, poi a Torino da sua cognata e infine un mese in vacanza nella casa di famiglia al mare. Fece ritorno a San Felice ai primi di settembre, decisa a non allontanarsi più dal suo paese.

Fu allora che la nonna dovette trovarsi una coinquilina. Lei, che aveva vissuto i suoi primi diciotto anni con i genitori e i successivi sessantasette nella casa di suo marito, si trovava all’età di ottantacinque anni a doversi trasferire in una casa nuova e per di più a farlo con un’amica. L’Elga era una signora bionda, distinta e benvoluta da tutti in paese. Era una delle prime straniere a essere arrivate a San Felice, da un piccolo paese della Germania. Si era trasferita per amore di un uomo che non le aveva voluto dare figli e che per di più le aveva fatto passare una vita di limitazioni. Era ricco e tirchio, che per la nonna era un peccato pari solo alla blasfemia. Alla morte del marito, tutto quello che rimaneva all’Elga in quel pase lontano migliaia di chilometri da casa sua era una nipote acquisita, una manciata di buone amiche, tra le quali la nonna, e una villa liberty sul viale che portava alla stazione. Villa che subì notevoli danni strutturali durante il terremoto, al punto da essere giudicata inagibile nonostante a uno sguardo distratto potesse sembrare illesa. Nei mesi successivi al terremoto, quando mia mamma riuscì a trovare faticosamente una villetta in affitto con giardino e tre camere nella prima periferia del paese, il fatto che la nonna e l’Elga andassero a viverci insieme sembrò a tutti la cosa più naturale del mondo. In quella villetta la nonna portò dalla sua precedente casa tutto quello che poteva entrarci, al punto che quando aprivi la porta ti trovavi a inciampare direttamente sull’enorme e pesantissimo tavolo di legno che occupava interamente l’ingresso e la sala. Le stoviglie, accumulate per decenni, riempivano ogni angolo della piccola cucina. Al piano di sopra la nonna aveva occupato due delle tre camere, destinandone una a suo figlio minore, che vivendo a Modena aveva bisogno di fermarsi spesso a dormire da lei nel weekend. Nemmeno gli spazi condominiali erano stati risparmiati dalla sua irruenza: la sua Fiesta troneggiava al centro del piccolo cortile ghiaiato, impedendo a chiunque di fare manovra, al punto che nei mesi successivi si decise, di comune accordo, che la nonna avrebbe lasciato le chiavi inserite per permettere ai suoi vicini di spostarla all’occorrenza. E anche l’abitudine di riunire intorno a un tavolo la sua numerosissima famiglia durante il fine settimana non venne meno. Per ovviare alla mancanza di spazio, la nonna iniziava a cucinare il venerdì mattina, facendo andare forno e fornelli senza sosta, confezionando arrosti, contorni, paste ripiene, torte. Tutti, tranne la nonna, eravamo preoccupati di disturbare l’Elga. Una donna per la quale il concetto di famiglia aveva coinciso per tutta la vita con quello di coppia, si trovava improvvisamente ogni weekend circondata da figli, nipoti, pronipoti, cugini, parenti acquisiti. Ma ci accorgemmo fin da subito che l’Elga preferiva non prendere parte a questi eventi e in generale passava pochissimo tempo in quella casa. Si svegliava molto presto, scendeva a fare colazione prima ancora che la nonna si alzasse, lasciando la sua tazza nel lavello, e poi spariva per tutto il giorno, rientrando solo a ora di cena per andare direttamente in bagno e a letto, senza cenare o fermarsi a guardare la tv in salotto. La nonna durante il giorno entrava di nascosto nella sua camera, per constatare che l’armadio era ancora mezzo vuoto, che erano state portare cose nuove ma altre erano scomparse. Mia madre, che aveva confidenza con l’Elga, ogni tanto le telefonava per sapere se andava tutto bene a casa, se avevano bisogno di qualcosa, se la Clara si comportava bene; sapeva che sua suocera poteva essere difficile da gestire. Ma dall’Elga non arrivarono mai lamentele e noi ci abituammo presto a quei ritmi, contenti di poter avere una casa tutta per noi e sollevati dal fatto che almeno di notte la nonna non fosse sola. Fu solo dopo qualche mese, infatti, che iniziarono le assenze notturne. La nonna, che la sera rimaneva davanti alla tv fino a tardi, non vedeva rientrare l’Elga. La mattina presto sentiva la porta aprirsi, qualcuno salire le scale e muoversi tra la camera e il bagno, far scorrere l’acqua, spostare cose. Non accadeva tutte le notti, inizialmente qualche volta, poi molto spesso, poi quasi sempre. In famiglia furono fatte svariate supposizioni per spiegare questo comportamento: che l’Elga avesse iniziato a sistemare la casa da sola, che ospitasse altri terremotati, addirittura che avesse un corteggiatore, come lo definiva la nonna. Se si incontravano in cucina all’ora di colazione e la nonna le faceva delle domande dirette sulle sue sparizioni notturne, l’Elga rispondeva che ogni tanto si fermava da sua nipote a dormire, che altre volte si addormentava da lei davanti alla tv e quando rientrava la nonna non la sentiva perché stava russando. Che la nonna russava era vero, il resto erano bugie. Lo so per certo perché una sera sono andata a spiarla.

In quel periodo uscivo molto la sera. Tutti uscivamo tanto. Stavamo in giro fino a tardi, anche se non c’era molto da fare tra Modena e la Bassa. Non ce lo siamo mai detti ma rimanevamo fuori per accorciare la notte, le ore passate a letto con la luce accesa a fissare il lampadario. Usciti dall’ufficio, ci fermavamo al solito bar con il portatile, per lavorare ancora un po’, e pile di guide Lonley Planet per programmare viaggi con persone con le quali non saremmo mai partiti. Sorseggiavam o cocktail che sapevano solo di ghiaccio, per non doverne ordinarne un altro, e l’ennesima birra era sempre l’ultima prima di andare a letto. Ogni tanto, quando non mi andava di tornare nel mio appartamento di Modena da sola, tiravo dritto e andavo a dormire a San Felice dalla nonna. Una di quelle notti, una notte nella quale mi sentivo particolarmente coraggiosa, mi fermai in macchina davanti a casa dell’Elga. Parcheggiai dall’altro lato della strada, quello della stazione, e mi avvicinai al cancello a piedi, sentendomi stupida al pensiero che qualcuno mi potesse sorprendere lì. Il cancello era chiuso ma la casa distava pochi metri, occupati da un cortile ghiaiato e qualche pianta. Da quella posizione si poteva scorgere chiaramente, nella sala al piano terra illuminata dalla luce di un’abat-jour, una signora bionda che dormiva composta su una poltrona. Tutte le altre luci della grande casa erano spente. Ricordo che il giorno dopo a colazione raccontai alla nonna quello che avevo visto. No, nessun via vai sospetto, nessun indizio di incontri galanti. Solo una vecchia signora che non riusciva a stare lontana dalla sua casa. La nonna, che non era incline a sentimentalismi, parve delusa da quella spiegazione.