Mon amour, mon amour


Amore dice che quando mi incontra è felice. E se non mi incontra? È felice lo stesso.
Passiamo la vita a significare che Amore è diverso dagli altri, che è persona simpatica, che fa ridere serio, non come certi con cui ti devi sforzare di ridere. Ma la verità volete sapere qual è? La verità non è che Amore fa ridere serio, ma che siamo noi che facciamo seriamente ridere Amore.
Nel 1984, mentre nascevo, Adriano Celentano cantava su Rai Uno Susanna, una canzone che poi ho scoperto essere una cover di un pezzo di un gruppo olandese – tali VOF de Kunst. Bene, io all’età di nove anni, nello stesso momento della vita in cui Dante incontra per la prima volta Beatrice – atrofizzata davanti al televisore 21 pollici Panasonic dei miei, in una di quelle serate carosello in cui la Rai manda in onda il meglio del peggio tra un tg e l’attesa che abbia inizio la prima serata – io, dicevo, mi innamoro di Adriano Celentano che mi si materializza nel tubo catodico cantante Susanna in un Fantastico del 1987; nel frattempo, dall’84 all’87 avevo compiuto tre anni, ma è appunto nel ‘93 che ha inizio la fine. E noi quando ci innamoriamo lo sentiamo che stiamo facendo qualcosa di altamente tossico. E io me la ricordo quella sensazione di tossicità che invade il mio corpo nello stesso preciso momento in cui inizio a secernere saliva da ogni dove. Avevo nove anni e fino a quel momento “nessuna colpa addosso” direbbe il cantautore genovese, eppure davanti all’immagine in movimento di quel Bingo Bongo vestito di un gessato grigio, camicia a pois e cravatta di seta celeste (ripeto perché repetita iuvant: gessato grigio, camicia a pois e cravatta di seta celeste) che incede sulla scena senza provare vergogna né per l’outfit né per la evidente stempiatura che polverizza il cranio, ma anzi sfoggiando un sorriso banano e lo sguardo che poi ho scoperto essere lo sguardo più seduttivo di tutti, cioè quello con la testa lievemente reclinata verso sinistra e il binomio oculare reso umbratile da un’arcata sopraccigliare in modalità arrogante, mentre lui avanza dal fondo del Teatro delle Vittorie verso il proscenio delle telecamere, io arretro in direzione di uno stadio evolutivo vegetale dove similmente proprio a una pianta assumo la luce diretta che mi arriva dal monitor e l’immagine fluorescente di Adriano Celentano basta a dare senso alla mia esistenza. Questa cosa io la stabilisco al ritmo del suo schiocco di dita, Adriano schiocca le dita di entrambe le mani, ancheggia lievemente (anche lì, altro elemento seduttivo che apprendo all’età di nove anni, lezione n. due piccola Daniel San “la seduzione accenna non dichiara”) e io da bambina normanno-partenopea divento una giovane donna della tribù dei Tsonga del Mozambico il cui rito di iniziazione al femminile ha per soggetto/oggetto il quarantenne Adriano Celentano. Mia nonna – che assiste inerme alla cerimonia – si permette di esclamare “E mò so’ volatili per diabetici”, ovvero sia “cazzi amari”. Poi aggiunge, “Senti bella di nonna tua, se a nove anni ti innamori di un vecchio poi la vita diventa tutta una salita su una montagna di sapone, Gesù-Gesù tu ancora non tieni fatta nemmeno la comunione, chiudi ste gambe, siediti composta”. Ma la voce suadente del tritone Adriano mi incatena all’albero maestro del desiderio e l’eco della mia anziana consanguinea mi arriva distorto sotto il getto caldo di parole come “io, turista ticinese / tu regina di Pigalle / indossavi un pechinese / ed un triangolo di strass / ti ho detto “vieni via con me”/ tu mi hai detto “sì” / io ti ho detto “ripasserò” / “ma no! monsieur, tu ne preoccupe pas, ma vai!” / Susanna, Susanna, Susanna, Susanna /mon amour”. Attorno al mio uomo si agitano menadi e satiri di bianco vestiti che nell’acme del rito dionisiaco formano un cerchio danzante tutt’attorno alla mia divinità e nel momento esatto in cui io formulo, per la prima volta nella mia vita, la mistica domanda interiore con cui ci si auto-immola sull’altare dell’innamoramento, ovvero “come posso io farmi amare da te?” ecco che l’angelo custode risponde prendendo le fattezze di Heather Parisi, che appare, all’improvviso, al centro del cerchio munita di una mazza da biliardo e vestita di celeste come da protocollo angelico. A quel punto, ricordo, mi inginocchiai davanti al televisore e lasciai che l’angelo biondo senza aprir bocca annunciasse la profezia: “Agita le spallucce, sculetta, assumi una espressione smorfiosetta, batti il tempo a terra con il sacro bastone del biliardo e poi con quello stesso fallico oggetto gioca al gatto e il topo, capito Susanna? Vuoi essere Susanna mon amour? E allora balla. Vuoi tu Adriano, Susanna? E allora impara la coreografia!”. Così fu che, per mancanza di spazio a casa mia (trattavasi di appartamento di 40mq cucina, camera e bagno, tutto sempre molto affollato datosi che noi eravamo sei e le stanze solo tre, quindi almeno una a stanza lo trovavi) occupai abusivamente la camera da letto della sorella morta della mia vicina di casa nobile e mi decisi a trascorrere lì interi pomeriggi esercitandomi nella coreografia aiutata da mio padre che, mai stanco delle mie iniziative alternative allo studio (a giugno mi attendeva l’esame di quinta elementare), mi procurò uno stereo portatile e la cassetta di Adriano Celentano contenente Susanna. Passano mesi e arriva il maggio “del mio scontento”, dopo ore e ore di allenamento coatto nella stanza bunker, in uno di quei caldi pomeriggi di maggio in cui ricorreva il compleanno di Padre Pio, Amore appare per la prima volta nella mia vita, portandomi in dono una cartellina piena di disegni raffiguranti i Cavalieri dello Zodiaco e dicendomi che sono tutti per me e che ci teneva a farmeli avere prima che la scuola finisse. Fa una smorfia Amore mentre pronuncia la frase “che la scuola finisse”, inclina uno po’ la testa, la rialza, eccolo lo sguardo obliquo, quello di Adriano! Mi passo la lingua tra i denti in modo mitologico, sento il sangue del mio sacrificio coreografico quotidiano bavarmi agli angoli della bocca, Adriano ha preso le sembianze di Amore per venire da me e rispondere alla mia danza amorosa. Torno a casa col cuore in evidente subbuglio susannoso, corro a infilarmi il vestito da Heather Parisi (che nel frattempo mi sono fatta confezionare con la scusa del carnevale del ‘93) afferro l’appendiabiti di alluminio dall’armadio dei miei (che la mazza da biliardo si sono rifiutati di comprarmela, almeno quella) e senza nemmeno badare al pranzo – che tanto quando ti innamori ti si chiude lo stomaco – corro a casa della mia vicina Giuseppina per compiere subito una danza di ringraziamento nella stanza della morta. Nell’ebbrezza e nello stordimento dei lazzi amorosi decido di iniziare il ballo già su per le scale, mi imbroglio io e l’appendipanni e anziché salire incomincio vorticosamente a ruciuliare dal quinto al quarto piano. È ora di pranzo, i miei sono a lavoro, ma il resto dei condomini no, si affacciano tutti sul pianerottolo del quinto preoccupati di avermi sentita cantare a squarcia gola “Susanna, Susanna”, poi un botto e più nulla. Sotto i loro occhi l’immagine di Baby Heather riversa su un fianco, faccia sul gradino di piperno, la mazza dei panni tenuta dritta come un’alabarda che sottovoce balbetto “mon amour/ mon amour”. Mia nonna mi raccatta da terra, chiama un taxi e mi porta al C.T.O., mentre stiamo per varcare la soglia dell’ospedale intima “non dire che sei caduta per fare sta stronzata di Susanna che già per come stai vestita facciamo una figura di merda”. Nascondo perciò le ragioni del cuore ai medici che curano le mie ferite e fanno una bella fasciatura stretta alla caviglia destra – che rompere non si è rotta, ma ho preso una bella botta e bisogna bloccarla un po’. Mi danno tre giorni di riposo, io nel letto ripasso a occhi chiusi la coreografia e prego tutte le religioni di recuperare il perfetto uso dei miei arti per tornare a compiere le sacre danze propiziatorie. Quando torno a scuola non ho le bende ma un po’ zoppico, Amore se ne accorge, mi chiede “che è stato?”, gli spiego l’accaduto, che è successo dopo che mi ha dato i disegni dei Cavalieri dello Zodiaco e mentre spiego Amore fa una smorfia, ma non la smorfia di Adriano, Amore sorride e poi incomincia a ridere. A ridere. E da quella volta, ogni volta che Amore torna, lui prima ride e poi tutto il resto. Poi quando mi dice che sta per partire mai che mi dica “vieni via con me” come Adriano canta a Susanna, sono io che gli dico “Non te ne andare, Amore, non te ne andare”. “Tranquilla, non me ne vado”. E intanto va. E ride. Lui ride.