Case infestate


Sono notti che sogno case infestate. Hanno un numero indefinito di stanze, tante da non tenerne il conto. Nel sogno cerco di visitarle, ma non ne vedo mai la fine. Di solito le ho ereditate da qualcuno – da una zia anziana o da dei parenti lontani e sconosciuti. Per questo prima che io mi svegli, sento sempre come un respiro, un sussulto, di qualcosa che si aggira per quelle stanze che non conosco.

Casa tua è vicino alla stazione. La guarda dalla finestra in salotto, che dà sul balcone. Ogni volta che arrivo nella tua città penso alla tua casa e, di nuovo, ogni volta che riparto. È una casa bella, tua madre – che non vive più qui – ci ha posizionato tante conchiglie. Di diverse fogge e grandezze. Nel bagno, accanto alla profumiera; in cucina, sotto la finestra che affaccia al terrazzino pieno di piante. Tua madre è ricca, e non la si vede mai. Si è risposata e ti ha lasciato la casa.

Quando nel sogno mia zia anziana, che mia madre ha assistito fino alla morte, ci ha lasciato la casa – è successo anche nella realtà, ma quella non è infestata, è in affitto a una famiglia albanese -, mi aggiro in quella casa che dovrei conoscere bene e invece no. Si è ingrandita nell’arco di una notte. Adesso ha un secondo piano, non ci provo nemmeno a salire le scale: qualcosa respira di sopra, mi impedisce la salita. Nella piazzetta prospiciente vi è un altro regalo: un’enorme barca a vela, antica. Sembra una nave omerica, solo che ci siamo io, mamma, papà e le sorelle, nessun guerriero acheo, e nemmeno il mare color del vino. La barca non si muove, delle strutture in legno la tengono in piedi al centro della piazzetta alberata. Non esiste clima nei sogni, ma gli alberi fanno ombra, e i nostri volti sono tutti tessuti di una filigrana cangiante. Mio padre non è al timone, non andiamo da nessuna parte. Rimaniamo fermi.

Ogni volta che vengo nella tua città, e ci vengo molto spesso, ogni fine settimana, mi ospita una tua amica. Dormo sempre sul suo divano in salotto. Ha una casa piccola e accogliente, ma poco luminosa. Questa mattina, mentre facevamo colazione, ha detto: basta, andiamo in terrazzo, non ne posso più di questa grotta. Io sono salito con lei a vedere tutta l’enorme città sotto i nostri piedi, ma sarei rimasto volentieri nel buio. Infilato tra il divano e la parete, sento di aver trovato, almeno per un po’, il mio posto.

L’altra notte ho sognato con angoscia la mia prima casa universitaria. Siccome la mia stanza era piccolina ma confortevole, nel sogno mi dirigevo verso di essa. Un’esplosione architettonica di muri, portefinestre, terrazzi e dislivelli l’aveva trasformata in un appartamento nell’appartamento. Era tutto in disordine e avrei dovuto pulire, sistemare. Ma qualcosa non andava – non avevo nessuna scopa o straccio né detersivo. Lo sporco si annidava fastidioso alle mie spalle, si spostava di qua e di là ogni volta che mi giravo. Quando mi sono svegliato di soprassalto ero nel mio letto, nella città dove vivo ora. La stanza era illuminata perché non dormo più con gli scuri chiusi. Un pallore malato irrorava dalla finestra. Mi sono alzato, ho messo su il caffè, ho girato una sigaretta e sono uscito sul mio balconcino. Siccome la mia città è piena di acqua e di ponti, non ha strade, non ci sono macchine o rumori forti, il verso degli uccelli che passano rimbomba come se fosse intrappolato in un corridoio.

Le mie coinquiline mi prendono in giro, perché dicono che ho una vera fissazione per la pulizia. Appena mi vedono con un panno o la scopa, mi canzonano. Ogni volta che lo fanno, rispondo, come una cantilena, che l’unico modo per appropriarsi dei posti è pulirli da capo a fondo.

Siamo tutti ubriachi nella tua città. La nostra amica in comune mi chiede se ho voglia di andare a casa di qualcuno a fare festa. Tu sei accanto a me, silenzioso come sempre. Dico alla mia amica che per me va bene tutto, visto che sono suo ospite. Poi, sfrontato per l’alcol, aggiungo: «almeno che lui non mi inviti a casa sua», mentre ti indico. Tu annuisci, la nostra amica si allontana compiaciuta. Sono mesi che frequento la tua città, il tuo giro di amici. Sono mesi che mi sono infilato lentamente nella vostra vita e nei vostri movimenti. Ogni tanto assumo la postura della vostra gente, persino mi sento parte di qualcosa. Io e te, però, non siamo mai rimasti da soli in tutti questi mesi. Abbiamo chiacchierato distrattamente, come per dovere, ogni tanto punzecchiati per noia, ma non ci siamo mai parlati seriamente. Ora ci incamminiamo alla tua macchina. Io sbando un po’, tu mi dici di camminare per bene. Ho il sorriso beffardo di chi ha conquistato qualcosa barando.

Una notte sogno di scendere da un treno e di essermi trasferito in una nuova città, assieme a una delle mie più care amiche. Dobbiamo entrare per la prima volta nella nuova casa. Siamo emozionati. Dentro scopriamo che la divideremo con molti inquilini. La casa ha i soffitti alti, le finestre fanno molta luce. Iniziamo a visitarla, qualcuno ci fa strada. Il giardino è un grande chiostro. La gente è stesa a prendere il sole e a fumare sigarette. A un certo punto scopriamo che c’è una grande festa. Iniziano a entrare invitati. Ci raggiungono tutti i nostri famigliari. Rivedo, nel sogno, facce che non vedo da tanto tempo. La casa inizia ad affollarsi. C’è persino una donna con un trucco esotico, ha come una maschera di pavone su metà viso. C’è troppa gente e io voglio soltanto un attimo di calma. Cerco il bagno più vicino in una casa che non conosco per niente.

Quando entriamo nella tua casa – è con esattezza la seconda volta che ci entro in tutti questi mesi, – tu corri in bagno. Io mi fermo davanti alla finestra, guardo la stazione. Realizzo di stare dall’altra parte rispetto al pensiero che faccio ogni volta che arrivo in questa città: non penso dal treno la casa, ma penso il treno dalla casa. Quando esci, io mi sono seduto sul divano, ti aspetto al buio, la stanza è illuminata soltanto dalle luci della strada. Ti siedi accanto a me. Rimaniamo per un po’ immobili. Senza parole da dirci, non abbiamo nemmeno i gesti. Poi tu rompi la simmetria e ti avvicini e ti appoggi sulla mia pancia. Ti infilo un dito in bocca, tu lo lecchi. Poi costringo la tua faccia verso la mia.

L’estate scorsa sono sceso giù in Puglia. I miei genitori si erano già trasferiti in campagna, nella villa. Per la prima volta sono stato nella dependance che stavano ristrutturando per me. Mio padre l’ha pensata come un piccolo porto sicuro. Ha due piani, è tutta in pietra. L’ha arredata con uno stile campagnolo. Quando mi ha fatto vedere il frutto del suo lavoro era fiero. Mi ha assicurato che sarebbe stato importante per me stare lì a rilassarmi. Sapeva bene quanto fossi stato abbattuto dalla fine della mia relazione – ascoltavo sempre in quel periodo una canzone che si intitola The end of love. Non ha detto molto altro, mi ha lasciato lì solo. Ho passato intere giornate chiuso nel bagno della casetta, a fumare sigarette e a leggere. Una notte l’ho sognata, la casa intendo. Era il corrispettivo della mia calotta cranica. In effetti ci assomiglia: si entra dalla bocca, si cucina e si vive al suo interno, delle scale di legno ti portano su, nel soppalco cerebrale – così quella notte, il sogno nel sogno, la casa nella casa. Solo che dopo essere uscito, al ritorno non c’era più. La casa era sparita.
Alla fine dell’estate, chiusa la casetta, papà mi ha portato in stazione e mi ha detto: sei pronto a prendere tanti treni quest’anno? Fai a meno di affezionarti troppo ai luoghi.

Ho dimenticato il preservativo nello zaino, a casa della nostra amica. Così non abbiamo un amplesso completo, ma il sesso va bene. Siamo calmi, come svuotati. Ci muoviamo accurati – tu sei uno specializzando in neurologia, – ogni tanto sei sopra tu, ogni tanto io. I tuoi gemiti mi ricordano gli urletti degli uccelli all’alba dalla mia città, rimbombano per la casa vuota. Il divano è il luogo dell’unica guerra che possiamo farci.

Una notte sogno la casa di mia zia, che si trova nella città dove ho vissuto per i primi anni dell’università. La zia non c’è, è fuori per qualche viaggio. Mi aggiro per le stanze ricolme di oggetti, sto cercando dei vestiti. La zia ne copra troppi ai mercatini. Mentre frugo nell’armadio a muro trovo una porta. Scopro una parte di casa che non conosco. Sento che è grande, e ne sono impaurito. Ancora una volta qualcosa respira pochi passi più in là. Provo ad entrare, ma più vado avanti più il respiro si fa forte. Così mi sveglio. Da questo momento in avanti sono grato alla zia vedova, perché mi fa dormire con lei, nel suo matrimoniale, ogni volta che devo essere in quella città per qualche giorno.

La storia del tuo ghosting inizia quando veniamo entrambi. Ti alzi dal divano e dici: «sono stanco, vado a dormire. Tu fai quello che vuoi». Per un po’ rimango nudo sul tuo divano. Inizio a starnutire. La casa è piombata nel silenzio. Vado in bagno, fumo due sigarette in cucina. Bevo dei bicchieri d’acqua. Conto le conchiglie che tua madre ha comprato chissà dove, in ogni suo viaggio. Questa casa non mi appartiene, non la conosco. Non riesco a riconoscere nessuno degli oggetti che ci sono, delle calamite che ricoprono il frigorifero. Starnutisco ancora, poi decido che è ora di andare a dormire nel letto degli ospiti, che hai lasciato vuoto.

Sogno che qualcuno mi chiama e mi dice che una lontana parente è morta, mia madre ha ereditato la casa. Mia madre è stranita e non vuole saperne della casa. Ma mentre camminiamo per il nostro paese ce la troviamo davanti. Mia madre ha nella borsa le chiavi. La casa è identica a quella nella città in cui vivo adesso, ma con un sacco di quadri di gente morta. Hanno i lumini accesi. Mia madre continua a dirmi di trovare il ripostiglio. Quando le chiedo perché, mi risponde che deve pulire così i fantasmi andranno via.

Quando mi sveglio, tu sei nella doccia. Hai già preso il caffè. Metto su la moca per me. Tre gatti mi guardano sulla difensiva, così capisco perché io abbia starnutito tutta la notte. Sono allergico al loro pelo. Dopo aver bevuto il caffè provo ad avvicinarmi, ma sono scostanti, si ritraggono. Tre paia di occhi animali mi scrutano immobili. Come ho fatto a non accorgermi della loro presenza? Quando esci dalla tua stanza hai già il cappotto, sei pronto ad andare via. «Ci stanno aspettando», mi dici, non c’è nella tua voce nessuna volontà di indugio. Così vado verso i miei vestiti sparsi a terra – onore ai caduti – e solo allora capisco. Il mio maglione è sformato e tutto sfilacciato. I gatti di notte l’hanno torturato con le loro unghiette, suggerendomi che l’unico respiro che sento nelle case infestate dei miei sogni è il mio.