La fuoricorso


Utilizzavo assai poco le bacheche della Facoltà: dimenticavo gli avvisi che appendevo. Se mi serviva un libro, o se dovevo vendere appunti o libri, scrivevo il mio foglietto e poi me ne dimenticavo fino al giorno in cui qualcuno chiamava, e mia mamma mi diceva ti han cercato per un avviso, hanno lasciato un numero. E mi dimenticavo di richiamare. Ecco perché usavo poco le bacheche della Facoltà: non arrivavo a molto. Dimenticavo.
Era l’inizio del primo semestre, i bagolari e i tigli nei viali avevano preso a tinteggiarsi dei toni del giallo, e gli studenti giravano Padova in biciletta, alternando portici, marciapiedi e piste ciclabili.
Anch’io decisi di cercare una bicicletta usata per facilitarmi gli sposamenti tra un Dipartimento e l’altro: le lezioni di Lingua Russa e di Letteratura Inglese sarebbero state in sequenza, l’insegnate di Letteratura non concedeva ritardo, ma la distanza tra le sedi era tale che la puntualità a piedi sarebbe stata impossibile. Il mio amico Walter, che era il più insolente del corso di Russo, mi copriva quando sgattaiolavo fuori in anticipo, fingendo con me il bisogno di una sigaretta.
Strappai un foglio dal blocco di appunti di Storia del Cinema alla fine della lezione a Palazzo Maldura, cercai una biro nera nello zainetto e svoltai il corridoio verso la bacheca. Mi fermai a guardare come fossero argute le frasi degli altri messaggi: le bacheche delle facoltà umanistiche sono un esempio di letteratura pop. Tentai di immaginare battute che mi aprissero la possibilità d’essere notata. Alla fine, scrissi in stampatello maiuscolo nero che mi serviva una bici, anche scassata purché avesse i freni, e lo appuntai alla bacheca. E fu così che notai un lungo biglietto, scritto in pennarello dorato: “Pretendo lezioni con orari e sedi compatibili, eccheccazzo. Vista la miopia della Facoltà sulla questione, cerco una bicicletta qualunque purché abbia freni e pedali e ruote e sellino. M.T.”. Riposi la biro, e affrettai il passo verso Palazzo Gallo per un’altra lezione. Non dico che non pensai più a quella nota, una forma di protesta ingenua, ma condivisibile. Mi pareva, per dirla in termini cinematografici, un fotogramma a colori infilato a caso in un film in bianco e nero: poco efficace ma l’avevo notata.
Non ci pensai più.
Gli esami erano incalzanti, io riuscivo a tenere a bada la mia insonnia senza farmi più canne: ero arrivata al ragguardevole risultato di quattro ore e mezza di sonno, cioè riposo fisico e recupero mentale e quindi meno buchi di memoria, non male per la mia media. Poi un movimento studentesco diede inizio a una serie di manifestazioni che riempirono la Facoltà, le piazze e le mie giornate. Un giorno, nella pausa di una conferenza, mi ricordai che ero sempre appiedata e scrissi un’altra nota in biro nera alla bacheca del Liviano. Appuntato sul bordo, c’era un biglietto in pennarello dorato: “Ancora senza bici, eh? E piantala d’imboscarti le biro nere della biblioteca del Maldura. M.T.”. Rimasi di stucco.
Oltrepassai la porta a vetri del Dipartimento di Lingue Slave, e mi sistemai attorno al tavolo della biblioteca per la lezione di Letteratura Céca. La professoressa iniziò a spiegare Kolař e la sua poetica, e io fissavo i libri dietro le ante a vetro.
“È con noi, Maria?” mi chiese la professoressa.
Balbettai qualcosa di simile a delle scuse, cacciai dalla mente il messaggio, la bacheca, l’idea della bici, e mi concentrai sulla lezione.
Una settimana dopo, l’occupazione della Facoltà era iniziata e finita, e io entrai al corso di Letteratura Inglese IV quando il professore era già in cattedra perché Walter aveva dato buca a Lingua Russa per un’intossicazione di non mi ricordo cosa.
“Are you a student here, young lady?” sussurrò il professore mentre mi infilavo al mio banco.
Così quel giorno ripensai alla necessità di una bici. Quel pomeriggio dovevo andare a Palazzo Gallo per vedere un mio insegnante: arrivai in anticipo e mi fermai alla bacheca del Palazzo. Trovai un messaggio in pennarello dorato: “Chi speri che non ti venda una bici? Tra l’altro, lo diciamo alla Direzione che non hai restituito due libri di Rilke a Germanistica? M.T.”. Strappai il biglietto e salii le scale fino al secondo piano. Il mio professore mi aspettava con la porta dello studio aperta. Aveva letto il primo capitolo della mia ricerca sulla trasposizione cinematografica di The Last Tycoon di Fitzgerald nel Gli Ultimi Fuochi di Kazan, e mi doveva parlare. Non nascondo che mi passò per la testa di sfogarmi e confidarmi con lui, ma da dove partivo? Lasciamo perdere la faccenda del fotogramma a colori, ma cosa gli dicevo? E poi avrebbe significato parlargli anche delle penne nere della biblioteca e dei due libri di Rilke, per cui non dissi niente. Parlammo di Kazan, della sua poetica dell’ambiguità e del capitolo che andava bene, solo dovevo aggiungere qualcosa che chi si ricorda più.
Senza dilungarmi, riporto cosa trovai nel biglietto a pennarello dorato appeso alla bacheca del Liviano due giorni dopo: “La prossima volta che parcheggi la Fiat 127 bianca di tua madre, sedili rossi, davanti al carrabile di Riviera Mussato, il sabato sera, capiterà che il carroattrezzi verrà a saperlo. M.T.”. Non riuscivo a capire chi potesse essere. Come faceva a sapere quando e in quale bacheca avrei appuntato un nuovo biglietto? Mi seguiva? O inconsciamente, senza rendermene conto, ero io che seguivo lui? Perché non mi contattava in un altro modo? Non era più semplice avvicinarmi in aula studio, o in mensa, o altrove in Facoltà? Che ne sapeva della Fiat 127 di mia mamma, o del fatto che non avevo trovato una bici?
I commenti in pennarello dorato lasciavano intravedere che la persona dietro quelle frasi conosceva bene la mia vita, i miei spostamenti e relazioni. “La denunciamo al Preside la faccenda della traduzione che hai fatto e passato a mezza aula, all’esame di Filologia Germanica, Liviano, aula M? M.T.” Arrivò a fare delle richieste. “Bagni del Maldura, seconda porta gialla contando dalle scale. Sfregia il lato interno della porta e disegna una capra. M.T.” Non mi stupì di trovare un ago metallico e ricurvo accanto al mio solito banco a Palazzo Gallo, quel giorno. Seguirono anche richieste: “Lascia i libri di Rilke dopo l’Orologio, sulla seconda panchina, giovedì”, oppure: “Affacciati al secondo piano della biblioteca alle 14.08”.
Alla fine del semestre, quando i viali si erano fatti verdi e gli studenti pedalavano in canottiera, io giravo per la facoltà dentro una camicia di flanella e indossando collant neri, che nascondevo sotto pantaloni scuri e scarpe alte alle caviglie. “Indossa queste due cose” mi aveva lasciato scritto, “non vorrai costringermi a far sapere al tuo fidanzato che ti sei spogliata (un indumento alla volta, lenta) in fondo al giardino per quel ricercatore a Biologia?”.
Dopo aver indagato su più fronti, in modi diversi, e non trovando spiegazioni su come costui o costei, chiunque fosse, sapesse così tanto di me e della mia vita, mi ritrovai a fare quello che mi chiedeva senza troppo pensarci e senza confidarlo a nessuno: entravo nelle sedi di lezione e la prima cosa che facevo era fermarmi alle bacheche e cercare il messaggio per me.
Superato un primo momento di spavento, era diventato un gioco che accettavo, un modo per dare un ordine e un automatismo alle mie giornate, così confusionarie tra una lezione e l’altra, sempre a cercare di non dimenticare le cose, a fare a meno delle canne, a gestire la mia strana e selettiva memoria, incapace di ricordare dove mollavo, ogni volta, la mia bici. Avrei dovuto annotarmelo, ma tanto poi dimenticavo dove lo avevo annotato ed ero da capo. Magari annotarlo con il pennarello dorato di mia mamma: siamo quasi Natale e lei deve iniziare a fare le decorazioni, solo che da un pezzo ce l’ho io, sul fondo del mio zainetto.

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