Il muro dei colombi

L’autobus blu senza numero che ci portava al paese
era così composto: un motore rumoroso,
qualche passeggero che guardava il culo a mia madre,
le prime scritte con il bianchetto
del tipo Craxi ladrone, Piero Pelù ci sei solo tu,
Federico annaffiami le ovaie.
Mia madre mi portava spesso a fare visita
a una coppia di anziani nati
sul finire dell’Ottocento.
Erano i miei trisavoli. Trisnonni
come si dice oggi.
I nonni di mio nonno materno.
Nessuno ha visto i suoi trisavoli.
Io li ho visti. Stavano seduti in una cucina
con la stufa a legna e un televisore. Pranzavo
con un piatto di pasta al pesto.
Lei si chiamava Gemma, lui Cristoforo.
Il dialogo tra noi
era una splendida sinfonia dialettale.
Il sole entrava sempre da una finestra.
Cristoforo era uno dei ragazzi del ’99.
Festeggiò i suoi diciott’anni sul campo di battaglia, a Caporetto.
Quell’uomo, che aveva combattuto contro un impero,
mi portava nelle sue piane
a togliere i lumaconi dal basilico
altrimenti di pesto non ne avrei più mangiato.
Si sa, la pelle del bimbo entra subito in contatto
con le pelle vecchia di un uomo,
di un nonno. Una specie di luccicanza.
Forse perché in parte uguali.
Forse perché il primo ha tanto da imparare
il secondo ha poco tempo per insegnare.
A un tratto, quell’uomo, non lo vidi più.
Rimasero la pasta al pesto e la Gemma
ma la sua poltrona restava vuota.
A forza di domandare che fine avesse fatto, la Gemma mi portò
da quella finestra dove entrava sempre il sole.
Mi disse: “Guarda il muro di sassi, li vedi i colombi?
Adesso Cristò è andato a stare lì con loro.
Tutte le sere, quando chiudo le persiane,
gli mando un bacio. Fai ciao con la mano”.
Cercavo il colombo che gli somigliasse di più
ma facevo molta fatica.
Per la prima volta in vita mia
ero di fronte a una persona che ci aveva lasciati
e l’idea che una volta morto
sarei diventato anch’io un animale
non mi dispiaceva affatto.
Era stupendo, accettabile.
Così andai a scuola e lo raccontai a tutti.
E dovevo essere stato molto convincente
sui bambini
perché una maestra chiamò mia madre
e le rimproverò che la mia immaginazione
era da tenere a bada.

Torno in quel paese
tanto caro a Mario Tobino e Franco Fanigliulo
una volta all’anno, per la festa del vino.
Due anni fa
sono tornato a vedere il muro di sassi
dove vivevano i colombi.
Degli uccelli nemmeno l’ombra di una piuma,
il muro era coperto dai manifesti elettorali.
Così ho preso una sbronza terrificante,
sono andato a casa
e mi sono messo a piangere.
Quella notte di Settembre ho capito
che per il resto della mia vita
sarebbero successe cose come queste.
Che la realtà non accetta la fantasia,
che le persone normali sono nemiche dell’immaginazione
e che la felicità sia molto difficile da trovare.

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