Brava

4.49

Lo chiamo Dynascope perché c’è scritto sul monitor in basso. Non sono molto esperta, ma so alcune cose. So ad esempio che nel Dynascope c’è il misuratore della pressione, quello dell’ossigenazione del sangue e quello dell’attività cardiaca, e al variare dei parametri di riferimento posso calcolare con buona approssimazione il tempo rimanente. Ho una certa confidenza con la materia, una confidenza del tutto empirica. Me la sono sudata, notte dopo notte, io e il Dynascope luminoso e ogni tanto i passi degli infermieri sul linoleum e il respiro dell’assistito di turno. Le creste verdi dell’attività cardiaca che si assottigliano e perdono di dinamica. Il cuore del signor Giovanni, a questo punto, sta rallentando la corsa a poco a poco, e ormai da un paio d’ore il filo verde luminoso che segna la sua attività si è assestato su intervalli molto brevi. Altre due ore, due e mezzo al massimo, dopodiché anche lui scivolerà in una dimensione non contemplata. Mi piace il Dynascope perché riporta tutto a una questione di colori, numeri, movimenti di segnali luminosi; mi piace perché so che posso contare su una serie di parametri oggettivi. L’ossigenazione del sangue, la pressione arteriosa, il battito cardiaco. Siamo impulsi, elettricità, siamo una serie potenzialmente infinita di parametri inseriti in una rete di cause e conseguenze. Il parametro dell’ossigenazione è ancora buono, sta sui novantadue, ma tra un po’ inizierà a perdere colpi, e calerà fino ai settantacinque. Già sotto gli ottantacinque, comunque, il Dynascope attiva un segnale d’allarme che arriva direttamente sui monitor degli infermieri di turno, di là negli uffici. Io dico che fra una decina di minuti il signor Giovanni avrà una prima crisi, poi interverranno i rianimatori con i defibrillatori, poi le cose torneranno stabili per un paio d’ore, durante le quali il filo verde luminoso del battito cardiaco si assottiglierà, in attesa di una seconda crisi ben più definitiva. Spero tanto di sbagliarmi, ma secondo me il signor Giovanni ci lascerà fra qualcosa come tre ore e dieci minuti a partire da adesso. Ha ottantasei anni, e un’ischemia cerebrale gli ha ridotto l’encefalo a una spugna imbevuta di sangue. Arrivando qui, stasera, ho incontrato per la prima volta sua figlia, ho potuto dare una faccia alla voce che mi ha chiamata una settimana fa. Non può rimanere la notte di fianco al padre, in questa stanza dove la gente viene a morire. Così ci resto io, è il mio lavoro.

La prima crisi. Mentre i rianimatori si occupano di dare una decina di minuti in più al signor Giovanni, io vado a controllare vicino alle macchinette del caffè se qualcuno ha staccato i volantini con il mio numero di telefono. Sono ancora al loro posto, di fianco al cartello che dice “Divieto di affissione”. Laureanda in Scienze Infermieristiche offresi per assistenza notturna, prezzi modici, max serietà. Rossana 349 6504924. Prendo un caffè lungo con molto zucchero.

Un’altra cosa che mi piace è l’ambiente acustico che questa tecnologia riesce a costruire in un reparto d’ospedale. Ticchettii, impulsi, pigolii elettronici, l’architettura uditiva della vita quando è nuda davanti alla prospettiva del grado zero. Di notte, verso le tre, il silenzio è così totale che è difficile pensare che qualcosa esista davvero, è così assurdo credere nella realtà, nella presenza fisica del mondo. I reticoli sonori di tutti i Dynascope del reparto disegnano un livello uditivo ulteriore, che immagino essere una membrana, piena di interazioni fra singoli segnali all’interno di una massa sonora morbida e impalpabile. Ora, ad esempio, mi viene davvero difficile pensare che la vita possa essere qualcosa di diverso da questo: lo spettro sonoro della sua conservazione ospedaliera. Poi c’è il ritmo regolare del respiro nel coma farmacologico, ogni tanto lo squillo di un interfono, e un infermiere che passa lungo il corridoio per sostituire una flebo. Gli infermieri ormai li conosco tutti: ecco Simone che mi porta la sdraio e il cuscino per passare la notte, sulla porta c’è Claudia che mi sorride nella luce tenue delle lampade a basso voltaggio. Temo non ci sarà nessun bisogno della sdraio, né del cuscino: ho il numero d’emergenza per la notte, quello che dovrò chiamare quando il signor Giovanni se ne sarà andato; non il numero della figlia, ma del marito di lei, dato che lei non potrà rispondermi, perché per dormire prende i sonniferi e non sentirebbe neppure un terremoto.

5.27

Mando un sms ad Alex: “Giovanni D’Ursi, 1 h e 53 min, da adesso. Sono le 5.27”. Alex fa il portiere di notte in un albergo non lontano da qui. Guardo il Dynascope che mi illustra i livelli del signor Giovanni, ancora buoni anche dopo la prima crisi. “Questo signore, quanta forza che ha questo signore,” dice Simone, cambiando la flebo con distratta professionalità. Ma le sue spalle che si stringono dicono che tutta questa forza non basterà. Simone esce dalla stanza e rimaniamo soli, io e il signor Giovanni. Io, il signor Giovanni e i suoi valori sul Dynascope. Il filo verde luminoso che si stabilizza, i numeri che continuano a calare, il silenzio dei cinguetti elettrostatici. Non so perché sto raccontando questa storia.

Preferisco la notte. All’inizio mi dava problemi, certo: le solite storie legate all’orologio biologico, al vivere quando il resto degli esemplari della tua specie stanno dormendo. Poi ho iniziato a soffrire di insonnia, a non dormire comunque, mentre i restanti esseri umani dormivano nei loro letti distanti, immersi nella stessa notte che a me impediva di fare sogni, di russare morbidamente, di traspirare anidride carbonica. Il ciclo dell’insulina saltato, il metabolismo rovinato, la vita che sembra un’enorme infinita allucinazione. Nel frattempo ho incontrato Alex, altro condannato a questo vampirismo involontario. Così ho deciso di attaccare solo volantini per l’assistenza notturna. Me la faccio pagare il doppio, ma non si tratta dei soldi. La differenza principale fra la notte e il giorno, in questo che continuo a considerare un lavoro, è la presenza, durante il giorno e ad eccezione di medici e infermieri, di altre persone fra il tuo corpo e quello del tuo assistito immobilizzato a letto. Di notte invece siamo soli. Non è una semplice questione di sovraffollamento, è proprio la dinamica che salta: io sono qui, al capezzale di un uomo o di una donna che sta abbandonando la vita, e devo dedicarmi alla causa della vicinanza, del silenzio, dell’osservanza del fatto che qui, in questa stanza, c’è un cuore sincronizzato al mio, monitorato elettronicamente, che sta dando i suoi ultimi colpi prima di scivolare nell’ignoto. Di giorno, durante gli orari di visita, questa concentrazione sfuma, e la stanza si riempie di parenti e amici che parlano al mio assistito frapponendosi fra me e lui, e poi i piagnistei e i ricordi dei tempi andati, e la sensazione quasi tattile della loro diffidenza nei miei confronti, loro che non sono in grado di trovare il tempo sufficiente per accompagnare questa persona alla sua ultima ora. Sento la loro frustrazione verso ciò che io faccio con impegno: avverto emozioni negative. Mi odiano? Molto meglio quando di parenti non c’è traccia, tutti in altri mondi a vivere la propria vita. Mi avvicino al letto del signor Giovanni, con la luce elettronica del Dynascope che gli strina il volto di riflessi azzurrognoli. Il respiro è un metronomo, e mi piace osservare il suo torace robusto che si solleva ritmicamente, gonfiandosi sotto il lenzuolo azzurro. Il signor Giovanni ha visto il sole: la sua pelle non ha mai conosciuto creme idratanti prima degli ultimi anni. Sul suo viso, sulla sua testa calva, i raggi UVA e UVB hanno lavorato ogni singolo giorno per ricamare tutta una mappa di eruzioni cutanee e melanomi che ora sto idratando con una salvietta all’aloe vera. Una vita intera di lavoro e sacrifici, per il signor Giovanni. Nelle miniere in Belgio, poi muratore in Germania: il curriculum dei disperati nel dopoguerra. Quindi il ritorno, il viaggio in treno con i risparmi cuciti addosso, la figlia che non aveva neanche visto nascere, quattro anni prima. Il signor Giovanni in campagna, nelle fiere per vendere i prodotti del suo orto, gli anni sessanta che fanno il boom economico e quelli lontani dalle industrie e dalle città neppure se ne accorgono. Mi preoccupo di raccogliere tutte le informazioni possibili sul conto dei malati che assisto: ho tenuto al telefono la figlia del signor Giovanni per un paio di pomeriggi, chiedendole di raccontarmi quello che poteva essermi utile. Non mi è dovuto, certo. Semplicemente, non mi piace l’idea di accompagnare al termine della vita degli sconosciuti. Il Dynascope non restituisce nessuna reazione di benessere o piacere ai miei gesti attenti e gentili. Le onde si indeboliscono, la marea elettronica si abbassa lentamente. Sul naso e sugli zigomi la pelle è tesa come gomma sottile, uno strato ialino. Nelle braccia il sangue coagulato ha formato degli accumuli color cioccolato. Torno alla poltrona, scrivo una nota sul cellulare: “La pelle vetrificata, le mani essiccate dall’artrite, le unghie opache, indurite come quarzo grezzo”.

6.28

Ai gorgoglii dei macchinari, ai finti cinguettii elettronici del Dynascope, si aggiungono pian piano i cinguetti reali dei primi passeri, sui rami degli alberi che crescono a ridosso del parcheggio riservato al personale medico. Mi piace immaginarmi un dialogo fra questi richiami: gli uccelli che si danno da fare per interagire con un segnale che non riconoscono e che li incuriosisce. Neppure la modernità tecnica ha perso il gusto delle corrispondenze. La notte inizia a sbiadire, molto in lontananza: la luce, da qualche parte oltre la curvatura del pianeta, ripete l’inattaccabile abitudine del progredire del tempo. Il cielo è blu scuro, purissimo. Riflessi sul vetro del finestrone, vedo entrare due infermieri per l’ultimo controllo di routine: si portano appresso l’odore del distributore di caffè, e due paia di occhi ancora poco lucidi. Signor Giovanni, guardi che colore che ha il cielo, che grado di purezza: così compatto e definito da desiderare di esserne inghiottiti. Che ne è di tutti gli anni trascorsi? Com’è stata questa sua esperienza? Qualcosa in più di un accadimento? Lo sguardo di sua figlia, quando l’ha vista per la prima volta: per quanto tempo se l’è portato dentro? Era ancora lì, quello sguardo, mentre le cedevano le ginocchia e sbatteva la testa sull’asfalto? Ha vissuto l’amore? L’ha sentito? L’ha meritato? E molte altre domande che lascio fluttuare nella stanza.

7.20

Faccio il numero che mi ha dato la figlia del signor Giovanni e aspetto che una voce ancora roca di sonno risponda, poi dico quello che c’è da dire e mando un sms al mio ragazzo: “Ora del decesso 7.20”. Gli infermieri stanno staccando dalle macchine il corpo del signor Giovanni, che ha preso subito un colore vizzo, come quello di una parete che non viene imbiancata da cent’anni. Quel corpo senza più un proprietario di anni ne ha ottantasei. I suoi organi, ora spenti, sono stati in funzione per ottantasei anni, ininterrottamente. Una macchina perfetta. Aspetto l’ascensore, sento lo squillo di un sms in arrivo, lo apro: “1h e 53min esatti, sei diventata brava, davvero”. Poi rispondo io: “Passo a prenderti”.

Alex stacca alle otto. Mentre lo vedo uscire, scrivo questa nota: “30 anni, 6 mesi, 21 giorni, 3 ore, 47 minuti, a partire da ora. Sono le 8.02, è il 16 dicembre 2012”.

Sono diventata brava, davvero brava.