La lingua della lingua

Lingua – Frankenstein 3



A un certo punto mi stava davanti: turgida, rosa, in verticale, eretta.
Aveva, in punta, ancora il segno del morso che le avevo dato nella fretta di lasciarle masticare l’ultimo boccone della cena.
Un fascio di muscolo e nervi risolto in appena dieci centimetri o poco più; non lo sapevo quanto fosse lunga, neppure quando la tiravo fuori per l’impulso irrefrenabile di mostrarla in un gesto di disappunto leggero l’avevo mai misurata e, alla fine, avevo finito per credere che misurarla non si poteva.
Mi è stato subito chiaro di essere nella merda, però il primo gesto che mi è venuto di fare è stato bello: ho provato a prenderla tra le mani, mi era sembrata una cosa morbida da toccare.
Lei si è ritratta in un movimento elegante, un no grazie a suo modo educato. Una linea che correva su tutta la lunghezza la divideva in due metà irregolari, era un tratto agitato e storto, come lasciato lì senza farci caso da una mano sbrigativa: mi somigliava.
E tu che ci fai fuori dalla mia bocca, ho pensato, ma nel momento stesso in cui lo volevo dire, ho capito di non possedere più la facoltà di articolare le parole: in effetti la mia lingua non era più nel posto in cui la sapevo parlare.
Questo è un cazzo di problema perché io e la mia lingua funzioniamo attraverso un meccanismo ben oliato di subordinazione, io la controllo e lei che è disciplinata e mite si lascia addomesticare; è difficile immaginare per noi una relazione diversa da questa e io non so farlo adesso.

Ma provo a mantenere la calma, sto ferma, respiro, la fisso, è ancora di fronte a me e pianta le sue papille gustative dentro il mio sguardo che deve essere molto preoccupato.
Chissà qual è il sapore della paura che provo in questo momento, ma tanto non posso saperlo perché ci abbiamo il canale del gusto interrotto io e la mia lingua.
Poi di avere paura ho smesso e mi sono arresa di fronte all’assurdità della situazione: eccoci qua, da una parte io e dall’altra un pezzo di carne che è mio ma che non sta più attaccato a me, ci ho la bocca inutile, il palato spoglio, i denti orfani.
Forse provo un po’ di disgusto: la mia lingua è diventata un corpo alieno, staccato da me, si muove in modo autonomo, è una cosa impressionante; che me ne faccio della mia cavità orale adesso che ha deciso di evacuarla.
Ma poi, quand’è che ha deciso di rompere il suo voto di fedeltà? Abitarmi era la sua forma di lealtà.
Intanto, nella testa, la sensazione di amaro e di dolce, io ci ho come un vuoto; non berrò più il caffè, mi viene da piangere, ma le lacrime di cosa sanno, che sapore hanno.
La risposta è salato ma non significa altro che granelli di colore bianco senza la mia lingua e infatti io della mia lingua, quando non ce l’ho dentro la bocca, mi accorgo che non so niente.
A lei, ne sono certa, non succede di non sapermi, è irrorata di tutti i miei codici, li ha sempre usati, le viene facile adeguarsi e interpretarli.
Ma ora che se ne sta in disparte, affrancata e languida, lontana da me, io non lo so più se è a lei che servono per esistere oppure a me; invece prima lo sapevo, sono io a esserle indispensabile.

Non so parlare senza la mia lingua, non so parlarti, cosa mi invento ora.
Però non è vero che provo disgusto: mi affascina vederti piena e intera di fronte a me; soltanto una cosa potente e sconosciuta può farlo.
Continuo a guardarla, potrebbe ipnotizzarmi da un momento all’altro, ma cerco di mantenere la concentrazione, forse riesco a sentirti, avvicinati lingua, voglio almeno provare a ricordarti.

In questa raccolta di storie sulla mia lingua ce ne sta una che mi piace sopra tutte: io e la mia lingua abbiamo otto anni, il sangue le scorre sulla superficie, ha un sapore dolciastro, non è buono, ma lo assaggia lo stesso e, intanto, striscia sul pulsare nervoso della gengiva.
Poi, con colpetti appena accennati, riempie il vuoto lasciato dall’ennesimo dente caduto, insiste in quel punto, non smette.
Quanto sei stupida e volgare lingua che continui a battere dove il dolore preme e punge.
Ma se adesso tu potessi aiutarmi con le parole, la chiameremmo tenerezza la tua innata propensione a sgusciare ostinata dentro spazietti inospitali, a raccogliere gli ultimi ingombri di piccole e necessarie mutilazioni che altri lascerebbero dove stanno, che se ne fanno della pazienza; non tu, tu non cedi e, in questo, arrivi per prima a intuire un principio di guarigione.

La mia lingua fa un balzetto in avanti, la distanza a separarci sembra diminuire, il suo aspetto è molle e sensuale.
Cominciamo a essere l’una lo specchio dell’altra e io riesco a sorprenderla più da vicino.
La prima volta in cui abbiamo pronunciato il nome Mattia, la tua estremità ha infranto la barriera degli incisivi, ti si scorgeva appena tra la fessura delle labbra dischiuse sulla pronuncia delle due t centrali.
L’istante successivo io ero prosciugata, come avrei potuto passarti la saliva e ordinarti di bagnarti: mi sono sentita ostile.
Tu però non mi hai dato retta, hai iniziato a martellare all’interno, era una prova di resistenza, ti sei scaldata fino a scioglierti e, senza che me ne accorgessi, eri di nuovo ricomposta dentro una bocca non mia e lo hai fatto così bene che io non ho avuto più solo una lingua, ma due.
Così, mentre io per paura dell’attesa cado in letargo, tu ti agiti ma sai aspettare.
Allora pensa a quanto si deve essere stronzi per compiacersi della propria rigidità, ho creduto di essere stata bravissima a indicarti in quale bocca rimanere e per quanto, tu avevi solo assecondato la mia forza perché è questa la tua mansione, non c’è altro.
Invece tu il posto dove stare lo scegli prima di me e, anche se non me lo dici mai, sono sempre io a saperlo dopo di te; del lasciarmi credere è fatta la tua pasta.
La mia lingua, come allora, non riesce più a contenere la saliva, un rivolo mi attraversa la maglietta come un piccolo affluente che lotta per ricongiungersi con un corso d’acqua più grande e lì finire la sua corsa: nella confusione con un altro e uguale liquido.

Il tuo vero linguaggio, lingua, mi pare così chiaro e non ci ho nessun libro a suggerirmelo.
Ho letto di ogni tua funzione sopra i manuali e sono tutte vere le cose che ci stanno scritte: mastichi il cibo, organizzi le parole, senti i sapori, e, quando lo fai, stai ai tuoi compiti, non chiedi altro.
Sono veri pure tutti i nomi di tutti i nervi che ti compongono, forse in quelle pagine sono riusciti persino a misurarti, ci sono elencate le malattie di cui ti puoi ammalare e i modi per curarle, la tua anatomia è una scienza esatta; non c’è niente di te che non si sappia in ogni enciclopedia che ti racconta.
Però a te di capirlo non ti importa nulla, non lo sai il perché di ogni legame nervoso, capire tu non ce l’hai proprio come dovere.
Sei come la risposta automatica che parte dopo aver composto il numero del centro assistenza di un call center: digito una necessità e tu la realizzi.
Occupi il tuo posto pure quando non sei stata utile e per questo la lingua di qualcun altro è puntata verso di te, ti insulta, dice che sei biforcuta, velenosa, pungente, lunga, tante volte il male è colpa tua.
Io per esempio ho sempre avuto un talento straordinario in questa cosa, tu sai essere maligna pensa la gente di me; io mi sono sempre difesa fino a che non diventavi anche tu appuntita, ma non lo facevo per proteggere te e adesso che ti vedo penso che tanto nemmeno ce l’avevi questa urgenza.

Ogni lingua conosce la lingua di un’altra lingua e non ci hanno bisogno di perdonarsi, o di essere indulgenti.
Perché le lingue, tra di loro, non parlano un abecedario fatto di lettere ed è per questo che non si possono ferire; le lingue, tra di loro, possono solo piacersi e leccarsi, averne voglia oppure no.
Questo, anche se io non lo capisco, deve essere un fatto semplice, non ci sono cazzi.
Inseguire il senso di ogni cosa, dargli una definizione, costruire architetture verbali importanti, o, al contrario, svuotare le parole dal significato più ovvio, eccole qui signori le ragioni per cui mantengo e mi tengo stretta la lingua nella cavità orale.
Ho sempre pensato questo quando ti avevo dentro la bocca e ora che non ci sei più, io avevo sbagliato di brutto.
Forse è solo per i poeti pensare che sia questo lo scopo più nobile della lingua, non per me e non adesso che sono rimasta senza la mia.

Se sei d’accordo, io ora provo a riprenderti in bocca e ti lascio fare; non te lo chiedo di raccontarmi di te perché lo so che non ci hai niente da dire, non conosci la prima persona singolare.
Ti chiedo di fare di me solo quello che sei.
Così, ci sono bastati pochi minuti.
Alla mia lingua non interessa di piacere ma solo il piacere; è composta di umori, di quelli imparati a memoria e di quelli futuri, è spudorata e, almeno lei, non conosce la vergogna; neppure ora si sente mostruosa a rivelarmi la sua indecenza.
Ho provato a morderla tante volte per impedirmi di dire quelle cose che non lo sapevo se poi le volevo dire davvero, e qualche volta mi è venuto bene, ma non sono mai riuscita a trattenermi dal leccare: il gelato al pistacchio che colava sulla mano, ogni liquido che avrei voluto affondare in gola, la pelle nuda e umida, specie quella dell’incavo tra il collo e la spalla, le labbra rosse e gonfie.
Adesso so il perché.
La mia lingua si attorciglia su sé stessa e, anche se è un intreccio monco, si lascia guardare e mentre, lasciva, riproduce coreografie disordinate che tracciano ellissi dentro altre più piccole, i suoi movimenti sono prima frenetici e poi lenti. La voglia deve essere un frattale che esiste in natura, penso; penso pure che deve mancargli molto un’altra lingua.
Poi, si dedica alla distanza tra me e lei, inizia a leccare il vuoto dell’aria, comincia dal basso e piano piano risale, riesco a vedere le bollicine della saliva che copiosa continua a scendere.
Credo che leccare la faccia espandere, sembra più grande, lunghissima, forse potrebbe esplodere da un momento all’altro, non ne ho mai fatto a meno e questo è il suo modo per dircelo.
A un certo punto però si blocca, fa un piccolo saltello all’indietro: sì, mi sono finalmente accorta di te.
È nuda come non lo era mai stata, non lo so cosa sta sentendo o se riesce a sentire senza una superficie in cui strisciare. Io no, senza non posso farlo.
Non è vero che siamo un congegno facile tu e io, ora lo so, ma ti prego, nel tuo modo e nel mio, torna a sentire il mio palato.

Quando la luce del giorno è entrata dai buchini delle tapparelle, la mia lingua stava al suo posto.
Io però non l’ho sognato di non avere più la lingua in bocca, ci è accaduto davvero, avevo gli occhi aperti quando l’ho perduta, non lo so quanto tempo è passato.
Poi, l’ho avuta di nuovo: ho ritrovato la lingua e ho trovato per la prima volta la lingua della mia lingua.
Non me ne è fregato niente di spiegarmi cosa fosse successo, ho solo composto il numero di Mattia, non lo sentivo da mesi, non cercarmi più gli avevo detto l’ultima volta; che mi mancava e che non riuscivo più a trovare un valido motivo per quel silenzio me lo ero tenuta per me, e infatti pure con Mattia avevo perso la lingua.
«Elena».
«Fai conto che a un certo punto non ho avuto più la lingua in bocca, ma veramente non per finta, che ce l’avevo di fronte a me, staccata dal palato, fa impressione vedere una lingua dal vivo, ci hai mai pensato?»
«Elena che dici?»
«Tu mi piaci e mi piaci che non ho nient’altro da aggiungere, voglio solo infilarmi dentro la tua bocca».
«E poi?»
«Poi non lo so».
E io non lo sapevo davvero, ma avevo scoperto la mia lingua che conosceva la sua.
Era un buon inizio.

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