Il Tac


Tac.
Anna voltò la testa, una mano ancora sul mouse e l’altra su command e s. Il muro bianco di fresco, i vestiti piegati e abbandonati sulla sedia, il parquet, nessuno di loro aveva parlato, ne era certa.
Riprese a guardare il monitor fingendo indifferenza e pizzicò la tempia con i polpastrelli staccando la pelle dal cranio, nel punto dove l’osso mandibolare premeva su quello mascellare e il mal di testa amava scavare il nido.
Tac.
Di nuovo, contro ogni logica, cercò una causa del suono alle sue spalle, nella posizione noncurante del paranoico pedinato. Così, con la testa sopra la scapola e il mento in fuori, i ricci le solleticavano la guancia e si insinuavano molesti nella narice destra, ma allontanarli significava darla vinta alla stanza e lei non avrebbe capitolato.
Tornò a rivolgersi al computer con sollievo, cercando conforto nello sguardo muto e complice di un amico. La gamma di colori imposta dal cliente era di ordinaria atrocità, Anna l’avrebbe sistemata con perizia da chirurgo, quanto bastava per farla rientrare nei requisiti minimi di estetica e gradevolezza, ma non sufficiente da consentire al capo di accorgersene. Lavorava in silenzio, composta, sopperendo con testardaggine e pazienza a quel che non le riusciva per intuito o predisposizione. Era immersa in un progetto analogo quando il Tac si era presentato per la prima volta.
Ciò che inizialmente aveva classificato come un normale assestamento strutturale si era presto trasformato in una sadica pendola che rintoccava a intervalli non regolari. Anche di questo era sicura, lo aveva cronometrato.
La tassonomia delle potenziali cause era passaggio obbligato: prima le più banali, poi le poco realistiche, le bizzarre, le implausibili, le ridicole, fino alle inammissibili, e nel giro di tre mesi – tanto era durata la sua vita nella casa nuova – Anna le aveva tutte scartate dopo accurata verifica e il coinvolgimento delle figure professionali preposte. Questi in principio si mostravano affabili e bendisposti, ma all’evidenza dei fatti, e cioè che il Tac non si manifestava mai in loro presenza, passavano a un atteggiamento tra l’incredulo e il seccato, finendo per liquidarla come una grana passeggera nel migliore dei casi, o nel peggiore come uno sciocco dettaglio a cui non doveva fare caso, quasi suggerendo di escluderlo dalla percezione conscia e sottintendendo che di sola percezione inconscia si trattasse. Anna li aveva defenestrati con garbo e aveva proseguito l’indagine da sola.
Non erano i tubi, non era la grondaia, né l’impiallacciato rovere chiaro, il millimetro d’aria dietro i battiscopa, i mobili montati di fretta, la ringhiera, la tapparella, il bindello del parquet, la colonia di corvi sul tetto di fronte, la sedia ergonomica, il cappotto termico attorno all’edificio, e non era neanche il riscaldamento a pavimento che il perfido proprietario aveva magnificato e che fin dal principio era stato l’indiziato numero uno, con le sue sacche d’aria e le sue guarnizioni in plastica. Non era niente, eppure c’era.
Alle volte il Tac scoccava tre colpi di fila, il primo impetuoso e gli altri due più timidi, come se tenesse il tempo di un valzer immaginario e si fosse stufato dopo una sola battuta, ma più spesso era un solitario esplodere e poi zittirsi che riduceva Anna in stato di apnea fino alla volta successiva. Un rumore asciutto, legnoso, come un rametto che si spezza d’inverno: il Tac.
Anna divaricò le dita e liberò la carne della tempia, lasciando scappare l’emicrania. Le serviva una pausa. Pattinò sulle rotelle della sedia fino alla porta, si alzò con un movimento fluido e puntò la cucina. Le parve di sentire un fioco Tac di saluto, ma quello era frutto della sua immaginazione, lo sapeva.
L’assurdità della situazione l’aveva persino spinta a invitare a casa Luca. Dopotutto erano rimasti in buoni rapporti, l’assenza di figli aveva forse facilitato la ricostruzione di due vite laddove fino a sei mesi prima ce n’era una sola, e comunque lui era l’unico architetto che conoscesse. Luca aveva fatto il giro dell’appartamento, aveva apprezzato le pareti bianco spazzolato e si era a lungo soffermato nello studio snocciolando possibili cause e rimedi per il rumore che Anna descriveva – e dovette accontentarsi della descrizione perché neanche in quell’occasione il Tac si degnò di svelarsi. Avevano svitato e riavvitato la presa d’aria, picchiettato gli stipiti e spostato l’armadio in mezzo alla stanza, per spremere le possibili bolle di calore imprigionate nel pavimento di vero legno. Poi avevano bevuto una tisana alla cannella nei bicchieri, perché non c’era altro in casa.
Anna calò la bustina nella tazza con gli elefanti che nel frattempo aveva comprato. Gli echi del cinguettio amoroso fra il cucchiaino e la porcellana vibravano nell’aria per un secondo prima di spegnersi. Per il resto, silenzio.
L’assenza del Tac in cucina era di scontata rilevanza. Anna era abbastanza lucida da prendere con serietà l’ipotesi che tra la separazione, il nuovo lavoro da freelance e la casa da sistemare, poteva benissimo essere nel mezzo di un tracollo nervoso inconsapevole; le allucinazioni uditive sarebbero state il primo innocuo passo verso il baratro di psicosi e autodistruzione che poteva attenderla di lì a poco. Non era disposta a escludere questa eventualità solo per leggerezza o eccessiva autostima, quindi aveva analizzato la cosa con metodo, come fosse un’altra delle componenti strutturali della stanza da vagliare. Era stata dal medico, dallo psicologo, aveva assunto gli integratori, si era presa una vacanza, aveva rispolverato l’hobby della pittura. In tutta coscienza non poteva escludere l’eventualità di una nevrastenia in avanzamento, ma l’assenza del Tac in qualsiasi altro ambiente che non fosse lo studio – ambienti in cui lei si muoveva abitualmente – aveva portato questa ipotesi in fondo all’elenco delle cause papabili, sotto le termiti e sopra i poltergeist.
La tisana era troppa calda, ma la bevve lo stesso perché i quindici minuti che si era concessa stavano per scadere. Poteva quasi sentire il Tac che bussava alla corteccia grigia come un cameriere in livrea col vassoio delle cinque. Di solito ne ignorava il richiamo, perché era sempre prodromo di lunghe autoanalisi per le quali non aveva tempo né voglia, ma quella volta lo lasciò entrare.
Quando aveva tre anni, Anna si trascinava sempre appresso un lembo di stoffa a quadretti bianchi e rossi, un vecchio grembiule declassato a straccio. Non ricordava come ne fosse entrata in possesso, forse era un regalo della madre, offertole in pegno quando per la prima volta si era interessata ai misteri della cucina, o forse se n’era semplicemente appropriata frugando nel terzo cassetto del bancone, l’unico che le fosse permesso aprire e che straripava di tovaglie, tovaglioli, pezze e asciugapiatti. Ancora più sepolto nella memoria era il processo mentale che l’aveva portata a infilare con precisione un angolo della stoffa sulla punta del pollice, ben aderente tra la carne e l’unghia, a incastrarla nell’incavo dell’indice e a farla scattare verso l’alto, come lanciando una monetina. Il gesto produceva un suono attutito e un lieve dolore gradevole che era presto diventato irrinunciabile.
Si portava il grembiule ovunque, a tavola, dai parenti, a letto, dove sua madre lo recuperava appena chiudeva gli occhi e dove lo stendeva appena li riapriva. La carne sotto il pollice si era fatta più spessa e rossa, per difendersi dallo strappo morbido del tessuto e insieme accoglierlo con voluttà. Senza farci caso, Anna aveva reso quel gesto parte del suo incedere quotidiano, come mangiare pane e burro o guardare i cartoni animati, come respirare. Il grembiule, assottigliato e sbiadito dall’uso primario e dalla sua nuova destinazione creativa, era diventato l’oggetto più prezioso che possedesse. Anche lui si chiamava il Tac.
Anna lavò la tazza grattando i residui scuri con il lato abrasivo della spugna e la lasciò nel lavandino, in attesa di una pulizia più igienica e accurata. C’era un’ignota spiegazione psicologica se, nella sua mente, aveva subito cominciato a riferirsi al rumore nella stanza come “il Tac”, evocando il totem infantile che per un paio d’anni era stato al centro della sua esistenza e al quale non ripensava mai. Era un ricordo dolce, eppure intriso del dolore della perdita. Non del grembiule, che sua madre conservava in quello stesso cassetto come una reliquia del suo passato di giovane mamma, ma dell’emancipazione che concedeva. Il Tac non imponeva il gesto, lo consentiva. Rinunciare a quella sicurezza a portata di pollice – e il coincidente inizio dell’asilo – l’aveva lasciata in una condizione di smarrimento tale che Anna aveva tumulato il ricordo di quegli anni; le restava solo il residuo ambivalente di fastidio e piacere, come increspature di luce sull’acqua al tramonto, belle e accecanti. Si ritrovò a pensare con ironia e masochismo che il nuovo Tac stesse egregiamente sopperendo al vecchio. Il seccante mistero della sua provenienza cos’era se non il tentativo di riprendere il controllo sull’ambiente, sugli spazi, sul corpo, sulla vita stessa? Fastidio e piacere.
Tornò in studio reidratata e carica di una rinnovata fiducia verso il proprio futuro personale e lavorativo. Quando si sedette davanti al monitor notò il numeretto rosso della mail in entrata.
Oggetto: «Cambio di programma».
Tac, rise la stanza.
Anna non si sarebbe voltata. Aprì la mail con i palmi umidi di presentimento.

«Ciao Anna,
stiamo rivedendo il calendario delle consegne, abbiamo necessità di anticipare la tua di una settimana.
Ti chiediamo di fare un piccolo sforzo e di mandarci la tavola entro mercoledì, ok?»

Anna puntò il piede destro a terra, tese il polpaccio spingendo in avanti il tallone fino a caricare l’articolazione della caviglia come una fionda, poi riabbassò il tarso inclinandolo verso l’esterno con uno scatto secco eppure lieve, un movimento codificato che il cervelletto conosceva molto bene, ma che l’emisfero sinistro non era mai riuscito a intravedere né indovinare, un atto nevrotico che giocava a nascondino col sistema limbico e si innescava repentino, automatico, sempre là dove c’era ansia, rabbia repressa o banale seccatura a cui non si poteva apertamente rispondere, per indole remissiva, buona creanza o pigrizia.
Tac fece l’articolazione della caviglia.
«Merda» sospirò Anna, e continuò a lavorare.