Kreuzberg, Berlin


Sono le sei e ventisette. Ne sono assolutamente convinto. Convinzione peraltro corroborata dal fatto che ventisette minuti fa erano le sei e basta. Il bel tempo persiste, pare. Almeno questo è quello che immagino dal grado di luminosità che si diffonde nella mia stanza-soggiorno-cucina. 30 mq al Grundbuch, cioè al catasto, un importo di affitto che presto per me sarà irraggiungibile come Emma Stone. Ma non divaghiamo. Sono le sei e ventisette e tra solo un minuto devo uscire dal sonno e inventarmi questa nuova cazzo di giornata. Mi rigiro sulle molle del divano Ikea EKTORP a tre posti, che non è neanche un divano letto. Mark me lo ha lasciato quando ha cambiato appartamento. Dormo anche per terra, in caso di necessità.
Mark mi manca un po’. Ma va be’.
Mio cugino si chiama Carlo ed è uno di quei cugini con i quali non sei mai riuscito a giocare perché sono troppo più grandi di te e quando tu tiri ancora i calci alla palla, loro fumano già. È venuto a Berlino venticinque anni fa, dopo il crollo del muro, e ha aperto un ristorante italiano vicino all’aeroporto di Tegel. È una brava persona, di quelle che hanno fatto la scelta giusta al momento giusto e con un localino con qualche fiasco appeso al soffitto e due gondole dipinte sul muro ha fatto soldi a palate. Ora magari un po’ meno, ma se ne frega. Tanto ormai. Comunque è una brava persona e mi piace lavorare da lui se non fosse per gli orari che mi sballano i ritmi del sonno, anche se il sonno l’ho sempre avuto sballato e anzi mia madre ha sempre detto che poi ero io a essere sballato non il sonno. Mi ha sempre fatto incazzare mia madre con questi giri di parole.
Fino a quando Mark ha vissuto qui, la mattina prendevamo il caffè insieme. Lo preparavo io con la Moka e all’inizio glielo versavo in una tazza grande in modo che potesse aggiungerci un po’ di acqua calda se preferiva. Poi piano piano si è abituato e lo prendeva come me, nella tazzina piccola con tanto zucchero. Ci alzavamo insieme anche se non avevamo gli stessi orari perché era un po’ come farci coraggio (“è una cazzo di giornata ma è quella che ci tocca”) senza dirsi una parola.
Adesso la moka la faccio solo per me e il caffè che avanza lo metto in una bottiglietta di vetro che poi, quando esco, lascio fuori dalla porta della mia vicina. Helena dice che lo scalda e se lo beve la sera e che sono un italiano pidocchioso ma gentile. È l’unica tedesca del palazzo, che per il resto è abitato da tre famiglie turche e una coppia di slavi. Mi ricorda mia zia Franca di Forte dei Marmi, dove passavo l’estate.
Il bel tempo persiste, in effetti. C’è una strana atmosfera a Berlino questo settembre, forse proprio per questo eccesso di luce a cui la città non è abituata e neanche i berlinesi, anche se fanno finta di non accorgersene perché loro sono fatti così e fingono di non accorgersi di niente. Ho provato a fare la stessa cosa quando Mark mi ha detto che se ne andava ma non ci sono riuscito perché fuori avevo messo su la faccia di marmo, ma dentro mi stavo sgretolando come una statuina di argilla e tra fuori e dentro io sento di avere dei buchi, qualcosa si vede per forza e Mark lo ha visto. Mi stavo sgretolando e non c’era più niente da fare.
L’unica cosa da fare l’avevo già fatta, avevo detto la verità. Quella verità semplice e un po’ cretina che da bambini ti insegnano che devi sempre dirla perché è bene così. Poi, più tardi, scopri che in modo paradossale è proprio quella la menzogna più grande, forse più grande di quell’altra, quella che l’amore vince sempre. La verità è una lastra di vetro, che sembra che non ci sia ma invece c’è e il bello è proprio questo. Se la prendi a sassate e tutti vedono che c’era qualcosa, che tra loro e il mondo c’era una lastra di vetro appena scoppiata in schegge appuntite, allora le cose cambiano, le persone si spaventano, si difendono come possono. In fondo anche Mark se ne era andato per difendersi, non perché ce l’avesse con me. Questo proprio non riesco a crederlo.
Kreuzberg è stato un quartiere di confine, rimasto spiaccicato contro il vecchio Muro da tre lati come se ci fosse andato a sbattere. Anche adesso è un territorio più che un quartiere, e la gente che ci vive da un po’ è abituata a questo suo aspetto da paese che si aspetta da un momento all’altro di dover cambiare di nuovo padrone e accogliere profughi, ex prigionieri, esuli. Non sapevo niente di Kreuzberg fino a poco tempo fa, ma ora mi ci trovo proprio bene, come se ci fossi nato. Così come in qualche modo sono nato quando ho conosciuto Mark, in metropolitana. Ero arrivato da poco a Berlino e mi ero perso, avevo preso la direzione sbagliata e invece di andare verso il ristorante di mio cugino ero finito dall’altra parte. Scesi a Kottbusser Tor che poi è la fermata di Kreuzberg e ha perfino un soprannome, chi abita qui la chiama Kotti, come fosse il micio di casa. Credo sia l’unico caso al mondo. In ogni modo a Kotti c’era Mark, con un giaccone di panno, lo zaino nero, appoggiato al muro. Proprio lì, dove si aprirono le porte e dove io scesi.
Ci sono spacciatori fissi a Kottbusser Tor, si danno il cambio in modo ordinato, da tedeschi, e tutti lo sanno. Mark era lì per questo a quella strana ora del mattino, ma da qualche tempo non si fa più vedere neanche lì. Abbiamo preso i 30 mq insieme, ormai otto mesi fa.
Mi alzo presto quando da Aldo sono di turno per le colazioni e appena arrivo di solito mio cugino mi prepara un caffè che tutto sommato è degno di questo nome. Invece stamattina lo vedo sulla porta del suo locale e ha una faccia che non mi piace.
«Mark è stato qui ieri sera tardi, ha fatto un gran casino con altri quattro stronzi come lui. Hanno spaccato bottiglie e rovesciato un tavolo. Ne sai niente?»
«Non lo vedo da un mese.»
«Beh, spero che non ti stia cercando.»
«Non mi sta cercando, tranquillo.»
Entrano due uomini con il trolley, si siedono al tavolo vicino alla vetrina e io ne approfitto per tagliare corto e darmi da fare. Il caffè me lo farò da solo, più tardi.
Non avevo deciso di farlo proprio quel giorno, né di farlo in quel modo. Era capitato e basta. Era lunedì scorso verso le sei. Ne sono convinto perché avevo appena sentito rientrare Helena e lei rientra alle cinque e quaranta. Poco dopo era tornato anche Mark, aveva buttato il giaccone sulla sedia e si era aperto una birra. Io la birra l’avevo appena finita e stavo sdraiato sul divano aspettando che mi passasse lo stordimento di una dormita durata tutto il pomeriggio. A quell’ora c’è una lama di luce, non per forza di sole, che attraversa lo spazio lasciato tra i palazzi di fronte e invade i 30 mq prima che piombino nel grigio cenere della sera e mi piace, quel momento mi piace.
Mi tirai su come per alzarmi e invece rimasi a metà, sui gomiti, con il collo piegato a metà che mi serrava la gola. Poi parlai senza giri di parole di quanto gli volevo bene, e del fatto che da quando stavo in quei 30 mq di Kreutzberg con lui stavo vivendo il periodo più felice della mia vita e che non avrei mai voluto che finisse. Che per me andava bene così, che non chiedevo altro ma che volevo solo che lui lo sapesse perché se no era come una bugia e io non volevo bugie, lastre di vetro. Soprattutto gli dissi che non potevo farci niente, era capitato, era così e basta.
Mi chiedo ancora se sia stato questo a farlo spaventare, il fatto che queste cose succedono, è inutile che ti incazzi e te ne vai.