La settimana in cui Martina non doveva morire


Emanuele aveva cominciato a conoscere Martina molto tempo prima di stringerle la mano. Gliene avevano parlato gli amici, a lungo, e lui aveva raccolto informazioni, mettendo in piedi un ritratto tutto suo, immaginario, tenuto insieme da aneddoti filtrati, rivisti e potenzialmente fasulli. Come di quella volta che Martina aveva soccorso la sua coinquilina suicida tappandole le vene con le mani, o di quel giorno, durante una manifestazione, che si era beccata una manganellata in fronte ma non aveva vacillato nemmeno un po’. Gli amici di Emanuele ci andavano pazzi, per le storie su Martina: quando c’era da tirare fuori un discorso con gente nuova, la sceglievano sempre come argomento di partenza. «Ma ti ho mai raccontato di Martina, quella mia compagna di corso che…» e così via. Emanuele aveva ascoltato le leggende su Martina per mesi, costruendosi un perimetro mentale entro il quale Martina iniziava e finiva. Ecco perché era stato sorprendente, poi, conoscerla per davvero.
Si era unita al gruppo un sabato sera, senza preavviso, dopo settimane di inviti declinati. «Dobbiamo assolutamente andare da Magnifica Preda» aveva detto, senza neppure presentarsi. Avevano obbedito al comando, Magnifica Preda li aveva convinti, anche se non sapevano cosa o dove fosse. Erano finiti in un magazzino vicino a piazza Savoia, aperto solo di notte, dove un tizio avvolto in un impermeabile di lamé vendeva vestiti vintage che odoravano di permetrina. Gli amici di Emanuele erano andati in visibilio, l’estasi aveva conquistato anche l’avvenente matricola che si erano portati appresso nel loro esperimento di poliamore; Emanuele, invece, era rimasto a guardare. Aveva guardato il tappeto di occhiali da sole distesi su un tavolo di specchi, il fondotinta che rilasciava una patina arancio sul berretto infeltrito del commesso. Aveva guardato Martina.
Lei aveva infilato le braccia in tutti i manicotti, saggiato la tensione delle pelli, poi aveva scelto due paia di stivali buckaroo e dei capi leggeri dal reparto uomo. «Ti giuro che addosso fanno un altro effetto» gli aveva detto, sfilando dentro al camerino. Aveva accostato la tenda solo a metà e lui non aveva smesso di guardarla, mentre provava una camicia Versace senza reggiseno e non chiudeva i bottoni; tutto era scolorito, le gonne batik, i pantaloni millerighe, i neon del magazzino e persino le nocche di Emanuele – che aveva stretto forte i pugni nelle tasche del cappotto, mentre fissava le due virgole accennate dei capezzoli di Martina tendere la camicia sottile, il freddo che la accarezzava, e la sua bocca che volevi subito toccare. «Che dici?» gli aveva chiesto. Era stata l’inaugurazione di tre mesi insonni e prosciuganti.
Finire tra le braccia di Martina era stato facile perché era stata lei a deciderlo, con un’energia tale che a Emanuele erano tremate le ginocchia – era stato per via dell’esplosione recente che si era consumata in lei, della quale permanevano il calore intenso e le vibrazioni residue provocate dall’onda d’urto. La deflagrazione le aveva impresso addosso l’impulso necessario a un moto perpetuo e lei ci si consumava con entusiasmo. Di tutto questo Emanuele aveva preso consapevolezza a posteriori, e stare con lei, all’inizio, aveva significato solo incantata incomprensione. Di Martina che al cinema voleva sempre i posti più centrali ma poi voleva andar via prima del finale – scatenando sommosse popolari; del suo modo frenetico di spogliarsi e rivestirsi; della biancheria che indossava al contrario; della sua ossessione per il teatrodanza e i libri pop-up: di ogni cosa Emanuele si meravigliava, soprattutto dell’impossibilità di annoiarsi. Per lei il fine ultimo non sembrava essere il cambiamento di uno stato di cose quanto la propulsione in se stessa, perciò loro, insieme, più che uscire, bere e parlare, schizzavano da un posto nuovo a un altro, finivano risucchiati in situazioni impossibili e ne riemergevano.
Martina lo aveva inoltre trascinato in un meccanismo perverso fatto di assenze improvvise, che potevano durare anche dieci giorni, e ritorni incredibili. Emanuele aveva scelto di non capire. Poi, però, era successa una cosa che non aveva potuto ignorare. Durante una delle sue assenze, lei gli aveva mandato un messaggio che finiva con: «Sto morendo».
Emanuele aveva subito provato a chiamarla, ma il telefono risultava spento, e i messaggi su WhatsApp non visualizzati. Era arrivato a chiedere a Loris, a Vanessa, e anche loro avevano chiesto altrove ma nessuno sapeva niente. Andò così per un’altra settimana. Poi Martina si era ripresentata a casa sua, un mercoledì sera, con una bottiglia di Nebbiolo sottobraccio. «Sto bene» aveva annunciato, mentre riempiva bicchieri di vino.
Aveva avuto dei sintomi orrendi, crampi così dolorosi da farla finire in pronto soccorso, ma aveva fatto tutti gli esami e l’esito era stato negativo. Emanuele ci aveva provato, a capirci qualcosa in più, ma Martina non ne aveva voluto parlare, era andata lì solo per fare l’amore. E dopo averlo fatto era rimasta sveglia per ore a spiegargli quanto era meraviglioso scoprire di essere sana, sentirselo dire con tanta fermezza, e dimenticarsi per un momento di quella perenne sensazione di morte e malattia che si sentiva addosso da sempre e della quale, fino ad allora, non gli aveva mai parlato. Quando finalmente si era addormentata, Emanuele era rimasto a guardare il soffitto a lungo e, in una profondissima parte di sé, aveva compreso che quello era il momento giusto per scappare, ma alla fine non era riuscito a resistere a un moto empatico: sua madre gliel’aveva inculcato raccontandogli per anni la favoletta secondo la quale nessuno è normale.
Quelle di Martina, però, erano stranezze più originali. Poco tempo dopo erano entrati nella fase delle “palline”, che lei si sentiva spuntare ovunque, prima dietro l’orecchio, poi sotto l’ascella, sul collo, e che erano senza dubbio dei linfonodi infiammati, e che come tutti i linfonodi infiammati, secondo Martina, potevano significare soltanto una cosa. Emanuele era stato iniziato all’universo delle sintomatologie: i bozzi, le vertigini, l’atassia, i corpi mobili vitreali che si inspessivano chissà come, chissà perché, era di certo il preludio a qualcosa di terribile. Quando erano andati a convivere aveva imparato a riconoscere i segni della crisi; lei parlava di meno, si rinchiudeva in sguardi lontani e persi, si distraeva spesso e, quando pensava di non essere vista, si tastava dappertutto, alla ricerca della prova definitiva. Nei suoi occhi all’ingiù vedeva ingrandirsi l’ombra dell’autodiagnosi; anche quando erano in compagnia e lei fingeva di essere in sé ma poi non riusciva a mangiare. Gli altri non coglievano certi dettagli.
La loro prima notte insieme al pronto soccorso si era consumata in sei ore di attesa, Martina più che certa di avere un’emorragia cerebrale, partita da un punto del cranio in cui, nel bel mezzo della notte, aveva sentito un dolore acuto e improvviso. Erano arrivati alle Molinette con i vestiti infilati sopra al pigiama, in codice bianco. Per sei ore Martina aveva continuato a cercarsi tracce di sangue nelle orecchie. Dopo aver spiegato con precisione ossessiva i suoi sintomi, aveva preteso una TC, che le era però stata negata. La TC, poi, se l’era fatta fare privatamente. Emanuele era quindi entrato nell’iter degli esami diagnostici e della lotta impari di Martina contro il sistema sanitario nazionale. Lei si infuriava, poi prenotava tutto per conto suo, a un ritmo incalzante di duecento, trecento, cinquecento euro. «Tanto i miei stanno bene. Per la salute non si bada a spese.»
L’aveva accompagnata a fare i prelievi del sangue, successivamente la gastroscopia, la colonscopia – che comunque non era la prima, come si era premurata di specificare –, lo screening endocrinologico, la visita dall’iridologo («Quelli riescono a vedere dalla tua pupilla se ti sta nascendo un tumore da qualche parte»). L’apice dell’esperienza si raggiungeva alla consegna dei risultati. Lei smetteva di parlare il giorno prima, si tormentava. Alla consegna della busta non voleva leggerne il contenuto, e a Emanuele toccava lo scrutinio del quadro clinico, mai fuori posto. Una volta, di fronte agli esiti della sigmoidoscopia, Martina era scoppiata a piangere.
Tuttavia, c’era un buon motivo per cui Emanuele non riusciva ad abbandonarla, ed era la settimana in cui Martina non doveva morire. Tempestivamente, il giorno successivo a ogni responso immacolato, iniziavano sette giorni di grazia divina. Lei non aveva più paura di niente, e diventava un esplosivo, un’emozione continua. Di certo, quella Martina miracolata valeva la pena delle sale d’attesa ospedaliere.
Tutto questo finché Martina non aveva scoperto di essere davvero malata. La consapevolezza le era nata alla consegna degli esiti negativi del Pap test: nessuna presenza di cellule precancerose sul collo dell’utero. Lei gli aveva strappato il foglio di mano, in macchina, l’aveva letto e poi quella frase le era uscita in un sospiro, una resa: «Sono pazza». Era iniziato il combattimento contro la patologia, quella vera, e non erano bastati i colloqui con lo psicanalista, né il primo ciclo di benzodiazepine, «che favoriscono l’insorgenza di malattie cardiache, lo sapevi?». Al terzo ciclo i sintomi inesistenti avevano iniziato a scomparire, ma al contempo era nata in lei una tristezza pacata, annebbiata. Martina si era progressivamente adagiata in un’autentica stabilità ed Emanuele aveva scoperto di essere malato anche lui; cioè di essere malato di Martina quando era malata e di non voler guarire.
Presto, alla sua attività aveva ceduto il passo una sequenza di comportamenti che Emanuele non riusciva a riconoscere. Tutto strideva con il mondo precedente di Martina, che si esauriva a una velocità triplicata. Di riflesso, ogni cosa aveva iniziato a rallentare: le sue mani, il suo corpo, i suoi movimenti così cauti, i suoi discorsi fiacchi. Anche loro, insieme, avevano preso a disciogliersi, a colare densi su una superficie, in una caduta infinita. Un’agonia. Emanuele si era sentito triste per la nuova Martina e se ne era vergognato, sempre con gli occhi aperti, di notte, e con lei distesa al suo fianco, persa in un sonno profondo che fino ad allora non le era mai appartenuto.
Ne avevano parlato. Lei, con quel sorriso così poco da Martina, senza energia, gli aveva detto che lo capiva ma che non poteva smettere. Forse più avanti, quando sarebbe stata un po’ più forte. Emanuele se l’era rivista davanti agli occhi, con la camicia Versace, e non era riuscito a metterla addosso a quella nuova Martina. Si erano salutati nell’auto che lei aveva quasi distrutto, una sera, esaltata dall’equilibrio perfetto della sua emoglobina. Lei aveva fatto finta di dimenticare a casa sua lo sfigmomanometro ma poi non l’aveva voluto indietro ed Emanuele l’aveva interpretato come un regalo lasciato di proposito, in ricordo della Martina leggendaria che era esistita per tutti, soprattutto per lui.
Di Martina gli era rimasta una conoscenza enciclopedica dei sintomi di ogni cosa, venti bottiglie di Nebbiolo e la sensazione di un peso sullo sterno che, di certo, era gastrite. Era sopravvissuto anche un residuo, da qualche parte, della sua energia. Emanuele, nei momenti migliori, immaginava di tornare a riprenderla, ammalarla di nuovo, anche solo per un giorno: svanire loro due in un posto mai visto prima, a costruire materiale coraggioso per aneddoti filtrati, rivisti, potenzialmente fasulli, in un moto perpetuo.

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