Arringa del biografo


José Beguiristain abbandonò la Quebrada a 17 anni, poco tempo dopo che nacqui io, il suo biografo. Da lì, il mio oscuro, eccelso protagonista partì per Buenos Aires, dove progettava di dedicarsi allo studio della chimica e al vizio della scrittura. Trascorsi pochi mesi, suo fratello Enrique gli spedì una lettera in cui chiedeva, tra le altre cose, dei suoi rapporti con i bonaerensi. «Mi troveranno vivace come una palude» rispose. «Ogni volta che prendo parola in aula, i miei compagni mi guardano perplessi oppure si mordono le labbra per reprimere un sorriso. In tali momenti, ricordo sempre quel famoso ritornello paterno: “meno male che sei tanto eloquente, José”. Nonostante tutto, non nutro alcun rancore contro la gente della nostra capitale: diversamente da noi, non provengono da una terra di sonnambuli.»
Mentre andavo a caccia di fonti per la mia tesi di dottorato, il caso fece apparire queste righe sotto i miei occhi. L’iperbole della fine mi richiamò alla mente il mio progetto, concepito in seconda superiore, di lanciare una rivista dedicata alla cosiddetta “avanguardia provinciale argentina”. Era un ghiribizzo di quelli che sono propri di una certa classe di adolescente solitario e che fanno di rado una fine gloriosa. Sebbene ne fossi cosciente, mi pareva assurdo rincorrere la gloria alla mia età. Per il momento, ambivo piuttosto ad essere un passeggero clandestino a bordo della maestosa nave che è la letteratura nazionale, con l’unico scopo di dissipare alla mia modesta maniera il buio e la polvere che vi regnavano. Prima, avrei dovuto assemblare una squadra di collaboratori, di preferenza delle anime generose e furbe, e uguali a me nell’odio per i filistei. A tale fine, composi una sorta di annuncio-manifesto e lo feci pubblicare in diversi periodici locali.
A parte il mio recapito, un titolo provvisorio, e una breve descrizione concettuale, il testo conteneva quanto segue: «La vita nell’entroterra argentino è una lunga stanchezza che non vuole tramutarsi in sonno, un’oscillazione permanente tra la lucidità più raccapricciante e un discreto, placido delirio. Il nostro compito sarà di osservare questo fenomeno nelle sue infinite manifestazioni e di dettagliarle con una penna audace e chirurgica». Inutile dire che questa mia elucubrazione suscitò poco interesse nel pubblico. A me invece procurò due scosse di frenetica esaltazione – una mentre la redigevo e un’altra quando la vidi stampata per la prima volta – delle quali, tra l’altro, sentii una vaga replica dieci anni più tardi, nel ripercorrere questi momenti nella rozza lanterna magica del ricordo.
Diversi anni dopo questa reminiscenza, m’imbattei in un originario di la Quebrada durante una festa degli accademici. L’individuo in questione, un signore sulla quarantina, elegante e di costituzione gracile, si trovava seduto da solo a fumare in mezzo alla sala. Sul viso, immerso nella luce tremolante del caminetto, si leggeva o una profonda concentrazione o un forte disagio.
Quando mi avvicinai, comunque, la sua espressione si ammorbidì fino a diventare un sorriso di cortesia. Scambiammo frasi che volevano essere spiritose e poi passammo alle presentazioni: lui era un professore di matematica appena tornato da una vacanza negli Stati Uniti ed io, un professore di letteratura che si era preso un anno sabbatico per scrivere una biografia.
«Me ne parli pure di più. Non sono affatto nemico delle lettere» disse l’altro con un filo di voce. «Verterà su José Beguiristain, il romanziere» risposi.
Tossì, fece una risata nervosa e replicò che conosceva l’autore, principalmente perché era un suo compaesano. Notizia questa che accolsi, come era naturale dopo tante indagini infruttuose riguardo alle origini del mio biografato, con gran entusiasmo. Tuttavia, non era il caso di passare bruscamente al terzo grado.
Infine, non mi venne in mente nulla oltre a citare con tono giocoso la suddetta frase dei sonnambuli. Il mio interlocutore annuì lentamente e con enfasi. «Su questo punto non c’è dubbio!» rispose con una voce tra l’ironico e il rassegnato, poi voltò lo sguardo verso il fuoco e fece un lungo tiro di sigaretta. Temendo di averlo offeso, aggiunsi in fretta che anch’io ero cresciuto in campagna e, perciò, la suddetta citazione aveva per me un grande valore affettivo. «No, no. Il tuo autore ha perfettamente ragione» proseguì l’altro, «mi chiedo soltanto se abbia mai parlato delle interruzioni». Silenzio sconcertato da parte mia.
«Dunque, a la Quebrada, si pratica un sonnambulismo piuttosto “discreto”. In genere, si manifesta attraverso delle lievi anomalie comportamentali – l’enfatico malumore di una cameriera, la battuta pungente di un anziano e via dicendo. Ogni tanto, degenera però nella vera e propria follia, di solito sotto la forma di falsi ricordi, manie o allucinazioni. Questi sintomi in genere non durano più di un paio di ore. Tuttavia, si sono verificati alcuni casi più persistenti. Ad esempio…una notte, quando avevo 15 anni, sentii mia madre che sgridava in sordina mio padre nella camera contigua. Da quanto riuscii a distinguere, lo rimproverava per aver nascosto ai miei fratelli e a me le sue vere origini. I rimproveri si rinnovarono pochi giorni più tardi, mentre preparavano entrambi la cena. In questa occasione, il querelante sosteneva che noialtri ragazzi eravamo grandi abbastanza per capire che il querelato non era una persona cattiva, bensì che in tempi remoti era stato un galletto spericolato e libidinoso, difetti propri della gioventù e che ora da adulto combatteva mediante una disciplina soldatesca.
È da notare che mio progenitore era un omiciattolo paffutello e flemmatico che insegnava biologia nel liceo locale, collezionava scarabei e non mostrava mai il minimo interesse nell’antico fucile da caccia lasciatogli in eredità dal nonno. Inoltre, mi pareva di ricordare che la famiglia abitava da due generazioni a la Quebrada. Per queste ragioni, conclusi presto che la mia povera madre era in preda ad interruzioni ricorrenti, disturbo di cui non possedevo che una conoscenza puramente teorica. Bada bene, “ricorrenti” e non “costanti”; in genere si manifestavano una volta al giorno, e duravano di rado più di un’ora. Inoltre, non scatenavano mai litigate, men che meno scoppi di violenza. Una delle parti fissava semplicemente lo sguardo negli occhi dell’altra e con un tono tra l’affettuoso e il disperato pronunciava frasi del tipo: “D’altronde, coloro che forse ti volevano morto avranno già tirato le cuoia, no?” Di fronte a queste dichiarazioni, mio papà rispondeva sempre con un fievole sorriso, fingendo di capire o perfino di approvare i discorsi della moglie.
Quando, tuttavia, erano già due settimane e l’interruzione non accennava ancora a placarsi, mio padre iniziò a soffrire di attacchi di rabbia di cui mio fratello ed io sostenevamo immancabilmente l’urto. Poi una sera ci fece scendere nel seminterrato ad aspettarlo. Con passo titubante e premonizioni funeste, obbedimmo. Dopo qualche minuto, il vecchietto scese con un taccuino in mano, si sedette sul pavimento, abbassò la testa, toccandosi il collo, ed emise un sospiro lungo e profondo. Alzando lo sguardo senza però posarlo su di noi, osservò che negli ultimi tempi i suoi dialoghi con nostra madre avevano preso una piega un tanto stramba (annuimmo vigorosamente) e soggiunse che, a suo parere, non aveva altra alternativa che soddisfare il volere della sua sposa, cioè riconoscere come suo un passato rocambolesco che tra l’altro gli era quasi del tutto estraneo. Per prima cosa, però, gli toccava inventarsi questo passato, compito per il quale avrebbe richiesto il nostro aiuto, dovuto alla sua ignoranza quasi assoluta della narrativa, pratica che lui come la maggioranza degli abitanti del nostro paese riteneva frivola, per non dire incomprensibile. (Tra parentesi, le nostre mediocri abitudini di lettura erano la vergogna della famiglia.) In ogni caso, accettammo l’incarico senza esitare; papà ci enumerò i misfatti e difetti che doveva confessare e a partire da questi dati, intessemmo piano e goffamente la storia della sua vita.
Eccola: nato nella periferia di Buenos Aires, si distinse già da piccolo come studente di scienze naturali e come eccentrico, con disappunto dei genitori decisamente pratici. Quando aveva più o meno la nostra età, suo padre, che faceva il medico di famiglia, era solito portarlo con sé nelle visite a domicilio, nella speranza di fargli imparare così le basi del mestiere paterno. In una di queste escursioni, si ritrovarono a casa di Marcel Brandtwein, immigrato polacco e proprietario di una fortuna la cui provenienza era oggetto di speculazione. Il paziente, malato di polmonite, stava a letto sotto la doppia vigilanza della figlia Sabine e di una guardia del corpo con la faccia da stitico. Possedeva un fisico orsino che nemmeno in questo stato affievolito era meno imponente. Fu un ospite gradevole: si profuse in ringraziamenti, chiese scusa ogni volta che l’esasperazione causata dalla tosse gli faceva lanciare un’imprecazione, e mentre il dottore l’auscultava, intavolò un breve e affabile colloquio con il riluttante apprendista. Ad un certo punto, il giovane confessò con abituale franchezza che la sua vera vocazione non era per la medicina, ma per l’entomologia. L’ammalato fece una risata roca e segnalando Sabine con il dito, esclamò “uno studioso, proprio come lei!”
La ragazza fece un sorriso tirato, nonostante gli occhi tradissero una scintilla di furbizia, e spiegò che sognava di diventare classicista e che invece per le scienze dure era una negata. Fu così che iniziò la storia d’amore che avrebbe costretto mio padre all’esilio. Non fraintendermi: la nostra Sabine non era una volgare femme fatale. Al contrario, provava per mio papà un amore sincero, generoso e, con l’infinita frustrazione di lui, del tutto casto. La volontà non le mancava: dal pretendente accettò baci di diversi gradi di intensità, insieme ad altre manovre più ambiziose. Tuttavia, fu costretta a riconoscere che questi non destavano piacere, ma piuttosto la sensazione di appartenere alla stessa classe di un souvenir di corallo morto, un centrino di carta che languisce in un cassetto, tra tante altre cose secchissime e superflue. Davanti all’evidente disperazione dell’amante frustrato, gli propose di affidare a un’altra più adatta il compito di appagare i suoi bisogni. Dapprima, gli scrupoli del giovane lo portarono a rifiutare. Trascorso poco tempo, però, si persuase di dover consumare con ogni mezzo necessario la relazione con Sabine, anche se ciò avrebbe richiesto i servizi di un surrogato.
Armato di questo raziocinio, si mise a esplorare la vasta selezione di bordelli che offriva Buenos Aires. Una notte, mentre usciva da uno di questi locali, sentì all’improvviso qualcuno afferrarlo per i capelli, trascinarlo in un vicolo e premergli un coltello alla gola. Poi una voce pronunciò alcune parole in yiddish, lingua che i suoi genitori non avevano ritenuto necessario di trasmettergli. Con un gesto furtivo, il ragazzo si tolse dalla tasca un piccolo coltello a serramanico di cui si muniva per precauzione nelle sue uscite illecite e tirò bruscamente indietro la mano. Un urlo gli fece ronzare i timpani e giratosi, vide una sagoma che si allontanava zoppicante verso il fondo della viuzza. Infine, lo guardò crollare sotto il largo ventaglio di luce che emanava da una lampada. Riconobbe subito la faccia della guardia di Brandtwein. Il ferito fissò il giovane e con una smorfia di agonia che voleva diventare un sorriso maligno, gli diresse questo discorso: “Ho sempre saputo che eri una fighetta boriosa. Mi sa che in fondo lo sai pure tu. Resta però da vedere a quale delle due cose sei più incline. O scappi via da Buenos Aires come una fighettina, o rimani come un borioso di merda che non vuole riconoscere che in qualsiasi momento può essere fatto fuori quello che mi sostituisce”.
Soddisfatti di questo esito, salimmo assonnati e trionfanti in cucina, dove l’eroe della nostra epopea prendeva il caffè. Ci ringraziò e mentre si metteva gli occhiali per studiare il testo, ci affrettammo verso la nostra stanza condivisa a riposarci (nota che non ho detto “a dormire”.) Una volta a letto, udii una risata fragorosa proveniente dalla cucina, seguita da un’esclamazione…”Santo cielo! Che figli i miei!” Due giorni dopo, il vecchio radunò la famiglia in sala e procedette a recitare a memoria la nostra opera. L’intonazione era piatta e l’eloquio artificioso, ma seppe rendere più verosimile la narrazione aggiungendo brevi commenti su alcuni aspetti della trama (ad un certo punto, si maledisse per essere andato a puttane, dandosi schiaffi sulla fronte). Mia mamma prodigò gesti di appoggio e affetto nei confronti del marito, tenendolo per mano, accarezzandogli le spalle e facendo di sì con la testa durante quasi tutto lo spettacolo.
Da parte nostra, fingemmo apprensione, interesse, scandalo, orrore mal dissimulato e finalmente accettazione compassionevole nata dall’amore filiale che davvero sentivamo. Poi tutti ci abbracciammo.
Se il progetto è riuscito? Ebbene, papà non ebbe più attacchi di rabbia. Invece, mamma continua a fare occasionali allusioni alle supposte origini bonaerensi del marito. Solo che ormai lo fa anche lui. Non saprei dire se voglia soltanto fargli piacere o se piuttosto abbiamo a che fare con un’autentica interruption à deux. A dire il vero, ora che vivo qua, preferisco non pensare a queste cose.»
Notavo il disagio del mio collega, e cambiai discorso. Dopo qualche minuto, la conversazione – che fu la nostra prima ed ultima – andò spegnendosi. Capivo già allora che sarebbe stato un errore imperdonabile trasferire qualunque parte di questa prodigiosa storia in una mera biografia, anche riuscitissima. Per questa ragione, decisi di ambientare la giovinezza di Beguiristain non a la Quebrada, bensì in un altro paese simile in tutto alla mia terra natia, che tra l’altro mi riusciva sempre più fittizia.