La roba da mare


Il profumo denso della primavera, poi l’arsura intensa dell’estate, ed ecco tutti che parlano di mare. Io l’ho visto una volta soltanto. Si chiamava Ligure ed è accaduto una lunga giornata di una decina di anni fa. Non ci sono andato soltanto per curiosità, nonostante tutti i compagni ci andassero in pellegrinaggio ogni estate e quando dicevo che non ci ero mai stato mi guardavano storto. Se aggiungevo che non me ne importava niente, si mettevano a ridermi in faccia. Allora non ci vedevo più e mi partiva la scintilla. Come quando escono fuori di testa i tipi più tranquilli. Cominciavo a sferrare cartoni, testate e calci volanti per difendere il mio diritto al disinteresse per quella distesa di blu in eterno movimento. Tutto ciò mi è costato un numero importante di note, un paio di sospensioni, per culminare con l’espulsione di una settimana.
Del resto sono nato e cresciuto in un paese scomodo a tutto e a tutti. Per andare a scuola ci mettevo un’ora e mezza e non appena ho compiuto quattordici anni, ho cominciato con l’Apecar azzurro di mio padre. Lo stesso con il quale caricavamo la legna tagliata nei nostri boschi. Quanto li amavo i boschi e gli animali che li popolavano. Quanto era religioso quel silenzio che avevo imparato a seguire e a coltivare. Non c’era bisogno di rumori per creare equilibri, quel silenzio era assoluta completezza. Era come me, o forse io ero come quell’assenza; quieto, sazio e senza bisogno di altro, di parole inutili. Quindi non avvertivo il minimo bisogno di allontanarmi da quei posti. Nemmeno per andarmene al lago in estate, quando tutti gli amici se ne andavano a cercare di abbordare ragazzine bionde e olandesi che venivano a pucciare le chiappe sbiadite insieme alle loro numerose famiglie.
Ad ogni modo, quell’unica volta che ci sono andato, avevo circa diciassette anni, ed è stato per motivi di forza maggiore. Infatti, quella volta, avevano ricoverato zia nel reparto di ortopedia dell’ospedale di Recco mentre godeva delle sue vacanze con il gruppo anziani a Camogli. Nonostante l’età della zia, mi straniva sentire che lei, sessantacinquenne ma abituata a fiondarsi senza freni da qualsiasi versante di queste montagne con la mountain bike, potesse essere stata vittima di un incidente tanto banale.
La famiglia era quindi decisa a partire in spedizione per andare a trovarla e, nel caso servisse, riportarla a casa caricandosela sulle spalle.

«Domani andiamo a trovare la zia, poi sapete che facciamo? Lo sapete? Ce ne andiamo a vedere il mare» ha detto mio padre con aria sognante la sera, quando ha saputo che la zia, per godersi le sue belle vacanze al mare, era caduta appoggiando male il piede in spiaggia per fare la foto del secolo.

Siamo partiti con la vecchia Suzuki Vitara di mio padre poco dopo le sette del mattino. A bordo noi quattro e un borsone con la roba da mare, come la chiamava mia madre; asciugamani, una manciata di costumi usati pochissimo e soltanto in acqua dolce, crema solare acquistata per l’occasione e ciabatte da mare. Il viaggio è durato quasi tre ore nelle quali ho impegnato la mente alla ricerca dei motivi per cui mia madre avesse portato la roba da mare in pieno autunno.
Forse non ero l’unico a immaginarsi il mare come un caotico covo di gente che ha voglia di mettere in mostra fisici pompati e anneriti da abbronzature improbabili in tutte le stagioni dell’anno. Ma io il mare me lo immaginavo così: primavera, estate, autunno e inverno. Per me il mare era un film di Vanzina, gonfio di Jerry Calà che fanno scherzi di pessimo gusto tra le cabine di un bagno, ragazze senza alcun senso che mostrano culi scolpiti e puzze nauseabonde di creme autoabbronzanti. Questo per trecentosessantacinque giorni all’anno. Il mare era il lago dei sabati e delle domeniche di luglio amplificato di duecentoquarantaquattro volte. Come minimo. E senza il taciturno esistere dei numerosi tedeschi che abbassavano la media di Vanzinaggine sulle delicate coste sassose della sponda magra.

Siamo scesi dal paese che faceva fresco. Tornante dopo tornante. Era il fresco dei mattini d’autunno. Quello che comincia a pizzicare la pelle e ti sussurra di uscire con il maglioncino. Il lago si vedeva a malapena oltre le basse nubi che coprivano la cartolina del lago Maggiore. Speravo di poterlo vedere nitido e austero, fermo come è sempre stato davanti alle montagne lombarde e piemontesi, e poter riportare quell’immagine splendida alla spiaggia dove saremmo approdati.
Intanto tentavo di metabolizzare la notizia della zia, cercando di capacitarmi di come potesse essersi rotta una gamba franando in quel modo sulla spiaggia. Provavo a disegnare la spiaggia con questo pericolosissimo sasso e mi saltava alla mente l’immagine di un corpo di adolescente che studia la sabbia e la riva con la prudenza di chi si trova a muovere i primi passi sulla superficie lunare. Ero io, impacciato e perduto in quel luogo con cui non sapevo come comunicare.

Siamo arrivati che era metà mattina. Durante il viaggio abbiamo visto la prima scena di mare passando da Genova. Mi è sembrato maestoso, infinito, eccessivo. Nonostante tutte le sterminate brutture di cemento che sembravano essere state gettare dal cielo a casaccio su quel terreno che ben poco aveva di pianeggiante. Non avevo mai visto un porto, ma non mi riusciva di immaginarlo così brutto, così volgare e tanto umano. Mi domandavo cosa potesse esserci dentro tutti quei container ammucchiati come pezzi di lego di colori differenti.
Poi, attraversando strade accompagnate da palme e oleandri, siamo arrivati in ospedale. Abbiamo raggiunto mia zia che se ne stava con una gamba ingessata a sacramentare ancora contro quei sassi di merda. Come li aveva definiti lei. Mio padre le ha chiesto se voleva tornare con noi, ma lei ha risposto che preferiva finirsi le vacanze, anche con il gesso. Lo sapevamo, conoscendo il temperamento forte della zia.

«Ora andate al mare. Che cazzo ci fate ancora qui?» ha detto rivolgendosi a noi quattro, dopo circa tre quarti d’ora dal nostro arrivo.

«Andate su! Che il fatto di vedervi qui già mi fa girare le palle. Con questa bella giornata poi!»

L’abbiamo salutata e ci siamo diretti, non avendo dimestichezza con quei posti, nel medesimo luogo del delitto. Abbiamo trovato posteggio senza problemi e ce ne siamo andati, dopo aver consumato la buonissima focaccia consigliata dalla zia, verso la spiaggia.
Siamo scesi e ci siamo tolti le scarpe e le calze. Ho guardato il mare cercando di individuarne una fine. Ma non riuscivo a vederla. Ho scorto soltanto l’inizio del cielo e due infinità che parevano sfidarsi, l’una di azzurro e l’altra di blu. Poi ci siamo avvicinati alla riva e ci siamo sollevati i pantaloni sino alle ginocchia per entrare come quattro aironi che riprendono fiato dopo una lunga migrazione. L’acqua era ghiacciata e i miei sono usciti subito tra le risate stridule di mia sorella. Io sono rimasto dentro per qualche minuto osservando il fondale e lo scenario che lo rendeva tanto diverso dal mio lago.
Poi i miei e mia sorella se ne sono andati a fare un giro per il piccolo paese di Camogli. Nemmeno me lo hanno chiesto se volessi seguirli, conoscendo bene la mia avversione per tutto ciò che è troppo contagiato dall’uomo. Così sono rimasto seduto sui grigi sassolini con i pantaloni ancora sollevati a guardare quel grande blu in perenne movimento.
A un tratto ho sentito dei passi crepitare sui sassi e mi sono voltato per vedere se si trattava dei miei che già facevano ritorno. Invece era una ragazza. Riccioluta e poco più grande di me. Mi ha chiesto se poteva sedersi vicino e farmi un ritratto. Lì per lì, stranito e imbarazzato, le ho risposto di sì.

«Rimani in questa posizione. Cerca di non muoverti. Sei perfetto così.»

Sono rimasto zitto continuando a cercare di capire da dove cominciasse quel lieve movimento che si spegneva a riva. Dopo un tempo che non sono riuscito a quantificare, lei mi ha detto che aveva finito.

«Studio al primo anno di Accademia. Grazie. Sei stato molto gentile» ha detto lei.
«Grazie a te. Figurati…»

Poi ha preso le sue cose e se n’è andata via, mentre io la osservavo sfumare su quella spiaggia d’autunno. I miei sono arrivati poco dopo, con altra focaccia da portare al volo alla zia prima di ripartire e qualche trancio da portare a casa. Mio padre ha urlato si riparte con l’entusiasmo di chi ha passato una giornata da ricordare.
Mi sono alzato cercando di imprimere la bellezza di quel momento nella testa. Il rumore sottile e cadenzato del mare, la vastità di un panorama senza barriere. Chissà poi cosa ci sarà là in fondo. Mentre mi incamminavo verso la macchina, ho pensato a quanto potesse essere splendido un incontro tra chi non ha bisogno di parole.