Franca

Ipofisi – Frankenstein 6


La sua oscura primavera trascorse eterna da un Non so a un altro. Pure, e infine, fu madre del figlio del suo creatore. Accadde di gennaio, nel tempo delle feste già dimenticate.

Partorì accucciata, flaccida, enorme, fortissima. Subito glielo misero al petto quel figlio normale, da compatire, incapace, sanguinolento. Era femmina. Come lei, diversa da lei. Franca se mai era nata, era stato di dicembre, nel giorno delle feste in cui nessuno bada alle novità. Oppure Franca nacque nella sua oscura primavera, che come già detto trascorse millenaria da un Non so a un altro, vale a dire nel tempo in cui si indossano abiti via via più corti e opachi. Amami!, supplicava al suo creatore con vagiti fin da subito articolati e chiari, la sua memoria tutt’uno con gli occhi, ciò che vide ricordò per sempre anche e soprattutto se ombre inventate.
Pure, lei fu madre, benché in nascita perpetua da? Millenni, minuti, secondi. Forse è importante saperlo?
Amami!, lallava al suo creatore come il bimbo svezzato lalla Mmm-amm-A!
La rifiutò, la cacciò, la disprezzò, le cointestò un mutuo. Pure, lui era il suo creatore.
Pronuncia il mio nome!, lo pregava.
Franca, tu sei. Perché sei pura, immediata, bestiale.
Amami!
Non sei Niente!
Sarò!

Pure, lei infine fu madre. Scoprì la noia della ciclicità, l’orrore del tempo giusto, la tregua del sempre nuovo.
Amami!, piangeva.
Ti dirò chi sei, non ti amerò!
Pure, lui una notte si coricò con lei. L’abbracciò, esplosero ghiandole e dotti, anche lacrimali. Franca scoprì la noia della ciclicità, la sua umanità e quella dei suoi simili. Colazione-pranzo-cena-sonno.
Il suo creatore si girò su un fianco. Giusto, pensò lei. Non l’aveva forse visto nell’abbandono, bevuto, adorato come si adorano i corpi di cera o di marmo o di terracotta perfettamente morti, pura forma? Giusto che il suo creatore si sottraesse ora alla sua vista.
Crebbe in Franca una sostanza per accumuli coerenti al loro disegno e indifferenti alle categorie del bello e del giusto, sensibili solo al suono e al calore. Crebbe la morula e Franca con lei. Un mattino verso le dieci la nausea le annebbiò la vista. Distinse la vita dalla morte e alla prima si attaccò tenace, dimostrando di tenere in gran conto la seconda.
Eccomi, disse al suo creatore, Ora sono a tua immagine e somiglianza.
Non più, rispose lui senza guardarla.
Sì.
No, hai smesso di essere immagine.

La bambina prima di nascere sorrise e lasciò cadere un seme nella pancia di Franca dove nacquero le stagioni: tenere primule si alternarono ai papaveri rosso sfacciato, il secco dell’autunno accudì i solchi umidi dell’inverno. Franca volle essere certa di aver distinto bene la vita dalla morte e se perciò la prima non fosse altro che un continuo fuori che modificato il dentro modificava il fuori. Senza sosta. Volle sapere se avesse visto giusto circa l’assenza di distinzione tra il dentro e il fuori, a meno che non si parlasse di morte.
La vita è essere fedeli a ciò che si è, a qualsiasi condizione, le spiegò il suo creatore fermo al semaforo di un incrocio deserto. Stava lavorando a un progetto per rendere gli specchi parlanti e capaci di muoversi da soli, perciò l’auto era piena di materiali preziosissimi e strumenti sofisticati.

Si scoprì perfetta in un’ora pigra, mentre due mosche ronzavano sugli avanzi di melone in un piatto. La figlia ormai bambina alfabetizzata non faceva più il riposino dopo pranzo, lo rifiutò quel giorno in cui il sole era così caldo che crebbe all’improvviso per fermarsi a giocare sul pavimento fresco. Come lei smise di dormire col sole alto, iniziò Franca. La notte cominciava dopo pranzo, si interrompeva brevemente per la cena, riprendeva dopo il telegiornale. Il creatore passava le ore in laboratorio o coi suoi pari. Alla bambina fu diagnosticata una grave carenza di vitamina D. Il creatore sintetizzò per lei le medicine più perfette, le costruì una lampada UVA al profumo di incenso. Durante i malesseri della figlia – incapacità di camminare o esprimersi scioltamente, dolori alle ginocchia, inappetenza – Franca cominciò ad aumentare le sue dimensioni. La sollevava dal pavimento al letto con una sola mano, in un’unica carezza poteva avvolgerle l’intero corpicino. Il creatore nel frattempo divenuto ingegnere si allietava per le doti tecniche di cui era veicolo e lodava Franca per le abilità assistenziali. L’intera situazione si capovolse quando la bambina cominciò a stare meglio. S’incapricciò di certi giochi di squadra, sviluppò un’attrazione per la sporcizia e i materiali di scarto. Saccheggiando il bidone della carta prima che gli addetti alla raccolta differenziata lo ritirassero, e rovistando di nascosto nel laboratorio, costruì campi da calcio di lamiera, viti e cartoni dove miriadi di minuscole bamboline – ben più di undici per squadra – lanciavano palloni – ben più di uno – con il solo scopo di passarselo – le reti non erano cave, bensì muretti attrezzati con molle respingenti – affinché la gioia non avesse fine.

Franca si trovò cogli abiti larghi nell’istante esatto in cui, per la prima volta nella sua esistenza, il peso dell’ammirazione le piovve sulla testa per allargarsi a delta sul suo petto. Le bamboline della bambina riflettevano i raggi UVA proiettando un affresco sul soffitto.
Franca non resse, rimpicciolì, tese le braccia. Le dichiararono ammalata l’ipofisi. Infatti Franca mai era stata meglio, vale a dire mai il suo fuori si trovò più consono al suo dentro e la piccola ghiandola nota da secoli per la sua funzione di officiante del matrimonio tra il corpo e la mente, i cui errori e scarti essendo la norma sono perciò definiti «stabili», raggiunse in Franca la perfezione e il rango di «morbosità».
Il creatore vinse premi e moltiplicò gli specchi parlanti e automobili che ormai si aggiravano per la casa e anche per il mondo, ad esempio per fare la spesa. La bambina si vide crescere i seni nell’immagine del creatore, cullando la sua minuscola madre.

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