Pablito e Vladimir Il’ič Ul’janov


Si era nel bosco vicino casa, poca strada in macchina e poi una camminata tra gli alberi, lunga quanto si vuole. È impossibile perdersi ed è comodo arrivare, un posto ideale per le gite della domenica, per andarci con i bambini, grandi e piccoli. Dovrebbe essere sempre pieno di gente, ma per qualche motivo non c’è mai nessuno.
Di alberi non capisco nulla, sono cresciuto in un condominio, circondato da palazzi. Ogni volta mi ripropongo di studiarli, almeno quelli che vediamo sempre, quelli della nostra zona, per poterli descrivere a Pablito quando crescerà, ma non lo faccio mai. Ora è piccolo e a tutti e due gli alberi ci basta guardarli, ci passiamo vicino, sentiamo gli odori di resine quando è il momento e facciamo rumore con i piedi camminando.
A volte andiamo nel bosco anche con Carmen, ma più spesso siamo da soli. A lei non piace camminare, s’annoia, ci costringe sempre a tornare a casa prima del necessario. Pablito nel bosco non piange quasi mai, sta lì nel suo marsupio e si guarda intorno, si gode i colori o si addormenta quando gli occhi si sono stancati di vedere.
Qualche volta incrociamo degli uccelli ma non riconosco neppure quelli. Forse ci sono delle cose che dovrà imparare da solo.
Una volta però abbiamo visto un istrice e quello l’ho riconosciuto subito. Credo che anche Pablito sia riuscito a vederlo, ma non ne sono sicuro.
Camminavo piano, con Pablito sul davanti a girare la testa di qua e di là, l’ombra degli alberi ci faceva fresco.
Non saprei dire come è iniziata, ma ad un tratto, tra gli alberi, nell’ombra più fitta, c’era Lenin come fosse il Mago di Oz. L’enorme faccia di Lenin ci guardava adattandosi al ritmo del vento leggero che muoveva le foglie del bosco, ci guardava e insieme a noi il suo sguardo prendeva tutto il bosco e forse il mondo intero. Era lì, di fronte a noi, comparso come al cinema, come se d’improvviso un invisibile proiezionista avesse montato un’apparizione al posto del film previsto. Lenin ci guardava come fosse la Madonna, ho paura quasi a dirlo.
Non c’era da vedere una persona e neppure un fantasma: Lenin era tutt’uno con il bosco, prendeva origine dall’aria stessa, semplicemente era lì e guardava proprio noi.
Restammo immobili per un tempo che a ripensarci mi sembra interminabile, ma dev’essere durato non più di qualche secondo, poi Pablito sorrise e indicò col dito il faccione di Lenin, gesto che rientrava nelle sue ultime abitudini apprese e che però, di solito, era diretto verso lo zio Luis, dotato anch’egli di un faccione notevole, ancorché meno memorabile di quello di Lenin.
Dunque non ero il solo a vedere! Lenin prese a sorridere insieme a Pablito, poi, d’un tratto, i due si fecero più seri, Lenin continuando a esistere tra i rami e le foglie degli alberi e Pablito sgambettando nervoso nel suo marsupio. Non mi ero ancora reso conto dello sforzo che Pablito stava compiendo per vedere Lenin, il marsupio lo costringeva a tenere la testa piegata di lato da diversi minuti e non è facile per un bambino della sua età. Mi sedetti tra le foglie e lo feci uscire dal marsupio, così da poterlo tenere in braccio e permettergli di avere la mia stessa visuale.
Seduti, ora si guardava Lenin dal basso in alto. Pensai che non era mai un bene porsi in posizione di inferiorità durante una conversazione, ma del resto quello non era un interlocutore ma un’apparizione, un miracolo vero e proprio e la nostra interazione non poteva proprio definirsi come una conversazione, nessuno aveva aperto bocca. Lenin non approfittò di questo vantaggio di posizione, né del resto si era approfittato della sua stessa manifestazione miracolosa. Chi dice che non sia un uomo gentile, forse non l’ha conosciuto così come l’abbiamo conosciuto Pablito e io. La storia poi è piena di interpretazioni non suffragate da fatti consistenti e comprovati.
Il contatto tra Pablito e Lenin continuò per tutto il pomeriggio, cosa si siano comunicati resterà forse un mistero per sempre. Quando Pablito sarà in grado di parlare glielo chiederò, ma non ho molte speranze di ricevere una risposta, ha solo pochi mesi, non ricorderà nulla. Devo confessare di essermi sentito un po’ escluso, Lenin è apparso proprio per Pablito e non per me. Ma posso sempre dire di aver assistito a un miracolo comunista, non è cosa che capiti a tutti.
Al confronto con Lenin, Pablito sembrava molto più grande. Non essere in grado di parlare non l’ha affatto condizionato. Solo con pochi versi da bambino dev’essersi fatto comprendere benissimo, perché anche dalle espressioni del faccione di Lenin, corrucciato o allegro e un paio di volte sinceramente colpito dagli argomenti di Pablito, si capiva bene come il dialogo fosse del tutto alla pari. Pablito è un bambino molto persuasivo e carismatico.
Non era ancora il tramonto, l’aria cominciava a rinfrescare e Pablito aveva già bevuto, pur continuando a dialogare con Lenin, due interi biberon di latte. Fino a quel momento aveva avuto occhi e orecchie e attenzioni solo per Lenin. Cercavo di scoprire qualcosa, di ricavare qualche dettaglio dalle loro espressioni, ma il dialogo, in verità, mi era del tutto precluso. Cominciavo ad annoiarmi e giochicchiavo con dei piccoli rami caduti, ordinandoli per grandezza e poi tirandoli via, o cercando di comporre dei primitivi volti umani. Non che voglia sminuire la portata del miracolo, tutt’altro, ma è difficile mantenere la concentrazione per tutto quel tempo e con un miracolo muto.
Ero ormai, devo confessarlo, del tutto estraneo al miracolo e completamente distratto, quando, d’un tratto, Pablito cominciò a piangere piano per avere la mia attenzione. L’avevo poggiato per terra, al sicuro tra le mie gambe. Dopo un po’ ero stanco di tenerlo in braccio ed era diventato chiaro che la cosa sarebbe andata per le lunghe, Lenin è un grande oratore e Pablito si dimostrava un degno interlocutore. Lo tirai su, voltandolo verso di me, per capire di cosa avesse bisogno. Nei pochi secondi necessari a questa piccola azione, un’azione quotidiana che un padre compie centinaia di volte al giorno, Lenin era quasi scomparso. Ecco perché Pablito mi aveva cercato: il dialogo era terminato. Mi sarei perso del tutto la sparizione di Lenin se Pablito non si fosse voltato a salutarlo. Così entrambi abbiamo potuto vedere le foglie ridiventare solo foglie, i rami riacquistare la loro concretezza di cortecce piene di vita, l’aria tornare a essere vuota, aria di casa, buona per passeggiare ma inutile a un miracolo.
Aspettammo ancora qualche minuto, poi prendemmo la strada di casa.
Nel bosco non prendono i telefoni, è uno dei motivi per cui mi piace quel posto, nessuno può disturbarti con telefonate inopportune, neppure volendo. Appena in strada però, mi fermai al primo bar per prendere un goccetto e telefonare a Carmen. Ero euforico, e vorrei ben vedere. Carmen però, al mio racconto iperbolico, si limitò a dire che preferiva parlarne a voce. Ne fui deluso, ma in pochi minuti saremmo stati a casa e in effetti a voce avremmo parlato meglio. Forse quella telefonata non era nemmeno necessaria.
A casa fu chiara la sua reale posizione sull’accaduto: Pablito era troppo piccolo per diventare un eroe del comunismo e io ero un irresponsabile. Le chiesi cosa avrei dovuto fare, scappare forse di fronte a Lenin? E poi eravamo stati bene, nessuno ha mai voluto farci del male e Pablito è stato grandioso, le dissi, a parlare al faccione. Niente da fare. Rinunciammo ai giornali, alle televisioni e alla propaganda comunista. Non ho potuto nemmeno scriverlo su internet. Niente di niente.
Però Carmen e io sappiamo entrambi che Pablito ha una nuova espressione, che gli piega le minuscole sopracciglia e che gli ha già creato una minuscola ruga, proprio sopra gli occhi, al centro della fronte.
Pablito mangia con gusto e cresce forte e sano. Tra qualche giorno andremo di nuovo nel bosco vicino casa. Lenin, probabilmente, non ci sarà più, ma troveremo gli alberi, gli uccelli e se siamo fortunati anche un istrice o una volpe.

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