Krapfen


Oggi ho un appuntamento. Per tutto il pomeriggio cerco di non pensarci. È sabato. Dopo pranzo, guardo con mia madre la tv, me ne sto seduta nel divano senza rilassarmi, tesa contro i cuscini. Alle quattro, mio padre scende al bar. Alle quattro e dieci dico a mamma che un’amica mi aspetta per un caffè: non è vero. Ho bisogno di più tempo del solito per prepararmi. Quando sono pronta mi sembra tutto sbagliato: lo smalto era troppo fresco, ho messo i sandali e l’ho sfregiato, ho coperto tutto con un’altra passata e adesso ho un grumo rosso sull’alluce. Faccio finta che il grumo non esista, perché ho finito l’acetone; mi guardo nello specchio.
Lui l’ho conosciuto al negozio. È entrato per comprare il caricabatterie di un portatile, se ne è andato con il mio numero. Mi ha inviato un messaggio, dopo – uno carino, senza complimenti da bavoso, dove mi chiedeva di vederci per una passeggiata. Penso al suo diastema mentre stendo il lucidalabbra. Credo mi potrebbe piacere. Ha le gambe grosse, solide. Non è sposato né fidanzato, sono sicura: quelli impegnati sono gentili il doppio del normale.
Sono in largo anticipo, ma esco lo stesso. Voglio evitare le domande di mia madre. Grido un saluto, lei si raccomanda di stare attenta con la macchina. Non ho voglia di aspettare l’ascensore: prendo le scale. Ci sono odori forti, sempre uguali – l’incenso rilassante dell’isterica del secondo piano, il sugo di carne che intasa la rampa al primo, gli aliti fluorati dello studio dentistico che si arrampicano dal rialzato.
Al pianterreno mi metto a camminare in punta di piedi, mentre raggiungo la porta di Lina, l’ultima prima dell’uscita. Subito, appena sto per passarci davanti, la porta si spalanca e Lina stende fuori una gamba, mi taglia la strada. Finisco per piantarmi di botto sui tacchi. Lei esce e mi basta vederle gli occhi: già so cosa sta per dirmi.
«Per favore, vallo a prendere» mi afferra l’avambraccio e tira. «Se vengono a controllare e scoprono che non è tornato in orario-».
«Oggi non posso, ho un appuntamento».
Lei mi preme il palmo tra i suoi due seni enormi, molli, foderati nel grembiule che conosco a memoria.
«Ti prego, Alice, lui ascolta solo te. Se qualcuno lo vede in giro e gli vogliono fare un dispetto… Stavolta è quella buona che gli tolgono la vigilata, lo spediscono di nuovo dentro».
Affonda le unghie e io mi riprendo il braccio con uno strattone. Sono troppo brusca: Lina comincia a piangere.
«Ti prego, ti prego, Alice. Lui ascolta solo te».
Lina mi ha fatto da tata nei dieci anni in cui i miei sono stati benestanti – prima della morte del nonno e del disastro dell’eredità. Ha iniziato a badare a me appena ci siamo trasferiti nell’attico. Me la ricordo, quando era giovane: il collo sottile, la testolina di capelli radi e biondi in cima al corpo largo. Odorava sempre di mani bagnate.
Il mio problema con Lina è che la conosco troppo bene. Quando supplica, non supplica me ma la mia pancia: si mette in ginocchio dentro al mio stomaco e piange, piange. A sentirla mi fa così male che non riesco a dirle di no.
«Grazie» dice, quando controllo l’ora sul suo polso.
«Se in mezz’ora non l’ho trovato, lascio perdere. Ho un appuntamento. Capito?» Lina fa di sì con la testa, come i cani giocattolo sui cruscotti. «Hai capito? Questa è l’ultima volta».
L’ho detto anche la settimana scorsa, e quella prima ancora. Lina lo sa ma fa finta di credermi – anche io faccio finta di credermi, mi prometto che non succederà più. Oggi pomeriggio muore la vecchia Alice. Stasera ne nasce una nuova, con il fidanzato. Prima, però, devo trovare Krapfen e riportarlo a casa.
Lo chiamano Krapfen perché da ragazzo aveva la fissa dei bomboloni. Una volta ne aveva mangiati così tanti da intossicarsi e da allora il nome gli è rimasto addosso. È l’etichetta con cui hanno iniziato a distinguerlo, a metà anni Ottanta. Poi c’era stato il fattaccio: una cosa successa prima che io nascessi ma che tutti ricordano quando si parla di lui, anche quelli più giovani di me. Un giorno Krapfen aveva picchiato un turista veneto fino al coma – il sangue di quel poveretto è rimasto per trent’anni in un laghetto al centro della piazza, anche se l’hanno lavato via. Per evitargli il riformatorio, suo padre l’aveva spedito a Düsseldorf, come è ancora uso comune in certe famiglie del paese. Krapfen me l’ha ripetuto allo sfinimento: non è stata una buona idea. L’unica cosa che ha fatto in Renania è stata imparare meglio la droga.
Quarantacinque minuti al mio appuntamento. Ho messo la minigonna. Mentre salgo in macchina, mio padre mi guarda – il bar si apre nell’angolo dall’altra parte della strada. Io e lui ci osserviamo sempre a pezzi, segati in due parti dagli stipiti delle porte o dagli infissi delle finestre. Non parliamo molto, da quando ho lasciato l’università: quattro anni e tre mesi di comunicazioni a regime ridotto, risentimenti a volume completo. Lui non sa di Krapfen, neppure mia madre lo sa. A sapere di Krapfen siamo io e Lina, che non vale come persona informata dei fatti – lei è un sintomo collaterale, il veicolo immunizzato attraverso cui il batterio si è diffuso.
Krapfen ha cinque posti in cui va a nascondersi quando l’angoscia lo assale. Ogni tanto sono fortunata, trovo quello giusto al primo tentativo; altre volte quello giusto è l’ultimo. Non ci sono schemi o logiche utili per la ricerca: lui può essere in uno qualsiasi dei cinque posti. Scelgo di iniziare dalla stazione. Questa è l’ora indecisa in cui i negozi riaprono, le saracinesche grippano nel caldo umido dell’estate e non c’è quasi nessuno per le strade. Il paese resiste agli orari continuati e il coprifuoco del pomeriggio è in vigore per tutte le attività che non commerciano bibite fresche. A me, come a Krapfen, questa città piace solo quando sembra disabitata.
Ci siamo conosciuti che avevo cinque anni. Una presentazione ufficiale non c’è mai stata. Quando tornavo da scuola, Lina aveva già finito le pulizie giornaliere da noi e mi portava al pianterreno, dove aveva mucchi di biancheria da stirare per il secondo lavoro. Venivano a trovarla spesso i suoi fratelli: due erano vecchi e con le mani che puzzavano di pesce; il più giovane era Krapfen. Da bambina, la sua versione ventenne mi sembrava altissima, i suoi occhi ipertiroidei due luci azzurre. Aveva una coda lunga e scura, nella mia fantasia quella era una dote da pirata: glielo avevo anche detto. Lui mi sollevava dal pavimento a scacchi bianchi e neri, mi portava nel cortile e mi faceva accarezzare il suo maremmano. Quando Lina aveva tanto da stirare, lui mi faceva mangiare – se non riuscivo a finire, svuotava il piatto per me, poi giocavamo a nascondino. Lina mi aveva fatto giurare che non avrei raccontato delle visite di Krapfen a mamma e papà. All’inizio guadagnava il mio silenzio con le polpette.
Il cane, il cibo, il gioco: adoravo Krapfen. Mi dava retta e quando gli parlavo mi guardava dritto negli occhi. I miei lavoravano tutto il giorno in negozio e la sera, al passaggio di consegne, mi ascoltavano con lo sguardo basso, già perso nel giorno successivo. Lina si raccomandava ogni pomeriggio: «non dire a mamma e papà che oggi Krapfen è venuto a trovarci, altrimenti non ti fanno scendere più». Quando le chiedevo perché, lei tirava sempre fuori una madonna addolorata – non poteva spiegarmi che Krapfen lo conoscevano tutti, che per colpa sua aveva paura di perdermi e insieme a me il lavoro, i soldi che le servivano.
Parcheggio davanti alla stazione. I tacchi mi rallentano, sfilo le scarpe appena arrivo al marciapiede. La biglietteria è chiusa, dietro al vetro opaco c’è un ufficio disabitato. La schiena nera di una zingara sporge in una gobba dalla porta dei bagni pubblici, in fondo alla banchina. Cammino in direzione opposta, dove i binari vanno a morire. Krapfen si nasconde sempre dietro alle carcasse dei vagoni merci. La banchina è rovente, dove la tettoia non li protegge i muri perdono la pelle, l’intonaco si arriccia. Controllo che nessuno mi stia guardando e scendo sui binari; mi scotto i piedi sull’asfalto che imbraga le rotaie in disuso. Questo è il rifugio dei tossici di zona: si fanno, pisciano nei cespugli gialli di margherite selvatiche, se ne vanno. Lui non c’è. Non ho tenuto il conto delle volte in cui l’ho visto seduto a cavallo dei respingenti, la cima della testa ustionata: ha ormai perso quasi tutti i capelli. Torno indietro. In macchina mi specchio e trovo il trucco già lucido; riprendo a guidare senza le scarpe.
Trenta minuti al mio appuntamento. Il giorno della pistola è stato poco dopo la bancarotta. Da quel punto in poi, niente è andato come avrebbe dovuto. Alla morte del nonno, i miei zii avevano preteso la riscossione delle quote societarie e, insieme all’azienda, anche la nostra famiglia aveva iniziato a fallire. Il giorno della pistola, Lina aveva fatto un’eccezione: era andata a consegnare personalmente un corredo da sposa. Non ha mai preso la patente, Lina: si è sempre mossa a piedi, lentissima.
Il secondo nascondiglio è il porto. Tutti gli esili di Krapfen si consumano in posti raggiungibili solo a piedi. Mi spingo con la macchina fino ai jersey che delimitano l’area accessibile. C’è già un gruppo di uomini in attesa del rientro delle paranze, li sento fissarmi mentre supero le barriere e marcio verso il molo. Le barche ormeggiate a nolo collidono gommose, protette dai parabordi, qualche gabbiano riposa sui becchi goffi delle bitte. Salgo le scale di pietra fino alla cima del molo, mi affaccio. Se lui c’è, se ne sta appoggiato con la schiena al dorso di pietra, la testa all’indietro e la gola esposta; tiene le mani intrecciate in grembo in una preghiera pigra. Anche se non lo vedo, insisto, frugo con gli occhi tra i tetrapodi, poi giù nell’acqua scura; mi spingo con lo sguardo fino alla diga foranea, che si apre in un taglio nel mare, a tre chilometri dalla costa. Lo immagino camminare laggiù, poi torno indietro.
Di nuovo in macchina, conto i miei venti minuti residui. Decido di tentare con il posto più lontano: da lì, se sarà necessario, potrò rientrare in paese e controllare gli ultimi due. Tampono il viso con un fazzoletto, attenta a non rovinare il trucco. Dovrei smettere, ricompormi per il mio appuntamento, sono allo stadio di disfacimento in cui lui mi troverebbe comunque carina. Ma chi riporterebbe Krapfen a casa? Da quando è in libertà vigilata non ha più amici, non vuole vedere nessuno. È depresso e dice di volere tornare dentro. Lina ha paura che in carcere smetta di nuovo di mangiare, come l’ultima volta: gliel’hanno rispedito a casa che non riusciva a tirarsi su le mutande.
Krapfen non era scheletrico come adesso, il giorno della pistola. Era ancora giovane, aveva la forza nervosa dei magri, la sua coda lunga, i suoi occhi azzurri. Quel pomeriggio, appena Lina era uscita, lui aveva iniziato a camminare intorno al tavolo dove io facevo i compiti. Avanti e indietro, si era riempito un bicchiere con l’acqua del rubinetto, mi aveva detto che ero brava con le addizioni. Poi si era stancato di guardarmi studiare, aveva deciso di giocare a nascondino. Io avevo paura che Lina tornasse e ci scoprisse – dovevo farle vedere i compiti finiti, al rientro – così ero scesa giù dalla sedia un po’ indecisa. Un momento dopo, Krapfen aveva iniziato a contare, la faccia contro il muro. Uno, due, tre, quattro. Ero scivolata in punta di piedi tra gli scacchi bianchi e neri, mi ero andata a nascondere nella cameretta senza finestre, quella che Lina usava per conservare la biancheria da stirare. Cinque, sei, sette, otto. Nella stanza buia, ero scivolata sotto a due grandi tende arrotolate sul letto. Ero piccola, per la mia età, la più piccola della mia classe. Dieci!
Il terzo nascondiglio è il faro sulla litoranea, che sta lì a segnalare un pezzo di costa impazzito: la punta di roccia si allunga per due chilometri nel mare, un picco anomalo nella cardio frequenza placida delle spiagge. Qui è troppo pericoloso per i tuffi, anche se qualche straniero ci prova ogni stagione, e ogni stagione i paramedici bestemmiano le sante cui sono devoti, recuperando ragazzini con le teste sanguinanti aperte sugli scogli. Quando non è alta stagione, nessuno si spinge fin qui, a eccezione delle poiane, che cacciano tra le chiome dure del rosmarino, giocano a devastare le teste rosse dei lentischi. Parcheggio prima che la lingua di terra si restringa, scendo, i piedi nudi si appoggiano sul terreno indeciso: sabbia ferrosa e polveri di tufo si mescolano in un sentiero stretto fino al faro, ai due lati gli scogli si allargano e cadono a picco nel fondale.
So che Krapfen è qui prima di vederlo. Anche il giorno della pistola, lo avevo sentito arrivare ma non con gli occhi, né con le orecchie. Avevo riconosciuto la sua presenza nella stanza prima che allungasse la mano a tirare le tende che mi coprivano. Ci eravamo guardati nel buio, senza vederci in faccia. Così, i suoi occhi azzurri completamente spenti, Krapfen mi aveva detto che mi avrebbe fatto vedere la sua pistola: quella vera, che usava per combattere, perché lui era un pirata. Gli avevo detto che i pirati non esistevano davvero, io lo sapevo. Lui aveva detto che però la pistola era vera. Era andato a prenderla, era tornato nella stanza e aveva accostato la porta. L’aveva tirata fuori dal fodero e mi aveva detto che dovevo toccarla. Io avevo obbedito. Mi aveva detto di soffiarci sopra. Io avevo obbedito. Mi aveva detto di trattenere il respiro mentre lui contava fino a dieci. Poi l’aveva riposta nelle mie mani, io ne avevo sentito il peso e mi ero ritratta. Lui l’aveva subito conservata di nuovo nel fodero. «Non lo devi dire a nessuno, Alice. Nemmeno a Lina. Altrimenti io non posso più tornare a giocare con te». Non l’avevo detto a Lina, ma Krapfen non era tornato lo stesso. La sera seguente, quando l’avevano preso a spacciare, non era stato abbastanza veloce.
Lo trovo seduto contro la porta del faro, che si guarda le scarpe. Penso che mancano dieci minuti al mio appuntamento, che dovrei inviare un messaggio all’uomo che mi aspetta, dirgli che farò tardi, e invece resto qui ferma a fissare Krapfen, non riesco a muovermi. Anche adesso, ho fisse in mente tutte le tappe degli ultimi venticinque anni, risolte in immagini. Il quintale di mozzarelle che papà porta a casa il giorno della chiusura del negozio, mamma che dice che ne mangeremo quante ne potremo e invece non le tocchiamo, quelle diventano gialle, puzzano di acido nel frigorifero, ma lei non si rassegna a buttarle. Krapfen che sparisce in carcere per sette anni; io che, anche se Lina non lavora più per noi, continuo ad andare a trovarla. Papà rimedia un nuovo lavoro, mamma no; riusciamo a tenere la casa prosciugando i risparmi. Quando Krapfen esce la prima volta dal carcere, io ho tredici anni: ci incontriamo a casa di Lina. Sono felice di vederlo ma qualcosa dentro di me fa una capriola, smetto di mangiare come dovrei. Da quel momento in poi, divento il problema numero uno della mia famiglia.
«Abbiamo quindici minuti per tornare a casa» gli dico.
Lui alza la testa e mi guarda senza espressione. Invecchiando, gli occhi gli si sono sbiaditi. È sbiadito tutto, si è consumato. Non risponde. Mi siedo vicino a lui. Il muro del faro è tiepido e la luce obliqua del sole mi acceca.
Mentre scontava la prima pena, Krapfen aveva studiato, aveva smesso con la droga. A quattordici anni non mangiavo quasi niente e a scuola ero un disastro in tutte le materie. A casa, mia madre guardava la televisione o piangeva: dopo il fallimento era diventata inservibile. Io evadevo da Lina, Krapfen mi aiutava con i compiti: si era trasferito a vivere con la sorella per ordinanza del giudice, dormiva nella cameretta di servizio, tra i panni puliti. Io e lui parlavamo di tutto mentre Lina stirava. Gli raccontavo dei compagni di scuola, delle amiche, e lui mi allungava gli avanzi dei suoi pasti: gli acini d’uva senza pelle, le fette di mela, i bocconi di pane, la pasta. Parlandomi mi convinceva a mangiare.
Era andato tutto per il verso giusto fino a quando, un giorno, Lina era uscita, ci aveva lasciati soli. Per la prima mezz’ora Krapfen era rimasto seduto sulla sua sedia, all’altro capo del tavolo. Poi gli avevo chiesto di spiegarmi il limite di una funzione e lui si era alzato in piedi di scatto. Aveva fatto due passi verso di me, s’era fermato vicino, poi, d’improvviso, aveva girato su se stesso e se n’era andato senza neppure vestirsi, in canottiera, a piedi nudi. La settimana dopo si era fatto arrestare di nuovo: rapina a mano armata.
«Voglio tornare dentro» dice Krapfen.
«Ancora con questa storia? Hai cinquant’anni, stai cadendo a pezzi».
«Non mi interessa, ci voglio tornare».
Scuoto la testa, mi guardo i piedi neri, impastati di polvere. La gonna si è sgualcita, sento il sudore compresso tra la pelle e la maglietta sintetica. Il mio cellulare vibra e io lo ignoro.
Dalla seconda condanna, Krapfen aveva fatto dentro e fuori dalla prigione altre quattro volte. Mentre lui scontava le pene, io crescevo, ci incontravamo a ogni sua scarcerazione. L’estate dei miei vent’anni ero andata a salutarlo e l’avevo trovato solo. Lui mi aveva fatto entrare, poi era subito schizzato sul fondo della cucina, mentre io mi ero fermata sulla porta. A distanza di sicurezza, avevamo parlato della maturità che lui si era perso, del mio ragazzo di allora. Gli avevo detto che per me non era facile trovare qualcuno che mi piacesse davvero – «E perché?» mi aveva chiesto. «Perché le persone dicono un sacco di bugie». Krapfen mi si era sfaldato davanti agli occhi. L’aria era uscita dal suo corpo come da un palloncino, si era afflosciato sulle ginocchia. Gli ero andata incontro per soccorrerlo e lui mi aveva afferrato per la vita, aveva premuto la faccia contro la mia pancia. «Scusa» aveva cominciato a ripetere, piangendo. «Scusami»: parlava del giorno della pistola. La settimana successiva l’aveva fatta talmente grossa che l’avevano sbattuto dentro per altri otto anni.
«Io sto bene solo lì» dice Krapfen, rannicchiandosi, le gambe al petto e il mento tra le ginocchia.
«Infatti, ci stavi morendo» dico. «Dai, facciamo ancora in tempo, alzati, su».
Il mio appuntamento ormai è perso. Gli prendo un braccio, faccio per tirarlo ma non mi alzo da terra, resto qui, aggrappata alla punta del suo gomito. Continuo a pensare di alzarmi e resto ferma, sudata, sporca, con un grumo rosso sull’alluce.
«Alice, devo tornare in prigione, subito».
Vorrei dirgli che dal giorno della pistola ci siamo già. I cinque nascondigli, le nostre ossa magre, il porto, la stazione, il faro: questo è il nostro ergastolo personale. Penso che non posso dirglielo. Krapfen ascolta solo me. Devo riportarlo a casa. Mi rimetto dritta sui miei piedi nudi, faccio come ho fatto la scorsa settimana, e quella prima ancora: lo costringo a seguirmi.