Conduzione famigliare


Pepe se la prende comoda e i preparativi toccano quasi sempre a te. Sei già a buon punto, la sala è pronta. La macchina è pronta, hai avviato il motore con largo anticipo. Si è acceso con un lungo sospiro da animale esausto. Hai strappato quattro fogli di carta assorbente blu e li hai sovrapposti, formando un rettangolo: massima resistenza per massima resa. Ci hai spruzzato sopra dell’antisettico e l’hai passato sul lettino. Hai piegato il rettangolo a metà, poi ancora in quattro. L’hai passato in direzione opposta, con movimento rotatorio, per asciugare la superficie in pelle. Hai gettato la carta nel cestino. Hai annodato i lembi del sacchetto e sei andato fino in fondo al corridoio per gettarlo nel cassonetto della raccolta differenziata. Hai inserito un nuovo sacchetto nel cestino, assicurandolo al bordo con una clip medica. Hai fissato l’anta del portone d’ingresso al muro retrostante con il gancio metallico affisso dietro. Poi è arrivata la paziente, in anticipo. Pronti attenti via, direbbe Pepe. Gli piace fare il simpatico.
L’hai accompagnata in camerino alcuni minuti fa, ormai dovrebbe essere quasi pronta. Non potevi mica aspettare dentro. Dopo una certa età non si accompagna più la mamma a cambiarsi. Tu allora la aspettavi seduto in terra fuori, guardandola entrare e uscire dalle scarpe. Non ci avrà messo molto a rimuovere gli indumenti contenenti elementi metallici. Non porta gioielli. Non le piacciono i tatuaggi: le persone che si fanno i tatuaggi la disgustano, le sembrano sporche. Su quel fronte niente di cui preoccuparsi. È arrivata preparata, ma era di poche parole. Ti sei accorto che aveva paura. Hanno sempre paura. Per qualcuno la preparazione non aiuta: pensarci e ripensarci non aiuta. Gli fa salire il panico.
Le hai indicato il camerino Betulla, il secondo in corridoio. Lo usate quando il primo, Acero, è occupato. Stamattina è pieno di scatole, colli di stock medico da sistemare. Soluzione salina, copriscarpe di plastica usa e getta, bloc-notes promozionali con il logo dell’azienda in fondo alla pagina. Appena arrivato, li hai spinti lì dentro, poi hai girato la targhetta da «libero» a «occupato» per non causare disagio ai pazienti. Sapevi che avresti dovuto darti da fare. Ti sei alzato con un’ora d’anticipo e sei venuto al lavoro a piedi. Ieri notte in campagna ha nevicato. Fuori era buio e dal bianco non sbucava niente di vivo. Sei arrivato alla clinica in anticipo e ti sei messo subito al lavoro. Il mattino ha l’oro in bocca: quel che è fatto è fatto. La pensate così in casa da voi. Quelle scatole ammassate lì dentro ti infastidiscono. Dovrai occupartene in pausa pranzo. Non puoi mica fare sempre tutto da solo. Lunedì: il primo giorno della seconda settimana di gennaio. Il primissimo appuntamento dell’anno. Tecnicamente, non avete ancora riaperto.
Pronti attenti via: congratulazioni signora! Lei è il primo glioma dell’anno! Tu e Pepe, ai posti di comando, alla ricerca dell’arteria segreta, del germoglio metastatico che cresce, come un fagiolo magico, dalla base della spina dorsale fin dentro il cervello. A volte, trovi una massa di cellule in espansione, di una bellezza fredda, come un fiore bianco. Gennaio, per le scienze diagnostiche, è la stagione del risveglio, con tre mesi di anticipo sulla natura. Tu lo sai per esperienza. Chi può permetterselo si compra le indulgenze per gli eccessi della festa, prenotando visite specialistiche tramite struttura privata. La risonanza magnetica è un proposito per l’anno nuovo relativamente banale, di appurabile popolarità: ogni anno a gennaio la vostra agenda scoppia di visite. Difficile prendere appuntamento senza largo anticipo, a meno di non conoscere qualcuno nel settore. Sosti sulla soglia della sala diagnostica e ascolti il respiro della macchina bianca. Il primo anno ti fermavi spesso a guardarla, pensando: «Il miglior investimento che abbiamo mai fatto». Stamani ti sembra il pensiero di una persona malata di testa.
Per esperienza quest’anno non hai fatto propositi. Sai bene che non ha senso mettersi pressione addosso, solo perché l’anno nuovo è appena iniziato. Se le cose brutte devono succedere, succederanno, e tu le affronterai, come le hai sempre affrontate. Che senso ha preoccuparsi adesso? Quando le cose brutte ci sono già, quelle che c’erano anche prima, che già ribollono sotto le altre cose e si addensano, e si riproducono, e grattano al fondo delle altre cose, forse facendo danni irreparabili. Questo inverno hai condotto una vita frugale, non lo sapevi, ma ora ti accorgi che stavi risparmiando energia. Che cosa ti porterà quest’anno? Stai per scoprirlo. Sei preparato e se ti fregano i nervi è solo perché è il primo giorno. Hai sempre odiato il primo giorno di scuola, ti ci portavano a forza. Pepe scendeva alla scuola dei grandi. Pepe dov’è?
Stendi le gambe, incrociandole alle caviglie. Infili le mani in mezzo alle cosce, le dita aperte le une contro le altre; premi finché il polso ti diventa bianco. Ascolti l’affanno magnetico della macchina acquisire una sua regolarità artificiale, come una fisarmonica che si comprime ma senza il rilascio del suono. Tempo morto: seduto in sala controllo, aspettando qualcosa o qualcuno. Di solito Pepe. Dal camerino Betulla non si sente un suono. La professione diagnostica non è molto dinamica; non è una carriera personalizzabile oltre un certo livello. Fai del tuo meglio perché la clinica non sembri un posto come tanti. Odi l’anonimato. Hai scelto tu stesso l’arredo e i pazienti elogiano il tuo gusto estetico. Quest’inverno per loro hai selezionato nuovi camici medici, decorati con un motivo di fiocchi di neve. Collezione autunno/inverno: unisex. In privato hai ammesso a te stesso che non si tratta della migliore delle tue scelte. Da un po’ di tempo non osi più, da quell’aprile che ti sei fatto prendere la mano e hai ordinato tre scatole di camici di lusso, color fior di ciliegio, con un taschino sul cuore davanti, e un fiore di ciliegio ricamato sul taschino. Codice: chouette11cherry. Il linguaggio dei cataloghi medici è talmente pedestre. I pazienti di sesso maschile avevano protestato. «Tanto valeva» ha detto Pepe, «chiedergli di mettersi un tutù del cazzo». Si è impuntato, te li ha fatti rimandare al fornitore, cosa assolutamente non necessaria. Prima o poi sarebbero finiti, non c’erano altre opzioni. «Tu sei cattivo dentro» ha detto Pepe. «Come se non fossero già abbastanza a disagio senza doversi infilare la vestaglia di Nonna Abelarda.» Forse ha ragione Pepe, sei egoista, frivolo e anche un po’ cattivo dentro. Sapevi che i camici rosa stonavano con i copriscarpe celesti, ma li avevi ordinati lo stesso. Una caduta di stile che non avresti mai inflitto a te stesso. Cattivo, superficiale e insensibile: ti meriti che ti succeda qualcosa di brutto ed è colpa tua se avete perso i soldi della spedizione. Quell’anno non c’erano soldi. Tirare avanti un’azienda a conduzione familiare non è un gioco da ragazzi.
Ieri notte hai sognato che la proteggevi. Lottavi contro qualcuno o qualcosa. Eri dentro una grotta, umida e buia, e il tuo aggressore ti premeva contro, forzandoti con la schiena contro la parete salata. Lei era lì da qualche parte, dietro di te, piccola, accucciata in un angolo. Non sapevi con certezza dove fosse e ti sembrava perciò che non potesse saperlo neanche quella creatura. Questo ti dava la forza per continuare nella tua battaglia: ogni minuto in più era un minuto in più perché lei riuscisse a mettersi in salvo. Ti sei svegliato un’ora prima che suonasse la sveglia.
La macchina esala con deglutire meccanico. Un motivo di fiocchi di neve stampato su tutti i camici, l’uno identico all’altro. Come per dire che lì dentro siete tutti uguali, ognuno va incontro da solo al suo destino. Fino a stamattina questo era un concetto su cui ti eri soffermato in via puramente teorica. Quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare e giocatore uno: ora tocca a te. Pronto attento via. Sai bene che non ha senso fasciarsi la testa prima di essersela rotta. La scienza diagnostica insegna che quando si parte cercando qualcosa, a volte si trova quel che si va cercando, a volte tutt’altro. A volte non si trova nulla. I sintomi non contano, senza le prove. Internet peggiora le cose, perché se l’autodiagnosi funzionasse davvero, non ci sarebbe più lavoro per voi. Ma lavoro ce n’è sempre stato e tu non ti sei mai tirato indietro. Hai sempre fatto la tua parte in famiglia.
Senti un rumore, un battere gentile provenire da Betulla. Ti avvicini alla porta e ti accorgi che è il rumore di una persona anziana che bussa. «Posso uscire adesso?» dice una voce da dentro. Ti si annoda lo stomaco con l’esofago. «Ancora no, abbi pazienza» le dici, «ti chiamiamo noi quando è tutto pronto». Dai Pepe, forza. Tocchi la porta due volte con il palmo, come se toccassi la testa di un cane – è tutto a posto, bello. Vorresti rimanere fermo lì fino a quando arriva Pepe, con la guancia appoggiata al compensato ricoperto di plastica, parlandole in morse, con le nocche sulla lacca. Ogni tocco una nota sorda, un pentagramma monotono sui cui sono annotati i suoi sintomi: l’hai guardata mentre li trascriveva sul modulo d’accettazione, in un ordinato elenco puntato. Poi ti si è sdoppiata la vista. Dov’è il modulo? L’hai infilato in una cartella paziente. È sul tavolo, pronto per Pepe. Tu non l’hai letto.
La mano ti atterra sulla nuca, larga e calda. «Allora, bello?» dice Pepe. «Scusa il ritardo. Le vacanze. Dai, non mi far venire il senso di colpa.» Non sai cosa dire. Fine del discorso. Non è venuto a casa per le vacanze. È andato in Tailandia. In Tailandia. Sotto le feste, i biglietti costavano meno. A Natale avete cucinato a casa, tua madre ha fatto le lasagne e tu hai aiutato, però siccome eravate solo tu e lei ti è sembrato un po’ un giorno come tutti gli altri. Arrivati all’amaro lei ti ha guardato e ti ha chiesto se ci fosse un buco nella vostra agenda dopo le feste. Stavi per dirle che a gennaio siete sempre pieni. Poi hai detto: «Controllo». Pepe non ha telefonato, ha mandato un messaggio. Tariffa internazionale. Gli hai risposto: «Tanto valeva che lasciassi un biglietto». Freddo e spietato, come sempre. Come sempre, d’altronde, Pepe è in ritardo. «Di là è tutto pronto, tu sei pronto?» «Pronto a combattere!» Si infila il camice, le dita scorrono sui bottoni come se sgranasse piselli freschi. Odi e ami le grosse mani di tuo fratello e il modo in cui le muove, come se stesse sempre per rubare qualcosa. Di sicuro ieri sera ha fumato. Ha le mani più vecchie, per il tempo e per il fumo e perché d’inverno non gli piace portare i guanti, né il cappello. È sempre stato quello ribelle. Ha buttato il cappotto sulla maniglia di Acero. Lo fissi e scivola per terra come un sacco. La maniglia scatta, la porta si socchiude. Vedi le scatole dentro. Pepe ti pizzica il braccio. Lancia il cappotto sul pavimento di Acero e richiude la porta. «Dopo ci pensi», ti dice. «Ora è arrivato il momento di accompagnare la principessa al ballo.»
Il motore muggisce, la macchina ha raggiunto la sua velocità di crociera.
«Sai come funziona» dice Pepe. Ha la mano destra appoggiata sulla schiena della paziente, il suo palmo aperto le copre interamente una scapola. «Devi stare il più ferma possibile. Dura meno di un quarto d’ora. Sarai bravissima.» Non senti la risposta di lei, o se la senti non capisci bene. «Vedrai, non è nulla.»
Pepe chiude la porta della sala diagnostica e si siede accanto a te davanti al monitor. Solleva la copertina dell’anamnesi, sbircia il contenuto, la richiude. «Cominciamo» dice nel microfono connesso all’altoparlante in sala macchine. Dall’altra parte non c’è un microfono per rispondere, solo un pulsante grigio attaccato a un filo, ma è meglio non premerlo, sennò dovete ricominciare tutto da capo. Meglio non farsi prendere dal panico. «Cominciamo», dici a Pepe. Premi il bottone e ci tieni il dito sopra fino a quando il lettino è entrato per metà nella macchina e si sente lo scatto del pistone che si abbassa.
Dapprima si sente un fischio, poi uno schiaffo pneumatico rompe il silenzio e ne cancella il concetto. Subito ti dimentichi il silenzio com’è fatto, come quando di notte qualcuno ti segue, o qualcosa. Con gli occhi chiusi il campo magnetico scandaglia e isola la massa segreta, fetta per fetta, lama e martello, separa e incastra, leviga e lucida il ponte della barca. Quattro pirati nel mar dei Sargassi, hanno una zattera fatta di assi. Sotto il mare la fa rollare. Pronti a partire per un lungo viaggio? Soffri la nave, ti fa vomitare. Sullo schermo si assembla la mappa, le ancore verdegrige dei cantoni del cervello, le tiene insieme il fil di ferro dei nervi. Il suo cranio è il tesoro sommerso: il cuore blu dell’oceano. Lei è bravissima. Sbucano solo le gambe. Sta così ferma che sembra morta.
«Guarda qui» dice Pepe. Tu non ci vedi bene. Strizzi gli occhi. La sua mano si chiude sulla tua, calda e sudata si avvolge intorno al tuo pugno, ti stana il dito indice dal palmo. Lo punta sullo schermo e lo preme con violenza contro il vetro convesso. «Guarda qui, stronzo» Pepe stringe i denti, ti sembra di sentire il suono che fanno. «Cosa c’è qui?» Strizzi gli occhi. «Nulla.» Ti forza il dito lungo lo schermo, lascia una traccia umida come di lumaca. Hai la bocca piena di saliva. Pepe è lì che aspetta che tu dica qualcosa. «Nulla.» Ti stritola il pugno nella mano. «Nulla.» Nessuna massa bianca, nessun fiore. Restate in silenzio. Pepe ti dà una pacca sulla spalla e si alza in piedi. Preme il bottone del microfono e si china per parlarci dentro: «Tutto fatto.»
Entra in sala e la porta si richiude sbattendo. Lo segui, fermandoti dietro il vetro. Dall’altra parte non c’è microfono, senti solo il suono ovattato della macchina che prende fiato, finalmente si calma. Li guardi. Lei si alza a sedere e Pepe le si inginocchia accanto, le parla per alcuni secondi all’orecchio. Lei lo abbraccia. È seduta sul bordo del letto, piccola nel suo camice bianco. I piedi non toccano terra. Pepe si gira verso di te. «Tuo figlio, c’è da dire, come al solito è una femminuccia del cazzo» dice, ad alta voce. Lei fa gli occhi cattivi: «Non dire le parolacce, Giuseppe». Ora chi è lo stronzo? Pensi, ma non lo dici. Poi ti affoga il sollievo, come un’onda, spingi la porta e tutti e tre tornate in superficie, ridendo.