Colui che sussurrava nelle tenebre – Cover, 4

Tenete ben presente che alla fine non ebbi una vera e propria visione di qualche orrore. Ho dovuto piuttosto dedurre la verità di quel terrore che sin dalla prima delle e-mail angosciate e strane di mia sorella Roberta avevo sentito sorgere tra i miei pensieri consapevoli, come un intuito per la perversione di quel male. Ma non ebbi visione: solo gli elementi di inquietudine che ora metto insieme per mostrare, per esibire alla cittadinanza, a monito.
La sparizione di mia sorella Roberta, in fin dei conti, non significa niente. Non si è trovato niente di sospetto nella sua casa, e sebbene gli orrori che ho visto e udito abbiano prodotto in me un’impressione viva, non sono in grado di provare neppure adesso l’esattezza della mia terribile deduzione. Non c’erano più prove degli orrori di cui mi aveva parlato, e che io stesso avevo intravisto in penombra. Non c’erano più prove, e del resto non era una prova nemmeno il terrore che lei stessa aveva sviluppato – e mi aveva espresso in e-mail che conservo – per i vicoli, le strade, i luoghi tra i quali era cresciuta. Tra i quali entrambi siamo cresciuti. La geografia della sua vita era diventata lo spazio dell’angoscia, inospitale e minaccioso. Ho le prove di questo sentimento di paura, ho le parole che lei stessa mi scriveva: questo però non prova nulla di ciò che sono sicuro sia successo.
Tutta la faccenda cominciò con i memorabili allagamenti, storici, che si verificarono nella conurbazione tre anni fa. Poco dopo l’inondazione, tra le varie notizie – morti, feriti, migliaia di persone che avrebbero vissuto gli anni a venire da sfollate – presero a circolare su siti di informazione minore, che mi parevano privi di credibilità sin dal tono sensazionalistico e dalla grafica rozza, certe strane storie di cose che erano state viste galleggiare nel fiume in piena e nei canali e acquitrini formatisi in seguito al disastro. Io vivevo già da molti anni oltreoceano e anche in quei giorni mi trovavo a nove fusi orari di distanza, dunque seguii la cosa attraverso mia sorella e il web. Le storie intorno agli oggetti galleggianti – mai ritrovati dalle autorità, né mai precisamente descritti o fotografati dai testimoni – restavano come una narrazione delirante e minoritaria, eppure non accennavano a dissolversi nei movimenti ondulatori dell’opinione pubblica: resistevano, e anzi mi parevano farsi più insistenti, audaci, diffuse. Roberta era molto provata dall’alluvione, ma nonostante questo era rimasta lucida e non aveva subito il fascino di quelle speculazioni assurde. Io ero contento di questo approccio pragmatico, ancora di più alla luce della mia apprensione per lo stato dei suoi nervi e per la sua sicurezza da quando la sapevo una donna sola, dopo che il marito l’aveva lasciata due anni prima. Una donna sola a far fronte ai pericoli e alle ostilità della città, e ora anche all’emergenza e alle inquietudini credulone della gente. Ti verrò spesso a trovare, le dicevo. Così per molti mesi.
A gennaio ricevetti una sua e-mail, che segnò l’inizio del mutamento. La corrispondenza elettronica ci era sempre servita per aggiornamenti veloci, e soprattutto per fissare i nostri video-appuntamenti settimanali. Fui dunque particolarmente allarmato dal primo colpo d’occhio all’e-mail: un testo lungo e fitto. Il contenuto mi gettò in uno stato di profondissima apprensione per mia sorella, che non fece che acuirsi di giorno in giorno, e a ogni nostro contatto, fino all’epilogo che mi ha spinto a redigere questa memoria. Ne riporto qua l’incipit, che contiene in sé già tutta la forza del delirio protratto per la sua intera lunghezza.

“Andrea non sai quanto avrei bisogno di chiamarci. Questa settimana più di sempre. Ma qua la situazione peggiora quanto più sembra migliorare in superficie: anzi ogni miglioramento apparente e ogni passo in avanti sembra proprio fatto per coprire il vero corso delle cose. Ti spiegherò! Non ci possiamo chiamare questa settimana, ci sono cose che devo fare e che mi terranno occupata. Prendere per scemi quelli che parlavano delle cose galleggianti è stato un errore stupido. Due notti fa ho portato Lilli a fare la solita passeggiata e mi sono spinta un po’ più lontano, fino alla darsena. Credi a quello che ti sto scrivendo: ho visto quattro sagome femminili trascinare con dei carrelli qualcosa di davvero grande verso l’acqua, due oggetti più grandi di una persona coperti da teli. Sono sparite per la scalinata sotto il livello della strada, io mi sono nascosta dietro una colonna del portico e ho aspettato fino a che non le ho viste tornare su. Tenevano in braccio due corpi inermi. Lilli ha cominciato ad abbaiare e allora io ho cercato di trascinarla via e fuggire ma era davvero sconvolta e non riuscivo a smuoverla. Così ho provato a prenderla in braccio ma mi ha morsa! Non hai idea del mio stato d’animo, ne sono rimasta letteralmente sconvolta. Lilli non aveva mai fatto una cosa del genere! Ho dovuto lasciarla là, avevo la mano sanguinante e sentivo gli occhi di quelle donne su di me. Era buio e non vedevo il loro volto ma solo la sagoma ferma in mezzo alla strada, eppure sentivo i loro occhi sulla mia pelle e alle mie spalle, come proprio tutto intorno come se mi circondassero. Mi sono sentita in pericolo e sono fuggita. Lilli ha continuato ad abbaiare senza nemmeno accorgersi che mi stavo allontanando, era infuriata e completamente disinteressata a me. Io sono arrivata a casa di corsa e mi sono buttata a letto a piangere sia per lo spavento che per aver abbandonato Lilli.”

Ho faticato a concludere la lettura senza cedere all’impulso di chiamare mia sorella. Ho aspettato di arrivare alla fine, e poi ho preso il telefono. Non ha risposto. Il resto del testo era se possibile più confuso: tutto un lungo discorso sulla sua paura di essere stata vista e seguita da quelle donne, di essere da loro osservata, di dover ritrovare il cane che quelle potrebbero avere ucciso o preso in ostaggio, sui suoi dubbi sull’opportunità di raccontare tutto alle autorità o ai vicini, sulla sicura relazione (sic!) tra ciò che aveva visto, l’alluvione e gli oggetti galleggianti avvistati. Insisteva particolarmente su un punto: quelle donne avevano cominciato a sussurarle cose, al buio, ogni volta che rimaneva sola. Le sentiva, come dietro di sé. Si sentiva braccata. Provai a telefonare per tutto il giorno, ma senza ottenere risposta, se non una frettolosa, quando da lei in Italia erano le 6.00 del mattino. Ti richiamo io più tardi, mi ha detto, e ha riattaccato. Passavo le ore in un profondissimo stato di allarme per la salute di mia sorella. Non perché temessi davvero per la sua incolumità, sembrandomi tutto il racconto francamente assurdo, ma perché mi pareva che infine i suoi nervi avessero definitivamente ceduto – come temevo da tempo – esponendola alla suggestione. Del resto, l’alluvione e l’abbandono di suo marito erano davvero troppo da sopportare a stretto giro, anche per una tosta come mia sorella.
Ricevetti altre sue e-mail, nel corso delle settimane seguenti. Alcune molto lunghe e confuse, altre contenenti brevissimi messaggi. Mi comunicava di non avere più ritrovato Lilli, ma di averla spesso sentita abbaiare nei paraggi. Aveva cominciato a sentire anche rumori, in piena notte, provenire dal pianerottolo, come di passi molto veloci o zampettii. Una cosa che trovavo particolarmente inquietante – ma anche minante la credibilità di quei racconti assurdi – era che Roberta sembrava intrattenere un monologo. I suoi messaggi non erano mai – o non manifestamente – risposte a miei quesiti o sollecitazioni. La comunicazione era a senso unico. Concludeva però ogni messaggio raccomandandomi di stare bene, e di tenermi alla larga per la mia incolumità.

Poiché tardava a richiamarmi, e poiché a me non sarebbe stato possibile prendere un aereo e andarla a trovare nel brevissimo periodo, decisi di mettermi in contatto con suo marito, nonostante mi fossi ripromesso di togliergli il saluto, dopo il suo colpo di testa. Il marito – l’ex marito – si dimostrò al telefono inaspettatamente accogliente e contento di sentirmi, la qual cosa ammorbidì la mia avversione. Si disse niente affatto stupito dello stato dei nervi di mia sorella, e lo disse con un tono che mi sembrò alludere ai loro trascorsi: cosa che mi produsse un immediato moto di fastidio, subito stemperato da una strana e quieta disposizione alla comprensione. Così gli chiesi con più disinvoltura la grande cortesia di fare visita a Roberta e badare alle sue necessità primarie, di sforzarsi di disinnescare le loro tensioni e di essere per lei di appoggio e conforto. Lui accettò e io mi sentii sollevato.
Quattro giorni dopo mi telefonò Roberta. Mi disse che il suo ex marito si era fatto vivo tendendole una mano, e che lei aveva così bisogno di conforto che era riuscita a vincere l’orgoglio. Le chiesi cosa stesse succedendo. Lei tirò fuori una storia che mi convinse definitivamente della bontà della mia idea di rivolgermi al suo ex. Disse che quelle lì stavano conducendo degli esperimenti e che sapevano che lei sapeva, quindi avrebbero tentato di approcciarla, o peggio. Ma so badare a me stessa, ho comprato una pistola: mi disse proprio così. Ne fui letteralmente sconvolto e le intimai con forza di sbarazzarsi dell’arma, le dissi che sarei arrivato da lei il prima possibile. Concluse frettolosamente la telefonata. 
Seguirono settimane di corrispondenza sgangherata e angosciante. Mi svegliavo, di mattina, e trovavo messaggi di questo tipo: stanotte le ho sentite forzare la serratura ma ho sparato due colpi al soffitto e sono fuggite. Non credevo a una parola, ma l’esaurimento nervoso di mia sorella mi toglieva sonno e appetito e il dubbio che possedesse davvero una pistola mi tormentava. Non venire, è pericoloso, loro odiano gli uomini!, mi scriveva di continuo.
Quando cominciò a scrivermi che quelle donne avevano clonato la chiave del portone ed entravano ormai in casa, e che c’era stata una colluttazione durante la quale l’avevano disarmata, capii con dolore e ansia che mia sorella non poteva più restare sola. Acquistai subito un biglietto aereo, sarei arrivato da lei in tre giorni, giusto il tempo necessario per sistemare le cose in ufficio in vista della partenza. Scrissi nuovamente al suo ex marito e lo implorai di non lasciarla sola fino al mio arrivo. Non so se riuscirò a perdonarmi per questa idea, nonostante non ne avessi in alcun modo potuto immaginare le conseguenze. Conseguenze che pure dedussi soltanto dalle cose inquietanti – ma non provanti – che vidi qualche giorno dopo.
La mattina seguente fu lei a chiamarmi. Risposi immediatamente, vivevo ormai in uno stato di emergenza. Mi aggredì urlante, con una foga isterica cui non ero minimamente preparato: una voce alterata e dissennata completamente diversa da quella dolce e ferma cui ero abituato. Come cazzo ti sei permesso di mandarmi a casa quel bastardo, mi ha urlato, chi cazzo ti ha autorizzato a riportare nella mia vita quello stronzo! La telefonata si interruppe così, senza darmi la possibilità di replicare. Provai nelle ore seguenti a ricontattare sia Roberta che il suo ex marito, ma non ricevetti alcuna risposta.

Arrivai a casa di mia sorella alle nove della sera. L’intero condominio era silenzioso, come addormentato o addirittura disabitato, ecco, avrei pensato fosse disabitato se non avessi sentito qualche breve rumore di vita quotidiana di tanto in tanto. Ma mai voci. Iniziai a sentire distintamente il terrore quando mi accorsi che tutte le porte erano accostate. Tutte. Anche il portone dell’appartamento di mia sorella era accostato, e dentro c’era buio e silenzio. La tavola, in sala, era apparecchiata. Serviti pure, mi disse da un’altra stanza. Vuoi qualcosa per cena?, mi chiese. Sapeva che ero lì, e la sua voce calmissima e bassa aveva qualcosa di innaturale, di distorto. La trovai seduta sulla sua poltrona dello studiolo, nella penombra. Era pesantemente vestita e aveva una coperta sulle spalle, che la copriva fino al mento. Non ti avvicinare, mi disse, mi sono beccata un brutto virus negli ultimi giorni. Notai che era debole e bisognosa di riposo, ma aveva in faccia un sorriso stupendo, e una serenità forte e mai vista. Sono contenta di vederti, fratellino. Sugli scaffali e sul pavimento c’erano diversi oggetti coperti da teli, come grossi scatoloni. Le chiesi cosa stesse succedendo. Ciò che mi rispose cambiò tutto, per sempre.
Mi rispose che in un primo momento aveva creduto che quelle donne che aveva visto per caso e che avevano iniziato a sussurrare nelle sue orecchie fossero delle criminali desiderose di vendetta per essere state viste. Spacciatrici o mafiose, magari. Aveva capito solo con il tempo, grazie (sic!) alla loro insistenza, che avevano bisogno di aiuto, e che volevano liberarla. Proprio così disse. Stavano preparando un grande rinnovamento. Tutto era pronto per essere rinnovato. Mi chiese scusa per la sua reazione durante la nostra ultima telefonata, ma l’intromissione del suo ex l’aveva alterata emotivamente. Disse che voleva portarla via con lui, che la voleva costringere per il suo bene. E che erano state costrette a neutralizzare questa aggressione. L’utilizzo del plurale mi pietrificò, e per la prima volta realizzai con lucidità che per tutto il tempo, nel totale silenzio di quel palazzo, avevo sentito di non essere da solo. E allo stesso modo nell’appartamento di mia sorella, mentre guardavo quella tavola apparecchiata e quell’appartamento immobile, e mentre seguivo la sua voce fino allo studio: mai solo.
Mi disse di sollevare i teli a mio piacimento. Se potessi tornare indietro fuggirei via senza cedere alla curiosità. Non furono i grossi hard disk o gli scatoloni di medicinali di cui non ricordo il nome a spaventarmi, del resto non sapevo quali dati o codici elaborassero quei cervelli di cui ora sentivo ronzare la ventola, né lo scopo di quelle sostanze. Fu piuttosto il raccoglitore di tavole raffiguranti corpi inscritti in figure geometriche, e strani sigilli minuziosamente disegnati, iscrizioni indecifrabili. Fu, soprattutto, una grande teca di vetro in cui grossi bruchi nidificavano tra quelli che sembravano capelli umani. Si muovevano lenti, dentro e fuori grosse palle di capelli e bave. Le stiamo allevando proprio bene, mi disse allungando una mano debole verso la teca. Che suono la sua voce! Mi disse che avevano fatto un viaggio lungo, ma che stavano facendo proprio bene. Osservai più da vicino e lo notai: nel groviglio di nidi si distinguevano quelli che sembravano brandelli di pelle, raggrumati di sangue nero. Io non sapevo cosa rispondere, né cosa chiedere. Volevo andarmene. Quella che avevo davanti mi sembrava solo in parte mia sorella: era come se la riconoscessi per un meccanismo automatico, ma nulla mi faceva pensare a lei. Non la sua voce un po’ meccanica e distante, non la sua spossatezza, non quella casa in penombra. Ma, soprattutto, non riconoscevo più mia sorella in quel parlare per un noi che non riuscivo nemmeno a immaginare, un noi mostruoso e cospirativo che mi faceva tremare e sentire come assediato o minacciato. Era come se la sua mente e la sua vita fossero rimaste ancorate a qualcosa che mi sfuggiva, ma che l’aveva spinta in un’altra direzione, in un’altra dimensione. Non sapevo se i racconti di quei mesi erano fondati o frutto del suo delirio, ma sapevo per certo che qualcosa le era successo.
Poi il mio sguardo si posò sulla sagoma di un oggetto oblungo alto come un uomo, appoggiato in un angolo e coperto da un telo. Tutt’intorno all’oggetto, sul pavimento e sulle pareti cui era appoggiato, c’erano come incrostazioni fitte di filamenti, che sembravano ancorarlo. Roberta non mi spronò né mi fermò. Sembrava quasi stesse per addormentarsi, con quel suo sorriso contento. Spostai il telo, e pochi minuti dopo ero fuggito per sempre da quella casa, e da mia sorella.

Tratto da Colui che sussurra nelle tenebre, scritto da H.P. Lovecraft