Polpastrello

Polpastrelli – Frankenstein 5


Io non lo so perché ma la cosa che più mi manca di lei è il polpastrello dell’anulare della sua mano sinistra. A scriverlo mi sento anche un po’ scemo, ma poi smetto di giudicarmi e mi sento solo triste.
Mi ricordo che quand’ero bambino per me erano collinette dove ambientare avventure, scalate, battaglie, una volta anche un discorso. Lisce se le volevo lisce; le righe della pelle potevano diventare barriere, innalzandosi, o fossati, abbassandosi, o segni dell’aratro di un contadino, spesso mio nonno. Ci si muovevano personaggi piccoli, invisibili ai più, che erano forti e spesso vincevano tutte le battaglie senza il minimo sforzo, lasciandosi alle spalle mucchi di avversari. Era terra di nessuno che qualcuno voleva fosse sua e i miei eroi la difendevano con superpoteri e pugni cosmici – senza che il pungo cosmico avesse qualcosa a che fare con il cosmo, era più che altro legato all’idea di un pugno che andasse oltre l’immaginazione terrestre, credo; poi suonava bene.
La ricetta che da bambino scrissi per costruirne era questa:
Prendi un pipistrello, lo trovi in cantina, se hai il coraggio, sennò disegnalo, è uguale.
Poi schiaccialo con qualcosa di duro e forte e che faccia male, a quel punto mescolandolo a piacere con terra o quello che trovi in giardino potrai creare una polpa, polpa di pipistrello. Con un poco di immaginazione togliendo qualche lettera avrai un polpastrello.
Il suo mi piaceva particolarmente perché veniva fuori più alto come se qualcuno con delle pinze lo avesse tirato in fuori senza stravolgerne la conformazione, semplicemente allungandolo un poco; aveva una forma che a me nelle mie ingenue e stravolte emozioni da innamorato pareva perfetta. Lo dicevo anche a chi la conosceva, toccalo, dimmi se non è perfetto e loro o mi guardavano come a chiedersi se fossi serio – le persone hanno sempre dubbi sulla mia serietà – oppure ridevano. Mi trovavo spesso ad accarezzarlo, era morbidissimo.
Ci sono ragazze molto belle che hanno dei polpastrelli davvero brutti direbbe qualcuno, lei era molto bella e aveva dei polpastrelli bellissimi.
Quando abbiamo visto Batman v Superman – Dawn of Justice assieme, al cinema, perché l’avessimo scelto non ricordo, alla scena in cui Lex Luthor strappa i polpastrelli dalla mano di un kryptoniano per entrare nella navicella lei ha detto che schifo, io mi sono messo a ridere.
Non che io sia un feticista dei polpastrelli, non sia mai. È da ammettere però, che della parola stessa probabilmente lo sono, anzi forse senza ombra di dubbio, di come essa suona, del suo partire dolce, rotonda con quella elle seguita dalla pi che mi sembra di nuotarci dentro e il suo finire quasi acido, stridulo, con le tre consonanti assieme: esse erre ti. Una parola che contiene un movimento interno, prima morbido, poi sgusciante, due fasi, una parola divertente, con un conflitto, come le battaglie che combattevo su quello che la parola significava.
Adesso a scrivere di polpastrelli mi vengono in mente quelli dei piedi dei vecchi, che non so neanche se si possano chiamare polpastrelli, ma che fanno schifo e sono secchi.
Non so se lei sappia che mi piacciono così tanto i polpastrelli, non so se qualcuno lo sappia, forse l’hanno intuito. Che secondo me suonano bene anche come tipo di pasta. Due polpastrelli al ragù di cinghiale?

Rivoluzionaria invenzione nell’ambito della pasta! Era da un centinaio di anni che un nuovo tipo non veniva inventato care signore mie! Ma non è tutto! Il primo tipo di pasta che si può non cuocere!
Da oggi potrete cucinare fantastici polpastrelli al ragù o al pesto, ideali con ogni tipo di sugo, ma speciali ogni volta!
Vostro marito si lamenta che continuate a fare sempre maccheroni? Polpastrelli sono la soluzione! Vostro suocero vi dice che cucinate la pasta sempre scotta? Polpastrelli sono la vostra soluzione! La vostra fidanzata vi dice che non siete in grado di fare nemmeno un piatto di pasta? Polpastrelli sono la vostra soluzione! Infatti, con la nuova speciale formula con cui sono stati creati polpastrelli potranno essere anche mangiati crudi! Wow! Che magie! Spettacoloooooo! Numerosi, accorrete!
Polpastrelli, una rivoluzione.

Una giovane canonica donna sorride.

Perché non posso mangiare i suoi polpastrelli poi? Perché? Io voglio mangiarli! Nutrirmi con loro! Sono disposto a scrivere tutte le frasi con un punto esclamativo alla fine finché qualcuno non mi permette di farlo! Avete capito! Voglio mangiarli! Di cosa sapete polpastrelli?! Ditemelo! Voglio mangiare il suo polpastrellino (okay, ho esagerato, ma il punto esclamativo ce lo metto comunque)!
Spesso scherzavo dicendo che il polpastrello era un bottone che poteva aprire porte o giochi, boh, sì, forse una volta anche sessuali. Non so che onomatopea usassi, ma un suono quando lo premevo lo facevo di sicuro e a lei faceva ridere.
Un mattino mi svegliai tramutato in un polpastrello. Credo che sarebbe più consona la trasformazione rothiana in seno, ma non mi ricordo come inizia.
Poi io la lasciai e lei soffrì e io soffrii, ma ero convinto di quello che avevo fatto. Mi mancano i suoi polpastrelli quando fa freddo o se mi sveglio la notte.
Ho riletto alcuni pezzi delle nostre conversazioni e mi fa strano che un tempo mi chiamava amore e dicevo ti amo, mi fa strano e mi fa anche un po’ male.
Scrivo saltellando perché non so andare dritto in questa storia che mi sembra così faziosa.
Sono andato a controllare come fossero i polpastrelli di mia madre e di mio padre per capire se tutto fosse partito da lì, ma non mi sono piaciuti particolarmente, anzi. Ma non solo per la loro età ormai passata ma per altre ragioni, tipo l’ampiezza delle loro dita, il fatto che fossero per lo più piatti.
E gli animali non credo ce li abbiano, no? I loro sono diversi dai nostri.
È anche bello pensare – forse sta tutto in questo – che se io potessi avere il polpastrello del suo anulare sinistro, avrei una sua impronta digitale e avrei lei tutta, ne sono convinto. Magari potrei anche clonarla, farla come piace a me, senza i difetti, tutta precisa. Che mi dice che sono bravo e intelligente, che non mi viene voglia di lasciarla. Uguale, ma diversa, perfetta, che quello che mi importa è di stare bene io e di essere felice, di non avere rogne, di non dover litigare o andare a comparare pantaloni o in spiaggia o di dovermi alzare la mattina presto, di non poter mangiare la cipolla cruda o il porro. Senza che mi dica di dover andare in palestra o di smetterla di mangiare, di non esagerare, che correre mi farebbe bene, ma ancora di più andare in palestra. Senza che mi dica cosa fare insomma. E lei finalmente smetterebbe di iniziare tutte le frasi con no, ma sì, che io dico; o no o sì, non può essere sempre tutto un no, ma sì che se c’è una cosa che odio è essere sempre e comunque democristiani. Non che ci sia il bisogno, ma potrei incazzarmi anche contro Dio e discutere assieme a lui senza essere democristiani, ma insultandoci a vicenda, io che l’ho deluso, lui che mi ha fatto imperfetto. E mi eviterei di svegliarmi la notte perché piange in preda al panico o di correre per abbracciarla che ne ha bisogno e solo io, dice, posso farla stare bene. A quel punto potremmo stare insieme per sempre ed essere felici e io non mi sentirei una merda.
Dovrei forse dire che in realtà la bellezza dello stare assieme, del volersi bene sta tutta in queste piccole differenze e cose, ma in questo momento della mia vita alle 09:25 del 31 maggio 2018 per me non è proprio così, le differenze mi fanno alterare e i polpastrelli mi hanno fatto venire il voltastomaco.

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