Via Archirola


Il parco oggi è freddo, il sole pallido di inizio novembre emana una luce chiara che non riscalda.
Il palazzo dove abita mia madre è in via Archirola numero 15. È un condominio a otto piani. Grigio, gli infissi blu, tanti occhi chiusi. Mi ha sempre ricordato una montagna bucherellata da grotte, ogni appartamento un piccolo spazio privato, un fuoco. Ognuno dipinge sogni e fantasmi sulle pareti della propria caverna.
In via Archirola mi sembra di riconoscere qualcuno, volti invecchiati che emergono dai ricordi della mia infanzia, sbiaditi dal tempo. Non so mai se salutare o meno. Se si ricordano di me. Ero la figlia io, sì, la bambina bionda che giocava con il triciclo di plastica arancione la domenica, dopo pranzo, giù in cortile. Mi appaiono nitide, rosse, le mie ginocchia sbucciate contro l’asfalto, i sassolini neri sotto pelle, l’odore del disinfettante.
Mi esce di bocca un buongiorno smozzicato, a cui risponde uno sguardo vuoto. Eppure tanti mi dicono che dell’infanzia ho conservato la forma del viso, oltre a qualche maniera immatura e capricciosa. Guardo in basso. I sacchetti della spesa che tengo in mano segnano due forme sghembe alla mia destra e alla mia sinistra, nell’ombra di una donna che cammina verso casa di sua madre.
Di anni ora ne ho trentacinque, e non abito più qui.
Dal supermercato a via Archirola, nemmeno dieci minuti a piedi. Mi accompagna il rumore dei passi, delle buste contro le mie gambe, si stanno già rompendo, le buste o le gambe, penso, degli stivaletti neri a tacco basso.
Sulla porta a vetri c’è il mio riflesso, la spalla, la mano col sacchetto, il braccio piegato, sovrapposto come in uno strano montaggio al corridoio con le piastrelle anni Settanta che finisce in un angolo buio. Mi chino. Gli occhi riflessi sembrano vuoti, mentre la cicatrice sulla mia guancia si vede perfettamente. Saranno le condizioni di luce.
Apro e l’odore del palazzo mi investe. Possibile che l’odore di questo condominio sia sempre così forte?
Eppure gli inquilini negli anni sono cambiati, penso, mentre salgo al primo piano e leggo cognomi che non riconosco. Verranno da posti diversi, mangeranno cose diverse, ma questo odore di umido e di polvere, questo odore di vite condensate in uno spazio verticale non se ne andrà mai via da questo posto.
Ho deciso di fare le scale a piedi, come ho deciso di portare la spesa a piedi, tanto sono solo dieci minuti dal supermercato a qui. In questo momento in cui tutti si ammalano di cancro, dove ogni abitudine porta con sé uno spettro, io faccio le scale a piedi. Anche se mia madre abita al sesto.
L’ascensore sale e scende, racchiudendo in sé voci che si attutiscono dietro a un soffitto che diventa un pavimento.
Al sesto piano, il portone è sempre quello. Ci sono anche le tracce, sul bordo, di quando avevano provato a forzarlo con il piede di porco. Chissà cosa volevano rubare. Il campanello è di plastica trasparente, ingiallita dagli anni. Non c’è mai stato bisogno di cambiarlo, il bigliettino con il cognome Cintore scritto a mano da mia madre. Mia madre giovane, la vestaglia azzurra a fiori bianchi, con i bottoni quadrati e grandi, lucidi come giocattoli.
Non basta girare la chiave, bisogna anche tirare: gira e tira.
Chiudo piano il portone. La luce è poca e proviene tutta dal vetro satinato della sala da pranzo.
La sua schiena tonda, i capelli grigi raccolti in una piccola coda bassa sulla nuca.
Piacere mi chiamo Antonella, mi dice, girandosi verso di me con un sorriso. I suoi occhi guardano le mie guance, la mia fronte, mancano più volte l’obiettivo.
Mi tende anche la mano, il palmo rosso, due anelli a gonfiarle le dita. Sono Chiara, le dico, senza guardare lei, guardando le buste, preoccupandomi di sistemarle bene su una sedia, una di quelle vecchie sedie in legno scuro che abbiamo sempre avuto, dalla seduta troppo stretta e lo schienale troppo basso. Guardo le buste, cercando di indovinare attraverso il materiale semitrasparente e biodegradabile la posizione e l’equilibrio di ciò che contengono.
Ecco qui la spesa, dico, la mia voce sembra quella di un’altra persona. Non mi levo la giacca, non posso. Me la sbottono, fa caldo. Ecco qui, cerco di sembrare tranquilla. Le uova, dico, e le metto al centro della tavola. Le sue mani prendono la confezione e la controllano, allevamento a terra, produzione biologica, come vuole lei.
L’uovo si rompe sbattendo con un colpo calibrato sul bordo della ciotola. Le sue mani, ferme, reggono le due estremità versando il rosso dall’una all’altra, dall’una all’altra, finché tutto il bianco non scivola giù. Il tuorlo finisce nella ciotola piccola, macchia di vita sul bianco grumoso dello zucchero, mescola, mi dice, e col dito sporco di farina mi disegna una I sul naso.
Ci sono il pane, le zucchine, il latte, ecco qui. La tavola si riempie di quell’intrusione, la tovaglia su cui prima c’era solo la sua tazza di tè, che sembra fredda, non fuma, da quanto tempo se l’è preparata, mi chiedo, e perché non l’ha bevuta.
Gli oggetti sono reali, sono tutto ciò che ci resta. Queste confezioni con i loro colori sgargianti, le percentuali di sconto, la lista degli ingredienti. Lei le vede, le prende in mano, le studia. Esistono anche per lei.
La maionese, i biscotti. Mi chiede se i biscotti sono proprio quelli che le piacciono, le passo la confezione. Mi guarda e mi sorride, dice che sua figlia deve avermi detto tutto, tutto quello che mancava. Io le rispondo di sì. O meglio, la persona che lei non riconosce, che è in questa stanza e che sta sistemando la spesa sul tavolo le dice di sì.
Le buste ora sono vuote, afflosciate come uccelli morti. Le piego come mi ha insegnato lei, per farle diventare piccole piccole e poterle riutilizzare, anche se in realtà queste sono già rotte. Lo faccio apposta, spero che mi possa riconoscere attraverso questo gesto, forse mi dovrei trattenere. Ma quando la guardo lei ha il viso rivolto in basso, chissà dov’è andata con la mente. Prendo la confezione di tovaglioli ancora chiusa e mi volto per metterla nel terzo cassetto della credenza. Lei si gira di scatto alzando una mano, gli occhi neri di paura e confusione.
Ferma, che fai, non aprire i cassetti di casa mia, sei stata molto gentile, come ti chiami, ma ora puoi andare, grazie puoi andare, grazie, grazie, arrivederci.
Faccio un passo indietro. Do un’ultima occhiata alla sala da pranzo, alla credenza di legno scuro con le tazzine del servizio dietro al vetro, al tavolino del telefono, l’agenda con gli indirizzi e i numeri, la poltrona di velluto verde.
Il fumo della sigaretta si dissolve contro il sole filtrato dalla finestra, le tende strusciano misteriosamente per terra. Di pomeriggio, l’odore del pranzo appena consumato aleggia nell’aria, lasagne, tortelli o brodo di carne. Il piatto della domenica. Tutti e tre attorno a questo tavolo, molto più grande e molto più alto, tanto che sulla mia sedia c’è un cuscino per poterci arrivare.
Ora puoi andare: non sa se ripeterlo a me o a se stessa, in tutti i casi negli occhi non mi guarda.
Ho sempre misurato il mio livello di adesione alla realtà attraverso le gambe: come l’alcol del bicchiere di troppo anche i sentimenti per me passano da lì. Posso sentirle nella loro fisicità, pesanti, talvolta anche doloranti, reduci dai chilometri fatti, dalle botte prese contro le gambe dei tavoli, o posso sentirle immateriali, frementi, incapaci di sottostare alla forza di gravità. Questo mi capita adesso, mentre mi sforzo attraverso il cervello di dare loro una direzione, rimanete appoggiate sul pavimento e portatemi fuori da qui. Sbando, vado troppo vicino alla testa di capelli grigi, al corpo che emana un calore e un odore che io conosco, che mi appartengono.
La saluto con la mano, debolmente, lei non mi guarda nemmeno. Aspetta che io, l’intrusa, me ne vada.
Quando la porta si chiude alle mie spalle, riproducendo il rumore sentito migliaia di volte, ogni volta che uscivo di casa, mi chiedo come sia possibile che l’odore di questo palazzo sia così forte e resti sempre uguale dopo tutti questi anni, i trentacinque anni della mia vita. Le scale le scendo a piedi, così ho deciso, e quando uscirò dal condominio camminerò fino al supermercato davanti a cui ho parcheggiato l’auto, tanto sono dieci minuti, solo dieci minuti a piedi, dal supermercato a via Archirola.