Xenoglossia


Qualche giorno fa mi son svegliato che parlavo sette lingue diverse.
Anzi, a dirla tutta mi son svegliato che pensavo pure in sette lingue diverse. Perché per parlare è necessario prima pensare, certo, ma non è un concetto così banale come può sembrare a un primo acchito. A me, ad esempio, prima di qualche giorno fa, quando cioè ho iniziato a pensarle e a parlarle queste sette lingue, non è mai passato per la mente. E quando me ne sono reso conto, ne sono rimasto folgorato.
Inizialmente, forse per la testa ancora gonfia di sonno, quasi non ci feci caso. Parlavo, come chiunque parla tutte le mattine, che è più o meno come chiunque parla di pomeriggio e di sera e così via. Ne ho preso coscienza solo dopo aver pronunciato un suono che non avevo mai sentito prima. Non so che suono fosse, se si trattava di una consonante o di una vocale, non sono molto preparato, e, siamo sinceri, probabilmente non lo sareste stati neanche voi se d’un tratto vi foste accorti, come me, di parlare sette lingue diverse. In ogni caso era un suono piuttosto ruvido, graffiante, e infatti per qualche minuto sentii una sorta di dolore alla gola, come se fosse infiammata. La stessa sensazione di chi fuma per la prima volta, credo, perché io le sigarette le fumo abitualmente, però sempre meno di dieci al giorno, e la prima sigaretta l’ho ormai dimenticata. E dopo questo ne sono usciti altri, di suoni, tutti completamente diversi gli uni dagli altri. Si combinavano tra loro e formavano parole, poi frasi e interi discorsi.
Non vi nascondo che mi spaventai. Mi fiondai subito su google alla ricerca di una spiegazione e in pochi click mi sono ritrovato su un forum di medici.
Per un paio d’ore sono rimasto convinto di avere un principio di ictus, ero già pronto a telefonare mia madre, mio padre e dirgli guardate, non so come sia successo ma credo di avere un ictus, lo so perché lo dice il dottor Landolfi qui, uno con un master a Londra in neurologia vascolare e due figli.
Poi però, sarà stato il caffè, mi sono calmato e ho iniziato a riflettere. Iniziai a pensare che forse non era un ictus, anzi, ormai ero totalmente convinto che non lo fosse. Non sono un medico, ma ero vivo e tanto mi bastava a farmi credere di star bene.
Pensai che dopotutto doveva essere un dono, da parte di chi non me lo so tuttora spiegare, non sono una persona che può dirsi religiosa. Il fatto, ed è l’unica cosa che so, è che qualche giorno fa mi son svegliato che parlavo sette lingue diverse.
Non c’è stato alcun processo di apprendimento. Da un giorno all’altro la mia mente formulava dei concetti, li pensava in una lingua e la mia bocca li trasformava nei suoni di quella determinata lingua. O a volte di un’altra.
Una cosa che ho notato, poi, è che da quando parlo sette lingue diverse parlo molto meno. Non è per una qualche forma di pigrizia, ci mancherebbe, e nemmeno per una questione di bravura, perché queste sette lingue le parlo piuttosto bene, o almeno credo. Non ne ho le prove, non c’è nessuno che mi dice sì, bravo, hai una buona pronuncia e un ottimo uso del lessico, però ti consiglio una minore ipotassi, ché le subordinate rendono il discorso troppo complesso e difficile da seguire, o cose del genere.
Io queste sette lingue le parlo e basta.
E le penso pure.
Parlo molto meno solo e soltanto perché, riflettendoci un po’ sopra, sette lingue bastano e avanzano. Può sembrare strano, il discorso di un menefreghista, di uno che non sa riconoscere la fortuna che ha avuto nel svegliarsi un giorno e parlare sette lingue diverse, o di un pigro, per l’appunto. È solo che non ne sento più la necessità. Se si parla, si parla per riempire i buchi, che siano di noia, di imbarazzo o semplicemente di trama. Quando hai dalla tua parte sette lingue, questi vuoti non esistono più. E anche gli Altri iniziano a venir meno, a non essere più così fondamentali come erano una volta, prima cioè che iniziassi a parlare sette lingue diverse.
E poi c’è un’altra cosa, più imbarazzante, forse anche un po’ egoista, e in tal caso mi scuso già adesso. Ho paura, confesso, che queste sette lingue possano scapparmi di bocca. Con loro ho ormai stretto un legame, ci confrontiamo continuamente, ognuna dice la sua e io sto molto attento a quello dicono e dico, perché ogni parola è sempre molto importante, e per questo se se ne andassero via ci rimarrei molto male.
Chi mi dice che una volta attraversate laringe e faringe, accarezzato il palato e forzato le labbra, le mie sette lingue decidano di abbandonarmi e migrare sulla bocca di qualcun altro? Magari qualcuno tanto crudele da molestarle, così pieno di sé da usare termini come pletorico o inanità. Non voglio sembrare paranoico, ma il mondo è pieno di persone come queste. Gente che si arroga il diritto, riconosciuto da molti, di svilirle, mortificarle. Io alle mie sette lingue tengo davvero molto e sono disposto a fare di tutto per evitare loro un vita del genere.
Parlo molto meno, è vero, ma io non sono mai stato un tipo loquace, uno di quelli con la straordinaria capacità di conversare con chiunque di qualunque cosa. Di quelli che partono discorrendo sull’outfit giusto da indossare il sabato sera e finiscono dando la loro opinione sulla guerra in Siria. La maggior parte delle mie conversazioni inizia solitamente con un come stai e finisce il più delle volte con un bene tu. È per questo che ho sempre preferito ascoltare. Ma ascoltare davvero. Non a testa china, con lo sguardo fisso a terra, ma con i miei occhi che puntano ai suoi. E non è facile, tutt’altro. Bisogna, ad esempio, sapere buttare i giusti intercalari al giusto momento, senza strafare. Certo, appunto, ecco, capirai, figurati, ma dai e così via, non li elenco tutti.
Eppure adesso, adesso che parlo sette lingue diverse, ascoltare mi viene piuttosto difficile. Non perché, a differenza del parlare, non mi vada più. Ma è proprio che non riesco a sentire. La mia mente, che è mia ma ormai anche un po’ delle mie sette lingue, è totalmente occupata, piena di concetti e terminologie di sette lingue diverse.
Ero deciso a fare un po’ di spazio, ma poi c’ho riflettuto su e ho pensato che magari le mie sette lingue diverse l’avrebbero potuto vedere come un affronto, e ho cambiato idea.
Così mi ritrovo al discount sotto casa mia, giusto per farvi comprendere, e passo cinque, sei o a volte anche otto minuti davanti alla cassiera che mi chiede se voglio rinnovare la carta fedeltà e io non capisco. O meglio, non sento. Scusa come e lei ripete, scusa come e lei ripete. E allora vado nel panico, con la gente dietro di me che sbuffa e mi dà del rincoglionito. Ma io non me la prendo, perché io ho un dono e parlo e penso sette lingue diverse, mentre loro sono in fila al discount e non possono sapere.
Però tutto questo non è un problema così insormontabile. Già dopo un paio di giorni ho cominciato a comprendere il labiale di chi mi parla, anche se non sono proprio bravo e ogni tanto sono costretto ad avvicinarmi molto.
Non mi sto lamentando, sia chiaro, non lo farei mai. Non è assolutamente un peso per me. Anche perché io e le mie sette lingue diverse conversiamo molto, e apprendo sempre qualcosa di nuovo. Sono molto preparate su tutto. Discutiamo di calcio, politica, filologia romanza, e tutto quello che so ora di filologia romanza lo devo a loro, quindi non posso lamentarmi.
E sono molto educate, anche, e gentili. Mi sveglio ogni mattina che parlo sette lingue diverse e ognuna di loro mi dà il buongiorno e mi chiama per nome, perché ormai ci conosciamo e abbiamo lasciato da parte le formalità. E vado a letto ogni notte che parlo sette lingue diverse e ognuna di loro mi dà la buonanotte, e sono sicuro che mi rimboccherebbero pure le coperte se solo potessero.
Tipo adesso, che è tardi e sono a letto. Le chiamo una ad una, le mie sette lingue diverse, e le saluto. E loro mi rispondono, ognuna con i loro suoni, il loro ritmo, la loro cadenza e il resto. Tutte e sette completamente diverse.
Buonanotte, a domani!
Buonanotte, a domani!
Buonanotte, a domani!
Buonanotte, a domani!
Buonanotte, a domani!
Buonanotte, a domani!
Buonanotte, a domani!